Le nozze segrete di Punk e Jazz: la nascita del Brutal Prog

BRUTAL PROG – Parte I

Scommetto sul fatto che la maggior parte di noi, crescendo e ampliando man mano la propria conoscenza musicale, si è creata nella propria mente delle macro-categorie, le quali permettono di contestualizzare e distinguere non soltanto le sonorità, ma anche le dinamiche storiche e gli ideali che hanno portato alla nascita di nuovi generi musicali e che ne hanno segnato, a volte, i conflitti con la tradizione musicale precedente. Nel periodo che va dalla fine degli anni ’60 ai primi anni ‘80 si presenta una situazione simile tra il sempre più influente progressive rock e la successiva ondata di anarchia e sfrontatezza del punk, il quale può essere inteso, sotto un aspetto particolare e non onnicomprensivo, come una risposta (o semplicemente un’alternativa) all’eccessiva pulizia e astrusità delle sonorità prog. Lungi dal voler riassumere l’intera dinamica dello sviluppo musicale di quegli anni così prolifici, questa introduzione, anche a costo di apparire un po’ imprecisa e superficiale, punta a mettere in luce una dinamica che per quanto approssimativa risulta vera: l’innata dimensione di conflitto e di apparente incompatibilità che sussiste tra alcuni generi musicali, dovuta alla inalienabile matrice sociale e ideologica che ha plasmato la mente dei protagonisti delle diverse scene.

Dopo aver dato per appurato questo fatto, bisogna mettere in luce l’esistenza di alcune figure che, al contrario di ciò si è visto poco sopra, hanno letteralmente fatto saltare in aria questi muri e messo a tacere questi conflitti, dando vita a qualcosa di mai ascoltato prima. L’argomento di questo articolo, riassunto e classificato spesso con il nome di brutal prog, altro non è che il risultato di una fusione, attuata attraverso formule mai identiche, tra la preparazione tecnica e l’esuberanza dei musicisti di scuola jazz (genere che ha già sperimentato negli anni ’60, con la corrente del free jazz, le potenzialità caotiche e distruttive giacenti all’interno dei suoi stessi stilemi) e progressive e la natura scapestrata e distruttiva dell’hardcore e del punk. Il gruppo che conia questo termine e che ne rappresenta tutti gli ideali sono i The Flying Luttenbachers, sorti sul finire degli anni ’80 a Chicago; prima di concentrarsi su di loro, però, risulta utile contestualizzare la loro idea di musica, gettando una rapida occhiata a ciò che li ha preceduti e ispirati.

Il punto da cui iniziare questo excursus è l’America in bilico tra anni ’70 e ’80, il luogo e il periodo in cui numerosi fermenti culturali e musicali danno avvio a un fecondo, anche se abbastanza breve, processo di ibridazione e scambio di idee; prodotto di tale processo è quel fenomeno che comunemente viene denominato no wave e che durò, nella sua forma più pura, dal ’75 al ’79 (per farsi un idea sull’identità e lo stile dei protagonisti di questi anni, consiglio l’ascolto della compilation assemblata e prodotta da Brian Eno, No New York). Ciò che rende peculiare la no wave è l’incontro della mentalità punk dura e cruda con sonorità che si spingono alla cacofonia, all’aritmia e a distorsioni estreme, mix che si dimostra fondamentale per moltissimi gruppi sorti negli anni appena successivi, basti pensare all’oscurità e alla pesantezza dei primi lavori degli Swans o all’ultimo disco dei Daughters.

All’interno di questa ristretta ma prolifica fucina di idee si stagliano alcuni individui che iniziano a impiantare le caratteristiche strutturali della no wave dentro le sonorità jazz; è da qui che dobbiamo far iniziare questa discesa negli inferi della sperimentazione.


THE LOUNGE LIZARDS
The Lounge Lizards
(Editions EG, 1981)

Le Lucertole da Salotto si formano sul finire degli anni ’70 e lasciano un segno indelebile nella storia della musica con il loro album di debutto, uscito nel 1981. Tale cicatrice, per quanto molto piccola sotto il profilo della durata (il progetto vive molto poco e il suo contributo può dirsi limitato a questo primo disco), si dimostra talmente profonda da non poter essere rimarginata. La rivoluzione inaugurata dai The Lounge Lizards si incentra in primo luogo sul talento e l’estremo sincretismo compositivo del sassofonista John Lurie, capace di proporre continui cambi di registro e di esprimere un ventaglio di emozioni amplissimo.

Già dalla traccia d’apertura, “Incident On South Street”, ci si ritrova sconcertati dalla semplicità con la quale il tono del sassofono cambia lentamente direzione e velocità, accompagnato da un giro ipnotico di pianoforte, culminando in uno zenit letale come un attacco cardiaco, con tanto di aritmie sempre più angoscianti e un finale secco e definitivo. Ascoltando questo crescendo, ci si accorge tuttavia di un’altra componente che contribuisce a decostruire gli stilemi del classico quintetto jazz: la chitarra. La seconda colonna su cui questo tempio dello sperimentalismo si regge è Arto Lindsay, chitarrista famoso per il suo lavoro con i DNA (gruppo centrale della scena no wave newyorkese) e per la sua innata capacità di spremere dalle corde del suo strumento suoni soffocanti, metallici e deliranti. È proprio la sua anima scapestrata a contagiare l’intero quintetto, portandolo a compiere dei veri e propri atti di terrorismo sonoro (come nella parte finale di “Wangling”) senza però rinnegare l’anima jazz del progetto, che pulsa senza mai adombrarsi.


CONTORTIONS
Buy
(ZE, 1979)

Altra figura imprescindibile all’interno di questa particolare corrente musicale è quella di James Chance, cantante e sassofonista, anch’egli specializzato in sonorità eccentriche e sopra le righe. Uno dei suoi progetti più importanti è la collaborazione con un ensemble di musicisti conosciuti come Contortions e il loro primo disco, Buy, uscito nel 1979. A differenza dei The Lounge Lizards, la base di partenza non è il jazz ma un insieme di sonorità tratte dal punk, dal funk e dalle atmosfere claustrofobiche della no wave.

Lungo l’intera opera si assiste a continui salti tra ritmiche scatenate, intrise di groove funkeggiante (esasperate su “Contort Yourself”) e suoni ondeggianti e distorti, indirizzati lungo binari ritmici atipici, liquidi ed evanescenti (come sul finale di “My Infatuation”). Il filo rosso che collega questi diversi spunti è la performance, sia canora che strumentale, di James Chance, pervasa da un’energia esplosiva e schizofrenica, capace di contorcere spirito e carne allo stesso tempo. Dando uno spulciata a qualche video dei suoi vecchi live insieme a questi artisti, ci si rende conto di come l’anima e il groove del jazz siano stati posseduti da un demone venuto dal girone più profondo dell’inferno, capace di trasformare un lounge bar in un delirante sanatorio: chitarre che emettono suoni strillanti e atonali tessute su basi ridondanti e ipnotiche, un cantato esplosivo e un sassofono che guida con i suoi monologhi questa opera di decostruzione musicale. Come già accennato poco sopra, in questo caso il jazz si presenta unicamente tramite interventi fulminei e sempre diversi, non fungendo da base né concettuale né sonora per il sound definitivo di questo progetto musicale.


16-17
Gyatso
(Pathological Records, 1994)

Prima di parlare dei già citati The Flying Luttenbachers, urge dare un’occhiata al Vecchio Continente, per verificare se questa ondata di schizofrenia compositiva sia giunta anche da questa parte dell’Oceano. Ovviamente la risposta è sì e i principali untori di questo straordinario morbo sono i 16-17, nati nel 1983 in Svizzera. Ancora prima dei Luttenbachers, il trio elvetico inizia a partorire opere di immane pesantezza e imponenza, trasportando su nastro ciò che può essere scambiato come l’ennesimo bombardamento a tappeto sul Fronte Occidentale. Dopo essersi fatti conoscere già nella prima metà degli anni ’80 con Buffbunker And Hardkore (Vision, 1984) e 16-17 (ReR Megacorp, 1988), giungono finalmente alle orecchie di Kevin Martin, fondatore dei GOD e collaboratore di Justin Broadrick nei Techno Animal. Martin collabora, insieme a G.C. Green (ex-membro dei Godflesh), alla produzione del primo album dei 16-17 con i risultati che realizzano appieno le aspettative.

Gyatso (che potete ascoltare su Bandcamp) è un capolavoro che trae linfa vitale dal free jazz europeo anni ’60 (Peter Brötzmann in primis), ma presenta molte affinità con gli stilemi classici dell’industrial: un basso rimbombante, sezioni di batteria taglienti e sporadici campionamenti che rendono l’ascolto ancora più devastante. Ciò che spicca al di sopra di questa solida base industrial è il sassofono di Alex Buess, che tesse instancabile trame caotiche e disperate, come una tempesta che sovrasta un campo di battaglia. I 16-17 sono la prova di come la foga di sperimentazione e il sincretismo portino a risultati sempre diversi e di come il free jazz abbia cambiato per sempre il modo di intendere la musica estrema: ogni sottogenere musicale dovrà d’ora in poi guardarsi le spalle.


THE FLYING LUTTENBACHERS
Destroy All Music
(Bourgeois / Elevated Chimp Records / ugEXPLODE, 1995)

La loro storia si svolge intorno all’eccentrica figura di Weasel Walter che, sul finire degli anni ’80, si trasferisce a Chicago per ampliare le sue capacità con la batteria e toccare con mano la fiorente scena jazz locale. Girovagando tra aule e sale prove durante il giorno e percorrendo gli innumerevoli locali jazz della città di notte, Walter entra in contatto con Hal Russell, sassofonista con molta esperienza alle spalle e dalla grande sete di sperimentazione. Dall’incontro tra l’anziano maestro e il giovane e irrequieto allievo nasce la prima delle tante incarnazioni dei The Flying Luttenbachers, nome che omaggia la figura dello stesso Russell, il cui nome completo è Harold Russell Luttenbacher.

Dopo la morte di Russell nel 1992 e un album con una nuova formazione nel 1994, la band torna in campo nel 1995 con un disco che, già soltanto dal nome, tradisce le sue intenzioni: Destroy All Music. In questo agglomerato di misantropia e impulsi anarchici il quintetto si esibisce in performance sospese tra demenza e dissacrazione, riuscendo a donare a ogni cavalcata di batteria e a ogni stridio emesso dai sassofoni la forma di una inarrestabile carica di mezzi corazzati (“Fist Through Glass”: non aggiungo altro). La pesantezza dei loro cingoli e lo sferragliante incedere delle armi non risparmia nessuna zona della psiche, lasciando dietro di sé solo un informe ammasso di materia grigia, frammentata e incapace di mettere a fuoco ciò che la ha appena travolta.

Con Destroy All Music il jazz assume connotati mostruosi e quasi irriconoscibili, lasciando come unico ricordo di sé la vena di improvvisazione e il mirabile lavoro dei sassofoni; ogni briciolo di raziocinio o di nobiltà viene sacrificato (insieme a ogni nozione comune di melodia e armonia) in nome della Bestia che porta il nome di Hardcore. Ascoltando questo disco, le sensazioni si sovrappongono con velocità sconcertante, tutta la malvagità e la pazzia che la musica è in grado di trasmettere sono qui incamerate in un’armatura dalle sembianze mutevoli e sconvolgenti. Ciò che ci si trova di fronte è il puro annichilimento di ogni distinzione di genere e della condensazione di tutto ciò che di libero e inquietante è racchiuso nel raziocinio umano.


THE FLYING LUTTENBACHERS
Revenge
(Skin Graft Records, ugEXPLODE, 1996)

Dopo un disco come Destroy All Music è difficile riuscire a immaginare un abisso ancora più distruttivo, ma il viaggio verso l’inferno è solo all’inizio. I The Flying Luttenbachers assumono la forma di un power trio (visti i conflitti di Walter con gli altri quattro membri della band) in Revenge, terzo lavoro del gruppo che può essere inteso come un nuovo debutto, sia a causa della nuova formazione sia delle sonorità offerte. A quanto pare l’etichetta punk-jazz inizia a stare stretta a Walter, il quale lascia insinuare all’interno dei nuovi brani dosi massicce di ritmiche e dinamiche tratte dai canoni death metal e grindcore, condite con una genuina quantità di noise apocalittico. Il sassofono sparisce quasi del tutto e lo strumento che diventa ancora più centrale è la chitarra di Chuck Falzone, che partorisce qualsiasi tipo di abominio ritmico e sonoro concepibile dalla mente umana. Provare per credere: basta un singolo ascolto di “Murder Machine Muzak” per comprendere le dimensioni e la ferocia di questa Idra dalle molteplici teste, oltre che per cogliere la grandissima forza di impatto dei riff di chitarra impregnati di marciume e sangue appena spillato. Ancora una volta, però, si coglie il richiamo esplicito a stilemi e ritmiche cari alla no wave pura e cruda, dove a farla da padrone sono le dissonanze e i loop ottenuti spremendo da ogni strumento il suo lato dissacrante e atipico (“Thoughts for Americans”).

Senza andare ad analizzare nei particolari la loro evoluzione, si può affermare che ogni album sfornato dai The Flying Luttenbachers, a partire da Costructive Destruction (ugEXPLODE, Quinnah Records, 1994) fino a Incarceration By Astraction (ugEXPLODE, 2007), aggiunge carne putrescente su una pila di cadaveri di ogni specie già alta come un palazzo a due piani. A ogni ascolto non facciamo altro che sporgerci da un terrazzo del terzo piano e notare che la pila sta per entrarci definitivamente dentro casa. È proprio questa insaziabile sete di sperimentazione, che porta a risultati di una brutalità uditiva inedita, a caratterizzare l’essenza di ciò che possiamo chiamare Brutal Prog.


Con questa prima tappa abbiamo cominciato a fare luce su cosa su cosa sia il Brutal Prog, sulle sue origini e sui suoi primi paladini. Il prossimo step ci porterà verso le terre del Sol Levante, che da sempre dicono la loro in modo singolare su tutto ciò che è sperimentale ed estremo. Intanto qui sotto trovate un po’ di brani rappresentativi dei dischi citati, escluso Gyatso, purtroppo non disponibile su Spotify.

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