“Trisagion” e l’eredità di Ethereal Shroud | Aristocrazia Webzine

“Trisagion” e l’eredità di Ethereal Shroud

Ci sono due regole non scritte e (quasi) universali nel mondo della musica in generale e dei listoni di fine anno in particolare. La prima è che quando ti capita un discone tra le mani c’è una buona probabilità che l’artista in questione sia passato a miglior vita o che il gruppo si sia sciolto. La seconda è che quando i giochi sono già belli che fatti per le fatidiche classifiche annuali, puntualmente nelle ultime due settimane di dicembre esce fuori un capolavoro che, se va bene, si beccherà giusto una menzione extra.

Il canto del cigno di Ethereal Shroud ricade in entrambe le casistiche. Trisagion è un disco black-doom immenso che conclude la parabola artistica di un progetto fin dall’inizio tumultuoso, sofferto e personalissimo, nato dalla mente del polistrumentista originario dell’Isola di Wight Joe Hawker, attivo in passato anche con Of Solitude And Solemn e tuttora con Aludra e Wisp. Persona dichiaratamente schiva e incazzata col mondo, di Hawker si sa per certa una cosa: è un fiero antifascista e sostenitore dei diritti LGBTQ+, essendone anche interessato in prima persona, una presa di posizione coraggiosa in una scena e un genere musicale in cui l’indifferenza di tanti crea terreno fertile per l’odio e la discriminazione di (relativamente) pochi.

L’opera di Ethereal Shroud si spalma su un trittico di uscite che copre quasi un decennio. Absolution|Emptiness è la prima tappa di questa discesa negli abissi interiori, demo del 2013 che a conti fatti è un debutto autoprodotto e poi ristampato da Northern Silence qualche anno dopo: ancora un po’ acerbo (Hawker era appena ventenne) ma con le idee piuttosto chiare nel suo black gelido che attinge prevalentemente dal filone atmosferico, arricchito da tastiere e torrenti di riverberatissimi riff in tremolo. Tre tracce vere e proprie — inframezzate da interludi ad hoc — che già nove anni fa mostravano delle solide basi in termini di composizione e varietà.

 


La maturità

Un deciso passo avanti Hawker lo compie appena due anni dopo con They Became The Falling Ash, che lo pone sui radar degli aficionado del genere. Purtroppo pare non esistano interviste da cui attingere ulteriori informazioni, ma spulciando nei meandri dei social questo disco nasce come la prima parte di una trilogia, un viaggio catartico e terapeutico per affrontare traumi irrisolti e sofferenze passate e presenti. Apre le danze “Look Upon The Light”, che introduce una componente (funeral) doom e si protrae per ben 24 minuti equilibrati e mai noiosi. Sarà questa una costante di Ethereal Shroud, che tra questo disco e il successivo non si farà intimidire da minutaggi monstreThey Became The Falling Ash è un lavoro la cui genesi è durata per molto tempo, da ben prima dell’uscita di Absolution|Emptiness, e non sorprende che i testi — per la prima volta disponibili e unica fonte per le tematiche al di là dei comunicati e di qualche post sui social — siano carichi di negatività nei confronti del mondo, delle ingiustizie e della vita stessa.

Le altre due tracce, “Desperation Hymn” ed “Echoes Of Snow”, sono altri due gioiellini che dosano sapientemente violenza e solennità con l’ago della bilancia perfettamente al centro. Unico lato negativo è la produzione che affossa un po’ il cantato: se da un lato la voce sta bene dov’è, alle spalle dei chitarroni protagonisti, dall’altro è riverberata al punto da confondersi con se stessa. Un remaster del 2020 (disponibile gratuitamente su Bandcamp, come altri suoi lavori) ha decisamente migliorato le cose.

Gli anni più recenti scombussolano non poco la vita e i progetti di Hawker. La pandemia e una sfilza di altri fattori — dalle svariate questioni sui diritti civili alla sua stessa salute mentale — rallentano a dismisura la composizione del nuovo Ethereal Shroud, al punto che il secondo album intitolato Spirit Dialogue viene accantonato in via definitiva. Nel 2020 esce però Lanterns, un singolo autoconclusivo legato a doppio filo a una crisi che quasi porta l’artista al suicidio due anni prima. Caratterizzato da una luminosità inedita, la sensazione è quella di tornare a galla appena in tempo prima di terminare l’ossigeno, di riuscire a salvarsi in extremis grazie a quel briciolo di forza rimasto in corpo.


La consacrazione e la fine

Superata questa fase di impasse, nel dicembre 2021 arriva Trisagion, un disco epico che per la prima volta vede all’opera altri musicisti. Il titolo può essere inteso come un riferimento su diversi livelli: terzo album, composto da tre inni, ciascuno dei quali suddiviso idealmente in tre parti. Il salto in avanti in termini qualitativi è pazzesco: la produzione è finalmente professionale, la batteria è finalmente vera con tutto ciò che ne consegue e l’ora piena di ascolto vola via come se nulla fosse. Trisagion è tra i dischi black migliori dello scorso anno e gode innanzitutto di un artwork di impatto, nonché di elementi inediti finora come la voce femminile di Shannon Greaves sull’iniziale “Chasmal Fires” e la viola di Richard Spencer (quello dei Ba’al, non il suprematista bianco).

Nonostante sia stato composto a più riprese nel corso di quindici anni, i testi guardano più al presente che al passato, a sistemi sociali ritenuti immutabili, alla religione, alla sete di denaro e potere che plasma la società facendola marcire dall’interno. Un’opera ricchissima di sfumature, intima e universale, che lascia intravedere la fine di un tunnel e una condizione di ritrovata speranza nei momenti più ottimisti — per così dire — che fanno capolino qua e là. Purtroppo, a pochi giorni dall’uscita, si viene a sapere che Trisagion è anche la pietra tombale di Ethereal Shroud: tassello finale di un percorso di guarigione e perfetto sigillo a un capitolo lunghissimo della vita di Hawker con la malinconia finale di “Astral Mariner”.

Cosa ci consegna Ethereal Shroud chiudendo il cerchio quasi decennale di questo progetto? Sicuramente una gran dose di malessere esistenziale, di quello che solo qualcuno parte integrante di una minoranza può riuscire a esprimere. La parabola artistica di Joe Hawker ci lascia la consapevolezza che, alla fine, forse, dopo anni e anni di sofferenze si arriva a intravedere un barlume di speranza, o anche semplicemente di accettazione o di senso della vita,  anche solo per se stessi, continuando a restare isolati dal resto del mondo. E poi sì, pure tre dischi che spiccano nel black metal di culto dell’ultimo decennio.