Demoni e maschere: la via del Brutal Prog giapponese

BRUTAL PROG – Parte II

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Quando si parla di estremismi sonici una capatina in Giappone è d’obbligo, c’è poco da sindacare. Anche nel caso del Brutal Prog questa parentesi si rivela obbligatoria, vista la prematurità e la peculiarità delle mutazioni che questo genere musicale ha subito nelle terre del Sol Levante. La prima differenza che intercorre tra il filone occidentale e quello orientale va ricercata nelle loro radici, le quali si diramano in terreni sonori tra loro eterogenei. Mentre abbiamo messo in luce, nel capitolo precedente, lo stretto legame che unisce i deliri dei Luttenbachers con il free jazz e con la no wave, bisogna ora accennare a un’evoluzione sonora che si struttura su basi diverse, ma altrettanto feconde.

Le fondamenta del Brutal Prog nipponico si strutturano a partire dall’avanguardismo dei francesi Magma, gruppo fondamentale della scena prog anni ’70. La loro essenza si sviluppa nel nome della sperimentazione, mettendo sul piatto, oltre a un apparato strumentale di ampiezza enciclopedica, un uso molto particolare del cantato, sia dal punto di vista dello stile che della lingua. Il genere in cui si inseriscono è completamente inedito, tanto nel contenuto quanto nel nome stesso: questo stile compositivo, lo Zeuhl (che nella lingua inventata dal fondatore della band, il Kobaïan, significa celestiale) si struttura come un tributo molto ambizioso agli stilemi magniloquenti della musica classica, contagiato dallo sperimentalismo del jazz e dallo spirito del progressive rock di fine anni ’60 e inizio ’70. Il risultato di queste nozze stilistiche è una ventata di sensazioni e sentori che porta con sé altezza ed epicità, grazie alla sua struttura orchestrale, così come immagini e atmosfere quasi clownesche, sospese tra pàthos e risata. Insomma, un ventaglio di emozioni che accomuna i Magma all’estetica del teatro nelle sue facce opposte, ma connesse, di commedia e tragedia.

Data per appurata la nascita di questo particolarissimo genere musicale agli albori degli anni ’70 in Europa, ci si sorprende nel vedere come molti aspetti della musica dei Magma abbiano, nel giro di pochi anni, attraversato metà del globo per approdare in Giappone, assumendo forme ancora più particolari; tant’è che molti dei gruppi che ancora oggi possono essere identificati con l’etichetta Zeuhl vengono proprio dal paese del Sol Levante. Detto ciò, ecco qui di seguito cinque dischi di cinque band nipponiche per orientarsi al meglio in questa fitta foresta di sonorità.


RUINS
Stonehenge
(Shimmy Disc, 1990)
Annoverati tra i padrini del brutal prog nipponico, i Ruins si formano nel 1985 intorno alla figura di Tatsuya Yoshida, batterista e compositore famoso anche al di fuori del Giappone per la sua collaborazione con John Zorn all’interno dei Painkiller. I due elementi che mettono immediatamente in luce la diversità del loro sound rispetto ai gruppi occidentali sono: in primis, l’assenza del sassofono, elemento comune di tutti i progetti affrontati nel capitolo precedente; in secundis, la presenza quasi assillante della voce di Yoshida, che può essere letta come un’estremizzazione dello stile eccentrico e magniloquente dei Magma.

Stonehenge, del 1990, va considerato come il primo capolavoro sfornato da questo progetto e annoverato tra i manifesti del genere. La mancanza degli stilemi jazz viene compensata dalla miriade di espedienti compositivi messi in atto da Yoshida dietro le pelli, che riescono a donare ai brani pesantezza e una distorta armoniosità, mascherando sotto tempi dispari e continui cambi di velocità una struttura efficace e orecchiabile. Entità ancestrali vengono destate grazie a ritmiche tribali e imprevedibili, ordinate in processioni spiritiche colme di tragicità e pàthos da linee vocali al limite dell’assurdo e dal sentore onirico. Trasportandoci nel bel mezzo di un combattimento mortale tra demoni di varie specie (“Kibbutz”) e riuscendo a esprimere sentimenti drammatici e strazianti senza l’uso di parole umanamente comprensibili (“October”), i Ruins vanno riconosciuti, nella loro unicità e nel loro frenetico metodo espressivo, tra i padrini del contemporaneo math rock e come esempio vivente di come anche la pazzia e il delirio possano, con il giusto spirito, essere presi molto sul serio.


KOENJIHYAKKEI
Angherr Shisspa
(Magaibutsu, 2005)
Basta fare un salto di quindici anni ed ecco che ci si imbatte nuovamente in Yoshida, che dopo la fondazione dei Ruins e l’uscita del loro capolavoro, Stonehenge, decide insieme al suo collega Ryuichi Masuda di dar vita a un altro progetto: i Koenjihyakkei (che tradotto in italiano suona più o meno come Cento vedute di Koenji, dove Koenji è un quartiere di Tokyo). Prendendo come punto di partenza gli espedienti ritmici e l’esuberanza canora dei Ruins, questo progetto si spinge molto più lontano e in profondità, inserendo all’interno del suo insensato processo creativo altri strumenti, come il sassofono, vari tipi di tastiere e delle incredibili voci femminili. Con queste aggiunte dall’impatto espressivo fondamentale il gruppo si avvicina ancora di più, rispetto ai Ruins, alle sonorità zeuhl dei Magma, rimanendo però agli antipodi dei loro predecessori francesi dal punto di vista concettuale.

Partendo dal ruolo del sassofono, che con le sue incursioni rapsodiche e deliranti ricorda lo stile di James Chance e dei Luttenbachers, fino ad arrivare alle ritmiche che annichiliscono del tutto la presenza di tempi pari, si capisce la totale vocazione al caos di questi artisti e la loro particolare concezione del sublime. Devoto agli abissi della pazzia e non alle luminose altezze dell’armonia, Angherr Shisspa è un disco di difficile ascolto, ma nasconde espedienti tecnici e di scrittura di un’originalità inedita, riuscendo a condensare in un unico involucro ritmiche math rock, costruzioni canore orchestrali, free jazz e alcuni accenni di estremismo sonoro in stile hardcore. Da cotanta sinergia musicale segue un’esperienza d’ascolto indimenticabile, poiché, a differenza di alcuni lavori dei Luttenbachers (dove spesso la sperimentazione soffoca la fruibilità), con i Koenjihyakkei tutte le componenti sono tenute insieme da uno scheletro omogeneo, un mix ben bilanciato di coerenza e sregolatezza.


BONDAGE FRUIT
Bondage Fruit
(ISIS, 1994)
Il disco di debutto dei Bondage Fruit si innesta sulla già evidenziata radice zeuhl del brutal prog nipponico, riuscendo però a farsi riconoscere grazie a un utilizzo molto particolare delle chitarre e della sezione ritmica. Sin da subito si nota una forma di scrittura meno enfatica e policroma rispetto a quella dei Koenjihyakkei, pur riprendendo da essi lo stile del cantato e l’utilizzo di strumenti ad archi e tastiere di diverso tipo, sia analogiche che digitali.

Prediligendo un approccio unilaterale alla costruzione dei brani, i Bondage Fruit mettono molto spesso in risalto le distorsioni delle chitarre e le sonorità dirette e pungenti della batteria, mostrando in alcuni punti dei rimandi al noise rock occidentale anni ’90, qui molto più presente che negli esperimenti dei Koenjihyakkei e dei Ruins. Questo ovviamente non sta a indicare la mancanza di megalomania e di delirio compositivo da parte dei Nostri, i quali, rientrando in pieno nello stereotipo della stravaganza nipponica, condensano nelle ultime due tracce una potenza demolitrice degna dei Luttenbachers, ma incentrata solamente su corde, percussioni e voci, senza l’ausilio di strumenti a fiato. Ulteriore componente che crea un’aura eccentrica attorno al progetto è l’uso estremo di vibrafono, marimba e altri idiofoni: questi donano all’ascolto un notevole coefficiente di imprevedibilità, esplodendo nelle sezioni più accese e intrecciandosi con le voci e le percussioni nei momenti meno concitati. Il risultato finale è un disco che assimila le andature e le sfumature marziali dello zeuhl dei Magma, e le diluisce in un tessuto di sonorità e di ritmiche ancora più martellanti.


OPTICAL*8
Bug
(God Mountain, 1994)
Dopo Yoshida dei Ruins va messa in risalto l’opera di un altro musicista, dalla simile poliedricità e prolificità, fondamentale nella scena sperimentale giapponese: Otomo Yoshihide, chitarrista e compositore nato nel 1959 e con molti dischi all’attivo negli anni ‘90. Gli Optical*8 sono forse il progetto più compatto e fruibile a cui Yoshihide abbia partecipato, una sorta di sintesi degli innumerevoli spunti creativi  di questo artista. All’interno della produzione di questo gruppo Bug rappresenta la punta di diamante, lasciando intravedere sin dall’introduttiva “Deafening” una formula compositiva che stordisce e incalza senza sosta, rendendo l’ascolto quanto mai divertente. Ciò che negli Optical*8 segna una differenza notevole con il resto degli esponenti del brutal prog del Sol Levante (almeno con quelli presi in analisi nei paragrafi precedenti) risiede nelle loro sonorità e nelle influenze da cui esse traggono vita.

Cercando di disegnare una mappa quanto più intuitiva, possiamo collocare gli Optical*8 in una sezione intermedia, e per questo unica, situata in una vasta regione compresa tra lo zeuhl redivivo di scuola nipponica e il noise rock occidentale di scuola Jesus Lizard. Un terreno frastagliato, percorso da fiumi di sonorità lisergiche e lacerato da gole e strapiombi scavati nel terreno da distorsioni e ritmiche orecchiabili e morbosamente ipnotiche. In alcuni momenti si sente con chiarezza lo zampino del punk clownesco dei NoMeansNo e dei loro predecessori, i The Golden Palominos (nella opening track “Defeaning” e in “Cuff”), in altri l’irriverenza e la sfrontatezza del noise rock dei The Jesus Lizard e degli immortali Shellac; nella regione che volge a Oriente il paesaggio è costellato di incursioni canore e batteristiche care ai Koenjihyakkei, contornate da momenti infusi di sonorità psichedeliche vecchia scuola (come su “Night Fade”). Come se questo enorme arsenale non fosse già di per sé letale, il disco propone momenti di pazzia sonora fortemente sperimentali, una volta con cornamuse ubriache di distorsioni e campionamenti (“Cripples & Kings”) e un’altra con distorsioni al limite dell’industrial (“Bush Push”). Tra tutti i gruppi presi in considerazione in questo capitolo gli Optical*8 sono quelli che, più di tutti, hanno strizzato l’occhio a un gran numero di correnti musicali occidentali nate pochi anni prima, creando dalla loro fusione un prodotto inedito e imperdibile.


HAPPY FAMILY
Happy Family
(Cuneiform, 1995)
L’ultimo esempio che ci resta da segnalare sono gli Happy Family, formati nel 1987, e il loro primo e omonimo disco del 1995. Rispetto ai gruppi precedentemente citati sono due le differenze che saltano subito all’orecchio: per cominciare la completa assenza del cantato in favore di un approccio puramente strumentale; poi la messa da parte delle sonorità zeuhl in favore di suoni sgangherati e pagliacceschi, che possono ricordare lo stile di gruppi occidentali come i NoMeansNo. Ad accomunarli con  questi ultimi (e con gli Optical*8 del paragrafo precedente) vi è la grande enfasi posta sulle sonorità rimbombanti e ipnotiche del basso, affiancato questa volta da un uso smodato delle tastiere e di synth dalle sonorità spaziali, che finiscono per mettere in secondo piano le chitarre, le quali si sperticano in assoli e arpeggi dissonanti.

Ancora una volta il grande assente è il sassofono e insieme a lui anche le sonorità free jazz tanto care alla scuola occidentale, rimpiazzate da una riscoperta più canonica, ma allo stesso tempo parossistica, di ritmi e sonorità del prog rock anni ’70 della scuola King Crimson, palese in brani come “Partei”. Con gli Happy Family ci si situa di fatto su una linea che funge da alternativa sia alle sonorità free jazz occidentali che allo zeuhl dei Magma e dei suoi adepti nipponici, nominati poco sopra. Un risultato che mostra, con la sua natura ambigua, la grande malleabilità e l’infinito potenziale compositivo delle sonorità derivanti dal free jazz e dal rock sperimentale. Per l’ascoltatore risulta impossibile non perdersi all’interno di questo labirinto musicale, fuorviato da ritmi distesi e ridondanti (“Naked King”) immediatamente stravolti da sfuriate ritmiche demolitrici (come su “Rock And Young”, che apre il disco).


Concludiamo questo secondo capitolo sicuri di aver toccato i vertici più importanti del brutal prog giapponese con le sue incarnazioni più diverse, nonostante le numerosissime entità che popolano il sottobosco di questo genere e che vi invitiamo a esplorare (segnaliamo tra gli altri due titoli stra-consigliati: Mosaic degli Altered States e l’omonimo disco dei Korekyojinn). Nel terzo e ultimo capitolo prenderemo in considerazione la scena musicale contemporanea e, in particolare, alcune realtà artistiche che portano avanti l’evoluzione di questo vasto e variegato universo musicale, plasmando forme sempre nuove e imprevedibili.

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