Emperor Monografia - Le origini della leggenda

EMPEROR – Le origini della leggenda (pt. I)

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Ci sarebbero tanti modi per cominciare una monografia sugli Emperor, modi più o meno tronfi e altisonanti per raccontarvi di una delle band cardine del metallo mondiale, noi lo facciamo citando il Maestro Porz: «la Norvegia è un bel posto». E lo è davvero, o perlomeno lo è stata tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, quando muovevano i primi passi personaggi che col disagio hanno costruito delle carriere artistiche e del disagio hanno fatto una ragione di vita (taluni di morte); non stiamo qui a elencarli, sono i musicisti coi quali siamo cresciuti nel senso più negativo del termine. In questo putrescente ambiente creativo hanno preso a germogliare alcuni tra i progetti musicali più malvagi di sempre, fra questi, gli Emperor si sono ritagliati uno spazio non indifferente fin dalla tenera (sul serio) età esprimendo uno stile personale, sfaccettato e sempre in graduale maturazione, fino a imporsi come uno dei nomi più importanti della scena metal. In questo speciale ripercorreremo le loro gesta dall’alfa all’omega, sia quelle musicali che quelle personali/criminali, perché su sette membri ufficiali fra quelli che negli anni si sono avvicendati, ben tre sono stati ospiti delle prigioni norvegesi per diverse ragioni. Mettetevi comodi.


RITRATTO DEGLI ARTISTI DA GIOVANI

Xerasia – in piedi da sinistra: Ronny Johnsen e Finn Arne Nielsen, in basso, sempre da sinistra: Tomas Haugen e Vegard Tveitan

Jens Olav Haugen è un bassista patito di blues che suona in una piccola band della sua zona, fra le valli del Telemark, un’affascinante contea della Norvegia meridionale; la sua passione per la musica è talmente grande che fa di tutto per spingere il figlio Tomas a intraprendere lo studio del suo stesso strumento. E così, agli albori degli anni ’90, questo adolescente capellone frequenta le clinic nell’ambito del Notodden Blues Festival, uno dei più grossi festival europei del settore nonché il più importante in Scandinavia; in occasione di uno di questi seminari, improntato sullo sviluppo della capacità di suonare in gruppo, conosce un ragazzo più giovane di nome Vegard — che indossa una giacca piena di toppe (il biglietto da visita dell’epoca, praticamente) — col quale condivide non solo l’interesse per lo studio ma anche e soprattutto i gusti musicali.

I due diventano amici e iniziano a macchinare perversità sonore insieme ad altri compagnetti di merende, il primo dei quali risponde al nome di Ronny Johnsen e suona la batteria; con lui mettono su i Dark Device, parentesi iper-giovanile che durerà meno di uno starnuto ma comunque più di quella della successiva chiamata Xerasia (circoscritta alla prima metà del 1990), che pure frutta l’arrivo di Finn Arne Nielsen al basso e tre brani di death metal molto acerbo che i quattro rispedivano a chiunque mandasse loro un’audiocassetta vergine. Non fa in tempo a finire l’anno che il quartetto torna a essere un terzetto (Nielsen scrive ma non suona) e adotta il nome di Embryonic, registrando nel novembre dello stesso 1990 un’altra cassetta dal titolo di The Land Of The Lost Souls, sulla cui copertina campeggia — profeticamente — il Satana nell’Eden di Gustav Doré; il genere di riferimento resta invariato, cambiano invece — e in meglio — la forma e il gusto nella scrittura, per un risultato più vario e perfino più tecnico; nota di colore: al testo della title track mette mano anche un giovanissimo Håvard Ellefsen, conosciuto da tutti, nonne comprese, come Mortiis.

È il 1991 e se hai quindici anni ti puoi permettere di cambiare nome alla tua band una terza volta nell’arco di pochi mesi, per questo il progetto Embryonic viene abortito con buona pace dei pro-life e dai suoi scarti biologici nascono i Thou Shalt Suffer. Nella mente di Tomas e Vegard i TSS rappresentano la prima band con cui fare finalmente le cose sul serio, tant’è che a stretto giro registrano una demo di cinque nerissime tracce venate da occasionali note di tastiera. La maturazione è palese, la cattiveria pure, e nell’estate del ’91 la messicana Distorted Harmony stampa su 7” Open The Mysteries Of Your Creations; due nuove canzoni altrettanto ficcanti per un EP dedicato a due morti illustri di quel periodo: Per Yngve Ohlin (quello, sì) e lo sfortunato chitarrista degli Ancient Rites Philip Bollengier. Sembra una barzelletta, ma in pochi mesi e dopo aver pubblicato la demo Into The Woods Of Belial i Thou Shalt Suffer — che nel frattempo ricevono dal Governo un contributo per giovani artisti e assoldano anche Ildjarn e il futuro produttore Thorbjørn Akkerhaugen — entrano in uno stallo dal quale non si riprenderanno mai sul serio (ci sono una compilation nel 1997 e quello che è praticamente un disco solista di Vegard nel 2000, Somnium) — all’epoca, però Tomas e soci non vivono la faccenda in questi termini.


LA COLLERA DEL TIRANNO

Albrecht Dürer, La bestia a sette teste e la bestia con le corna di agnello, 1511 (Metropolitan Museum Of Art, New York)

Non la vivono in quei termini perché considerano la nascita del progetto Emperor come qualcosa da sviluppare, se non secondariamente, almeno parallelamente all’attività dei Thou Shalt Suffer, ma sappiamo tutti come andarono le cose. Nel 1992 Tomas mette la sua voce sulla marcissima demo di Ildjarn Seven Harmonies Of Uknown Truths ma, poco dopo, con Vegard (che nel frattempo prende a farsi chiamare Ygg, mentre Tomas diventa Samot) inizia a scrivere del materiale per la neonata creatura chiamando l’amico Mortiis a suonare basso e tastiere, sono gli Emperor. I tre provano e ri-provano assieme e il 13 aprile dello stesso anno suonano dal vivo per la prima volta condividendo il palco con gli altrettanto neonati Enslaved, i death-black metallers Algol, e i deathster misconosciuti Infinite Decay (con un giovanissimo Vidar Jensen, poi noto come Daemon, fondatore dei successivi ma altrettanto seminali Limbonic Art); il gruppo gira talmente bene che a maggio registra una demo di nove tracce per mezzora di musica, esce a luglio, si intitola Wrath Of The Tyrant e sulla sua copertina c’è un’opera di Albrecht Dürer raffigurante il Mostro con Sette Teste del libro della Rivelazione; la demo è una rivelazione per davvero: questi tre ragazzini sprigionano una malvagità nuova e inquietante, la chiamano black metal e qualcuno ci è arrivato prima di loro, ma non con questo punto di vista. Batteria e tastiere essenziali, chitarre che si perdono ancora un po’ insieme al basso e scream animalesco nei bozzetti di male in vista delle opere più articolate che verranno (“My Empire’s Doom” in pratica è una prima, embrionale versione di “Beyond The Great Vast Forest”).

In questo periodo in Norvegia, un paese che supera di poco i quattro milioni di abitanti (all’epoca), un tenore di vita piuttosto alto (grazie soprattutto alla scoperta del petrolio nel Mare del Nord nel 1969) e una storia criminale pressoché inesistente alcuni dei ragazzi che praticano determinati ambienti prendono una brutta piega, che va oltre il registrare dischi nello sgabuzzino, correre nei boschi come degli scemi o dipingersi la faccia. Cominciano le aggressioni, i roghi di chiese, gli omicidi, una serie di eventi che coinvolgerà pure Tomas, che a diciotto anni (era il 13 settembre del 1992) appicca un incendio alla chiesa del villaggio di Skjold in compagnia dell’amico piromane Kristian “Varg” Vikernes (che di anni ne aveva diciannove).

L’espressione «extreme music for extreme people», che ha fatto la fortuna del merchandising dei Morbid Angel, sintetizza nel modo migliore il fermento folle che caratterizzava i depravati ambienti creativi del black metal norvegese; dopo la prodezza di Skjold, Tomas/Samot(h) torna in saletta con Vegard (che adotta il definitivo nome di Ihsahn), Mortiis e il nuovo, poco raccomandabile, batterista di ruolo (su Wrath Of The Tyrant della batteria si occupava Samoth) Bård Guldvik Eithun, in arte Faust; i quattro registrano due nuove versioni di “Wrath Of The Tyrant” e “Night Of The Graveless Souls”, e aggiungono due nuovi brani che segnano una definitiva sterzata verso un black più elaborato e atmosferico: una è “Cosmic Keys To My Creations And Times”, l’altra è l’equivalente black metal di uno standard jazz, quella “I Am The Black Wizards” che manca poco la sappia canticchiare anche il vostro vecchio zio; due brani che questa volta sanno di rivoluzione e che impressionano Lee Barrett, un ragazzo inglese che viene dall’hardcore ma fonda, nel 1993, una delle etichette discografiche più importanti per l’intero movimento black metal, la Candlelight Records. L’EP Emperor è una delle primissime pubblicazioni firmate Candlelight — secondo i numeri di catalogo, la seconda dopo l’EP dei cugini Enslaved Hordanes Land (che in breve tempo diventerà parte di uno split proprio con Emperor) — e segna un punto di non ritorno per il genere, è il maggio del 1993: in copertina, su sfondo nero, si stagliano la morte a cavallo di Gustav Doré e un nuovo bellissimo logo in rosso, disegnato da un ventitreenne belga (di Gembloux) figlio di immigrati polacchi che si chiama Christophe “Volvox” Szpajdel e che nel giro di pochi anni diventa uno dei maestri dell’estetica del metal estremo.

Nell’estate di quell’anno la musica diventa tutt’uno con la cronaca nera, in un susseguirsi di eventi che creeranno un clamore mediatico senza precedenti e che segneranno in modo indelebile le vite degli artisti di cui vi raccontiamo. Il primo episodio di questa monografia si ferma qui, agli albori della leggenda Emperor.

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