8 dischi con Kvohst da (ri)scoprire

Otto dischi con Kvohst da (ri)scoprire

Che lo conosciate con il suo vero nome o come Kvohst, se avete seguito un po’ la scena musicale estrema (ma non solo) degli ultimi vent’anni, saprete una cosa o due su Mat McNerney. Un artista che muovendosi da un Paese all’altro attraverso le propaggini settentrionali dell’Europa è riuscito a esplorare territori musicali parecchio diversi tra loro, mantenendo come uniche costanti della sua produzione una instancabile ricerca sonora e un’invidiabile versatilità vocale.

Nato a Wimbledon, nei sobborghi di Londra, la sua carriera inizia a dodici anni, con due demo appena rintracciabili oggi, Hauriam Oscula De Te e Krull, opera della stessa band ma sotto due nomi diversi (Vomitorium e The Tragedians). La prima metà della carriera di Kvohst — nonché il primo decennio degli anni Duemila — è di stampo quasi esclusivamente black sperimentale, a cavallo tra il Regno Unito (Void e Code) e la Norvegia, nella quale andrà a vivere, con i colossi del genere Dødheimsgard.

Una netta linea di separazione può essere tracciata proprio in concomitanza con Resplendent Grotesque, nel 2009: dopo un rapido salto in ambito death con i Gangrenator, Kvohst chiude i conti con il passato e quasi mette da parte il soprannome, preferendogli il nome di battesimo in seguito a una ritrovata coscienza di sé, e si trasferisce in Finlandia. Gli anni Dieci vedono l’estro di McNerney dividersi tra il folk ancestrale degli Hexvessel e le profezie apocalittiche in salsa gothic rock/post-punk dei Grave Pleasures (precedentemente Beastmilk, con Climax assoluta pietra miliare del decennio). Quasi come un fulmine a ciel sereno, il cantante d’Albione torna infine al nero metallo lo scorso anno, con i The Deathtrip.

Una carriera dalle mille sfaccettature, quindi, e dalle altrettante collaborazioni sparse: vi proponiamo qui una selezione dei lavori più significativi, integrabile a piacimento vista l’assoluta qualità di quanto lasciato fuori.


VOID
Posthuman
(Nocturnal Art Productions, 2003)
Il periodo a cavallo tra la seconda metà degli anni ’90 e i primi anni ’00 è stato particolarmente ricco di sperimentazioni in ambito black, nello specifico quelle tendenti ad atmosfere asettiche e industrial. Posthuman dei britannici Void — uscito per l’etichetta di Samoth (Nocturnal Art) — ne è un chiaro esempio, disco abbastanza ostico per chi non è avvezzo a certe sonorità in cui McNerney figura come Ionman. Suo compare in questo viaggio ossessivo è OCD (Matt Jarman) e il risultato non può non ricordare nomi fondamentali del genere come i Thorns o i Dødheimsgard di 666 International (non è un caso che a questi ultimi si accosteranno entrambi i musicisti, in momenti futuri). La prova di Kvohst su Posthuman si alterna tra scream piuttosto rochi e voci cariche di effetti e fa da ottimo contraltare alla ruvidezza della musica, che si avvale di parecchia elettronica in aggiunta ai toni glaciali delle chitarre. Un po’ di lampi sonori futuristici qui, qualche sferzata black là e il piatto è servito: il primo disco dei Void incarna alla perfezione gli stilemi di una nicchia molto specifica, e lo fa senza alcun calo di tensione lungo tutta la sua durata.


DØDHEIMSGARD
Supervillain Outcast
(Moonfog Productions, 2007)
Passano quattro anni e le coordinate stilistiche rimangono simili: come detto poco più su, Kvohst approda alla corte dei norvegesi Dødheimsgard per registrare l’unico disco che lo vedrà in formazione, Supervillain Outcast, successore del maestoso 666 International uscito sul finire dello scorso millennio. Chiamato al difficile compito di sostituire Aldrahn, il Nostro dà il suo contributo a un disco dalle mille sfaccettature, estremamente variegato ma che scorre benissimo da una traccia all’altra. Le atmosfere orientaleggianti di “Dushman” danno il via a un delirio di sperimentazioni nella forma e nei contenuti: uno degli episodi destinati a rimanere più in testa è “The Snuff Dreams Are Made Of”, in cui sintetizzatori malati e flauti campionati si mischiano a riff chirurgici e alla batteria frenetica di Czral (una delle sue ultime prove prima dell’incidente del 2005, dopo il quale si dedicherà alla chitarra). Kvohst si esibisce a cavallo tra il suo peculiare scream ruvido e un pulito melodico che trova spazio qua e là nei brani, assoluto protagonista nei tre intermezzi a cappella (“Secret Identity”, “Chrome Balaclava” e “Cellar Door”) e in pezzi meno tirati ma ugualmente psicotici, come l’ipnotica “All Is Not Self”. Supervillain Outcast è un disco che a un primo ascolto può sembrare eterogeneo e dispersivo, motivo per cui ha attirato parecchie critiche su di sé:  il sottoscritto lo vede più come un compendio della visione schizofrenica dei Dødheimsgard, nonché uno dei tanti gioielli della loro discografia.


DECREPIT SPECTRE
Coal Black Hearses
(Paradigms Recordings, 2008)
È un lavoro minore quello dei Decrepit Spectre, ma soltanto per via della mera durata che si attesta poco al di sopra del quarto d’ora e non certo per la qualità. Nel 2008 Kvohst è nel pieno della sua esperienza con i Code e, guarda caso, l’EP Coal Black Hearses vede in formazione il loro mastermind Aort (attivo anche con i Blutvial). Questo progetto ha un’origine televisiva, per così dire: le tematiche prendono spunto dall’eccellente serie Six Feet Under, apprezzata sia da Kvohst che dal chitarrista Heimoth e che ispira anche la copertina, richiamandone i titoli di testa. La musica dei Decrepit Spectre si attesta su un black melodico e mai troppo spinto, tre pezzi dal retrogusto prog che non si soffermano troppo a lungo sulle soluzioni proposte, mantenendo alta l’attenzione di chi ascolta. Le voci trovano un perfetto equilibrio tra puliti pomposi e ricchi di armonie, come nel ritornello di “Stranded Angels”, e il caratteristico scream, in certi frangenti accostabile a quello di Ihsahn ma estremamente personale. A tutto ciò aggiungiamo un mix ineccepibile, con tutti gli elementi al loro posto: il risultato è un disco che merita di essere rispolverato, con una punta di rammarico per il mancato sviluppo di un progetto così promettente.


CODE
Resplendent Grotesque
(Tabu Recordings, 2009)
Insieme ai già citati Void, i Code sono l’altra band black di Kvohst, fondati nel 1998 come Seasonal Code insieme ad Aort. Considerabili alla stregua di un supergruppo, visto che già il primo Nouveau Gloaming vede un certo Vicotnik al basso e Aiwarikiar (aka Eric Lancelot, dei leggendari primi Ulver) alla batteria, il secondo Resplendent Grotesque del 2009 è una gemma assoluta, un concentrato di progressive black metal malvagio e sofisticato, che stavolta annovera Adrian Erlandsson dietro le pelli e anche Aðalbjörn Tryggvason dei Sólstafir in veste di corista. La prova di Kvohst è ineccepibile, con grandissimo spazio lasciato al cantato pulito — influenzato per sua stessa ammissione addirittura da Horses di Patti Smith — il cui range trova i suoi estremi sulla cattivissima “Possession In The Medicine” e su “I Hold The Light”, unico brano con voce del tutto pulita in questi due dischi, con un equilibrio perfetto su episodi come “A Sutra Of Wounds”. Con Resplendent Grotesque i Code si aggiudicheranno anche una nomination ai Grammy norvegesi; dopodiché, come ben sappiamo, la band virerà man mano verso altri lidi, così come Kvohst si spoglierà delle sue vesti da blackster per un bel po’ di anni.


GANGRENATOR
Tales From A Thousand Graves
(Apocalyptic Empire Records, 2010)
Ammetto che questo titolo mi era completamente sconosciuto, prima di fare della sana ricerca in vista di questo articolo. I Gangrenator sono quanto di meno ci si possa aspettare da una mente come quella di McNerney (per l’occasione McMercenery), che ci ha sempre abituati a cose quantomeno ricercate. Tales From A Thousand Graves è grezzume allo stato puro, un disco death-grind che vede impegnati altri tre musicisti norvegesi (tra cui un tale Salvatore Amore alla batteria, sicuramente originario di Trondheim) e omaggia la vecchia scuola con spensieratezza e un maledettissimo groove che trascina l’ascoltatore in un vortice di nefandezze. Le chitarre urlano HM-2 a ogni plettrata, mentre la voce si pone a metà strada tra le due rive dell’Atlantico — un misto tra i primi Chuck Schuldiner e Patrick Mameli — con qualche vocalizzo qua e là a richiamare il buon Tom G. Warrior. Uscito sulla norvegese Apocalyptic Empire, un disco da recuperare assolutamente se volete spararvi quasi mezz’ora di death scanzonato e imprevedibile.


HEXVESSEL
No Holier Temple
(Svart Records, 2012)
Il 2009 può essere considerato il giro di boa per la carriera di McNerney, anno che l’ha visto accantonare il black per un bel pezzo e fondare gli Hexvessel, progetto diametralmente opposto sul piano musicale. Il debutto Dawnbearer, uscito due anni dopo, avrebbe meritato altrettanto l’inclusione in questa lista; il seguito No Holier Temple non è altro che la conferma dell’eccellenza della nuova incarnazione del cantante, che presenta arrangiamenti più asciutti pur mantenendo una grande varietà nelle composizioni. Forse il passaggio dalla frenesia di Londra a posti più isolati (la Lapponia norvegese prima e Tampere poi) ha spinto McNerney a ricercare sonorità più intime: il risultato è un folk dalle fortissime tinte psichedeliche, che omaggia tanto la terra d’origine — molti i richiami alla scena di Canterbury e ai primi vagiti prog —  quanto il proto-doom, con le sue tendenze occulte, degli anni ’60 e ’70. Tra fiati di vario genere, fisarmoniche, addirittura uno scacciapensieri, un nuovo McNerney in veste di sciamano con i suoi Hexvessel accompagna l’ascoltatore in luoghi misteriosi, dal fascino pagano, narrando di legami ultraterreni tra uomo e natura e dell’eredità di villaggi, usanze e riti sepolti nel tempo.


GRAVE PLEASURES
Motherblood
(Century Media Records, 2017)
Ci sono due motivi per cui Motherblood rientra in questa lista. Il primo è che Climax dei Beastmilk è già finito sul nostro listone del decennio appena concluso; il secondo è che si tratta di un disco della madonna. La breve avventura con il primo nome termina nel 2015 in seguito a tensioni interne, con gli unici membri originali McNerney e Valtteri Arino (basso) a raccoglierne l’eredità nella forma dei Grave Pleasures insieme a Juho Vanhanen (Jun-His degli Oranssi Pazuzu) e altri. Dopo un primo lavoro un po’ debole, Dreamcrash, il botto arriva nel 2017 con un album che può essere considerato l’erede spirituale di Climax: fin dalla terremotante “Infatuation Overkill” ritroviamo infatti la stessa verve, lo stesso post-punk figlio del gothic rock anni ’80 e intriso di un sentore apocalittico, le stesse storie d’amore vissute in barba all’olocausto nucleare. Trainato da una sezione ritmica clamorosa, con il basso di Arino che ruggisce senza sosta, e dalla voce baritonale ma dalle linee variegate di McNerney, Motherblood è un inno alla spensieratezza di fronte a un destino inevitabile, che spinge a ballare prendendosi gioco dell’apocalisse imminente e da cui tutti potremmo trarre più di uno spunto.


THE DEATHTRIP
Demon Solar Totem
(Profound Lore Records, 2019)
Il ritorno a sorpresa al nero ovile, al di fuori delle varie ospitate lungo l’ultimo decennio, arriva lo scorso anno grazie a Profound Lore e ai The Deathtrip. La storia un po’ si ripete: anche questa volta, come dodici anni prima, il cantante britannico si ritrova a sostituire Aldrahn, presente sul precedente Deep Drone Master. Inutile dire che la curiosità — dopo anni dedicati ad altri generi — era alta, e Demon Solar Totem coglie nel segno collocandosi idealmente agli albori dell’avanguardia black di metà anni ’90 e caratterizzandosi come una delle prove più versatili e teatrali di Kvohst, che fa tesoro dell’esperienza maturata nei generi più disparati. Il disco, dal canto suo, è un’ottima miscela di black asciutto frammisto a episodi più solenni (come il finale di “Angel Fossils”), con picchi di assoluto valore quali “Abraxas Mirror” e la title track. Forse leggermente monocorde sulla lunga distanza, unica pecca che tuttavia non preclude la godibilità di un lavoro che comunque si distingue nettamente nel panorama attuale.


Durante gli ultimi dieci anni, McNerney non ha comunque mancato di mettere il suo zampino in una moltitudine di progetti più o meno vicini ai suoi territori prediletti. Parliamo ad esempio della titanica “Sol’Yata” dei Dark Buddha Rising (da Abyssolute Transfinite) o di collaborazioni con gruppi affini al suo background black metal come Secrets Of The Moon e Seth (rispettivamente su Seven BellsThe Howling Spirit). Divagazioni elettroniche le troviamo invece nelle sue comparsate con i Crown (Natron) e, soprattutto, in uno dei fenomeni synthwave degli ultimi anni, Carpenter Brut con il suo Leather Teeth. Ultima ospitata ma non per importanza, alla corte di Nergal per il prossimo disco dei Me And That Man, dove si presta al country su “Burning Churches”. Tutta roba che trovate nella playlist — mai rappresentativa a sufficienza — a inizio articolo.


DISCLAIMER: la foto in cima all’articolo è proprietà esclusiva dell’autore Andy Ford, riprodotta su gentile concessione. / Picture on top of the article is copyright of the author Andy Ford, reproduced with kind permission.

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