Nuovi spunti e sonorità feroci nel brutal prog contemporaneo

BRUTAL PROG – Parte III

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Giunti a quest’ultimo capitolo vi sarete resi conto, oramai, della natura indomabile e polimorfa del brutal prog, schiva a qualsiasi tentativo di categorizzazione. All’interno di un arco temporale che va dal finire degli anni ’70 fino ai giorni nostri risulta quasi contraddittorio voler individuare una conformazione precisa e univoca per un genere che, sin dai suoi esordi, ha fatto della sperimentazione e del parossismo i propri cavalli di battaglia. Partendo dal terrorismo musicale dei Luttenbachers, passando per le deliranti suite orchestrali dei Koenjihyakkei, fino ad arrivare ai Lightning Bolt e ai FAT32 (di cui parleremo a breve), si rende timidamente palese, a noi ascoltatori, un filo rosso dalla natura astratta, non sempre identificabile con contenuti costanti e definiti.

Da ciò che abbiamo messo insieme finora possiamo comunque tirare delle somme: in primo luogo abbiamo evidenziato l’importanza del free jazz e della no wave, che sin dagli anni ’70 hanno fornito un arsenale variopinto e tremendo ai futuri paladini del brutal prog occidentale; subito dopo è emerso un inedito intreccio tra l’ultra-violenza dei Luttenbachers e l’opera avanguardistica dei Magma, che è confluito nella scuola brutal prog nipponica; giunti quindi al crocevia della contemporaneità questi diversi approcci si sono ramificati con ancora più forza, dando vita a sonorità figlie dei più disperati e audaci adulteri stilistici.


MERKABAH
Million Miles
(Instant Classic, 2017)
Ad aprire questo capitolo ci sono i Merkabah, gruppo polacco formatosi nel 2007 e con tre album all’attivo, dei quali Million Miles del 2017 si staglia come il più cristallino. C’è un ritorno in grande stile del sassofono, quasi sempre mancante nei gruppi presi in analisi nel capitolo precedente: la sua entrata in scena in “Solar Surfer” rivela fin da subito la vicinanza ai fulgidi esempi dei Luttenbachers e di John Zorn, riuscendo però a non oberare costantemente l’ascolto con velocità e frequenze assassine, mostrando al contrario il suo lato più elegante e onirico. Il lavoro del sassofonista, che fa da cartina tornasole per l’intero organismo dei Merkabah, si rivela come un microcosmo di sonorità e di approcci, che variano dal jazz più classico all’avantgarde jazz intriso di sfumature hardcore (pensate agli Zu di Carboniferous).

Osservando più da vicino il resto del comparto strumentale, si nota già dai primi brani l’influenza decisiva delle sonorità post-metal contemporanee e del progressive rock (esaltate su “Glaucous Gardens”); queste ultime, specialmente nel comparto chitarristico, contribuiscono a rendere Million Miles un disco poliedrico ed estremamente ragionato, in grado di edificare dei climax struggenti (come nel mezzo di “The Lion’s Throat”) e delle esplosioni di raffinata violenza, grazie a un uso limitato ma chirurgico di distorsioni, sintetizzatori e sfuriate di batteria. Ciò che rende i Merkabah un gruppo eccezionale e imperdibile, lasciando in secondo piano la grande tecnica strumentale, è la sopraffina capacità di scrittura. Ogni brano di Million Miles è un’avventura imprevedibile, sublime, ma allo stesso tempo estremamente fruibile. Perdersi tra tempi dispari, dissonanze e atmosfere eteree non è mai stato così piacevole, perché si riesce sempre a trovare il filo d’Arianna che permette di uscire da questi labirinti artistici e di comprenderli appieno.


LIGHTNING BOLT
Fantasy Empire
(Thrill Jockey, 2015)
Da questa lista non possono mancare i due Brian, ovviamente. I Lightning Bolt, costituiti dal binomio Gibson al basso e Chippendale alle batteria, rappresentano un esemplare unico nella scena musicale contemporanea, grazie alla loro mistica capacità di alimentare sonorità al limite del drone e ritmiche care al math rock più oltranzista con una sventagliata di ritornelli e sensazioni così orecchiabili da poter essere definite pop. Fantasy Empire del 2015 funge qui da semplice esempio, visto che si tratta di una delle opere più recenti. Infatti ogni disco del duo di Providence è composto ed eseguito all’insegna della policromia e dell’eccesso: una tempesta di distorsioni proveniente dal regno della fantasia e del grottesco che nel corso degli anni si è mantenuta costante, nonostante le diverse sfumature proprie di ogni disco, come accaduto per Sonic Citadel nel 2019.

La chiave di questi risultati sta tutta nella sovrannaturale abilità di Gibson nel tirar fuori dal suo basso sonorità policrome e contraddittorie, il risultato rappresenta un unicum nella scena brutal prog analizzata in questi capitoli. Psichedelia e dinamite, dissonanze e loop, melodie bizzarre e aritmia pura si intrecciano con l’altrettanto pionieristico stile di Chippendale, dietro le pelli e alla voce. Anche su questo frangente l’imprevedibilità la fa da padrona, bombardandoci con sfuriate dissonanti ai limiti dell’assurdo, ridondanze ipnotiche e una ferocia artistica a cui pochi individui possono ambire. A donare ancora più fascino e un senso di straniamento all’ascoltatore c’è la voce dello stesso Chippendale, cantilenante e quasi incomprensibile a causa delle numerose distorsioni a cui viene sottoposta. Infatti, oltre a disintegrare bacchette su bacchette e a eseguire passaggi al limite della pazzia, Chippendale distorce la propria voce attraverso pedali situati accanto alla sua postazione.

Sopravvissuti a questo tsunami di ritornelli e distorsioni, ci si rende conto di come i Lightning Bolt siano la prova vivente di una possibile unione tra brutal prog alla Luttenbachers e spirito pop, rimanendo tuttora un tassello inestimabile della scena musicale del nostro tempo.


FAT32
FAT32
(Web Of Mimicry, 2011)
Dopo i Lightning Bolt si passa a un altro duo, proveniente dalla Francia e con un solo disco all’attivo. Contrariamente alla coppia di Providence, Anto e John non godono di molta popolarità e rimangono, ahimè, nascosti nell’underground più oscuro della scena indipendente francese, nonostante l’inedito connubio sonoro proposto. Armati di batteria e sintetizzatori, i FAT32 (che prendono il nome proprio dal file system sviluppato da IBM prima e da Microsoft poi) hanno imbastito un cyber attacco sostenuto da sonorità elettroniche proprie della glitch (codificata in Germania e Giappone negli anni ’90) e da uno stile batteristico distorto e incessante. Caratteristica peculiare della musica glitch è l’utilizzo di sonorità proprie delle unità informatiche e digitali affette da malfunzionamento (compact disc, sistemi operativi, floppy e via discorrendo), unite nella maggior parte dei casi a una base di sintetizzatori impostata su sonorità eteree e ambientali, necessaria per controbilanciare l’artificialità e l’alienante presenza delle prime.

Questo mix già di per sé instabile viene hackerato e spinto agli estremi da Anto e John, i quali, pur incorporando molte sezioni distese e lineari all’interno dei brani (come la parte iniziale di “Temper”), alimentano il lato più dissonante della glitch con una sezione ritmica cara alla vecchia scuola brutal prog (Naked City e Flying Luttenbachers in primis). Il risultato finale genera un’atmosfera emotiva propria di un horror fantascientifico, popolato da macchine da guerra robotiche e roboanti, ma affette da movenze insicure e funamboliche, in alcuni momenti quasi clownesche. Lungo l’ascolto del disco ci si ritrova trasportati in un furioso headbanging fra le orbite di un universo strutturato sulle regole dell’informatica, paragonabile a un vecchio cabinato di Metal Slug nel bel mezzo di un cortocircuito.


PSUDOKU
Planetarisk Sudoku
(625 Thrashcore / Crucificados Pelo Sistema / Nerve Altar, 2014)
Psudoku è il nome di un progetto solista di Steinar Kittelsen, musicista norvegese che negli ultimi anni ha mostrato al suo ristretto pubblico come egli sia uno dei pochi artisti contemporanei a mettere in atto un sostenuto attacco ai confini stilistici del grindcore, cercando di spingerli ancora più a fondo nel pozzo di follia e putrescenza in cui questo genere si crogiola sin dalla sua nascita. Planetarisk Sudoku del 2014 è l’esemplare meglio riuscito di questa fabbrica di terrore e schizofrenia, vista la presenza straordinaria, oltre a Kittelsen (che manovra tutti i principali strumenti), di un sassofonista e  di un cantate: sapendo che si sta parlando di brutal prog e di grindcore nello stesso paragrafo, immagino che vi siate già fatti un’idea su cosa stiate per incontrare.

A differenza dei dischi precedentemente affrontati, in queste quattro tracce ci si trova davanti a un muro di batteria impenetrabile, mattoni su mattoni di blast beat impastati con intermezzi allucinogeni; incastonati in questa muraglia ritmica vi sono, inoltre, nugoli di sonorità elettroniche dalle più varie forme e atmosfere. Arrivati alla seconda traccia, ”NeURONaMO”, fanno il loro ingresso in scena voci sporadiche, animalesche e dal fetore alieno, una putrida ventata che trascina l’ascolto dalle vette dello sperimentalismo al fango del grindcore più ferino.

A spezzare l’ascolto e, per quanto sia possibile, a renderlo più digeribile vi sono numerosi stacchi e intermezzi, riempiti da giri di basso molto cadenzati e da riff dal sentore melodico, in alcuni punti quasi orchestrale (come nell’incipit e nel mezzo di “PsUDoPX.046245”). Tolti questi salvifici momenti di lucidità, c’è ben poco a cui aggrapparsi per evitare di essere risucchiati nel cosmo più profondo. Accostabili da una parte al delirio ideologico dei Flying Luttenbachers e vicini alle geometriche costruzioni del math rock e del jazz dall’altra, gli Psudoku innestano un solido esoscheletro di puro grindcore in mezzo a un ventaglio di sonorità care agli estremi sperimentalismi della scuola occidentale, aumentando esponenzialmente la loro carica distruttiva. Con Planetarisk Sudoku il brutal prog ha aggiunto un’altra tacca al calcio del suo fucile, mettendo in bacheca l’ennesimo esperimento compositivo al limite della realtà.


CHILD ABUSE
Cut And Run
(Lovepump United, 2010)
Un nome, una garanzia. I Child Abuse nascono nel 2004 e si strutturano intorno alla figura di Tim Dahl, bassista-cantante e figura chiave del brutal prog contemporaneo; non a caso è parte della nuova formazione dei The Flying Luttenbachers, contribuendo alla scrittura dei loro ultimi dischi. Cut And Run del 2010 è uno dei parti più mostruosi della scena musicale degli anni 2000, perché condensa in sé spunti sonori provenienti dai più luridi bassifondi dell’estremo. Al suo interno ritroviamo una cupa atmosfera sludge, incarnata nei ruggiti di Dahl e nella sezione ritmica che strizza l’occhio alle correnti più oltranziste della musica di matrice hardcore; questa fitta nebbia di negatività è squarciata da ancor più oscuri e deliranti suoni di sintetizzatori che alzano l’asticella della depravazione verso il caotico delirio del noisecore.

Ciò è reso possibile dall’utilizzo di volumi e sonorità che sembrano strappati ai Melt Banana per essere immerse a forza nella nera pozza del disagio. Un’atmosfera invasiva priva di qualsiasi compromesso e che vede la fruibilità col binocolo, con le componenti elettroniche a giocare il ruolo più alienante.  Al di sotto di questo muro di tenebre psicotrope vi è una marea ritmica in continuo movimento, che si dimena tra estri avanguardistici, aritmie e breakdown in puro stile hardcore. Con i Child Abuse ci si trova tra le mani un’idea artistica che mira alla sua stessa perversione e autodistruzione, messe in atto con estrema sapienza compositiva. Cut And Run è un disco per chi vuole toccare gli abissi della musica e fermarsi a giocare per qualche tempo con i resti umani e con i nefandi pensieri che vi giacciono insepolti, senza la certezza di riuscire a riemergerne con la propria psiche incolume.


Con questo capitolo termina il nostro itinerario nelle misteriose regioni del brutal prog, ognuna delle quali, da ciò che si è visto, nasconde diversi e pericolosi segreti. Armatevi dunque di coraggio e abbandonate ogni sicurezza per un’avventura ai confini delle sonorità, consci del fatto che al ritorno, nel bene e nel male, la vostra concezione della musica non sarà più la stessa.

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