Dieci anni di Bell Witch, oltre i confini del doom

Oltre i confini del doom: dieci anni di Bell Witch

Immaginiamo di trovarci in una torrida giornata estiva, di quelle in cui il Sole arrostisce le carrozzerie delle auto, il caldo fa versare litri di sudore e, magari, il simpatico vicino di casa di turno sta ascoltando a tutto volume il tormentone reggaeton dell’anno. Ecco, in una situazione del genere basta far partire un qualunque pezzo dei Bell Witch per far piombare la stanza nell’oscurità, avvolta da un gelo mortifero e dalla sensazione che i propri spettri interiori prendano magicamente la forma tetra di ombre spietate, pronte ad assalire l’anima. D’altronde, cos’altro aspettarsi da un gruppo che si è battezzato in onore di una delle leggende più agghiaccianti del folklore nordamericano?

© Lauren Lamp

Oltre alla capacità di suscitare nell’ascoltatore visioni spettrali di vario genere, uno dei motivi che distinguono i Bell Witch dalle altre (innumerevoli) realtà che popolano le nebbiose lande del doom è l’assenza di chitarre: infatti, sia i riff pesanti che le parti maggiormente votate alla melodia sono affidati al basso. A questa apparente scelta di economizzare dal punto di vista degli strumenti impiegati si contrappone una straordinaria ricchezza in termini di capacità compositiva e di sensibilità a livello concettuale; ogni disco dei Bell Witch si appella alla parte più oscura e sofferente di ogni individuo, regalando sensazioni che ciascuno può percepire a livello universale.

Proprio nel 2020 quello che oserei definire il progetto più straniante della scena doom nordamericana (e oltre) giunge al compimento del primo decennio di vita; è un valido pretesto per ripercorrere l’oscura via che ha portato i Bell Witch ad appropriarsi dei canoni di un genere già di per sé mortifero e malinconico come il funeral doom e a ridefinirli, creando un sound allo stesso tempo monolitico ed etereo, che nel tempo è diventato il loro biglietto da visita.


Una pallida alba: Demo 2011
(The Flense, 2011)

I Bell Witch provengono da Seattle, patria di gruppi illustri come Sunn O))) e Burning Witch. Proprio in questa città portuale, un giorno, un certo Dylan Desmond decide di utilizzare il suo basso per trascendere i canoni del doom fine a se stesso, offrendo all’ascoltatore un’esperienza catartica che mette faccia a faccia con i propri demoni. Non è da solo in questo funereo progetto: ad affiancarlo c’è il batterista Adrian Guerra, già compagno di avventure nei Lethe.

Siamo di fronte a un’opera di appena 37 minuti, con un artwork realizzato dallo stesso Adrian che rivela subito il suo contenuto oscuro e conturbante. La demo si compone di quattro tracce: l’introduttiva “Beneath The Mask” contiene un campionamento tratto dalla trasposizione cinematografica de La Maschera Della Morte Rossa di Edgar Allan-Poe, fra l’altro con un attore del calibro di Vincent Price. Le successive presentano atmosfere molto tetre, mentre l’uso peculiare del basso non fa rimpiangere l’assenza di una chitarra, privilegiando i riff granitici e spesso tendenti al drone (“I Wait”), senza rinunciare a una vena melodica conturbante che emerge in alcuni punti della scaletta (ne è un esempio l’assolo alla fine di “Mayknow”). Inoltre la demo rivela anche la particolarità dei Bell Witch nell’alternare al growl tipico del funeral doom alcune parti corali che accentuano la sensazione di malinconia. In conclusione, si tratta di una prova discografica forse leggermente meno sfaccettata e corposa delle successive, ma che sicuramente non si può definire acerba. Anzi.



Tendendo le mani verso il nulla: Longing
(Profound Lore Records, 2012)

Pubblicato esattamente il 13 novembre (mese che, a mio parere, si presta in modo eccezionale all’ascolto dei Bell Witch), Longing costituisce il primo album del duo. Non solo: con questo disco inizia la collaborazione con la Profound Lore, che darà i natali anche alle prove discografiche successive. La produzione è affidata nientemeno che a Chris Hanzsek, fondatore della C/Z Records e, a suo tempo, produttore di gruppi storici della scena di Seattle, tra cui Melvins e Soundgarden.

Longing è introdotto da una copertina realizzata dall’illustratore e tatuatore Bryan Proteau e si compone di un totale di sei tracce, di una durata che varia dai tre ai venti minuti. Le prime tre sono inedite: se da lato mostrano comunque una propensione marcata per i riff pesanti e dilatati, dall’altro sviscerano una vena melodica più marcata rispetto alla demo e una sezione ritmica sempre lenta e cadenzata, ma più incisiva. Dal punto di vista delle linee vocali, accanto al growl lacerante e annichilente troviamo un utilizzo più esteso dei cori, qua molto simili a una sorta di canto gregoriano, il che contribuisce a rendere i brani non solo malinconici all’ennesima potenza, ma quasi mistici.

Tra i pezzi contenuti nella prima parte del disco spicca “Rows (Of Endless Waves)”, che vede al microfono la presenza di Erik Moggridge (la mente dietro il progetto acustico Aerial Ruin). Nella seconda parte, invece, troviamo una riproposizione di canzoni già presenti all’interno della demo: si tratta di “Beneath The Mask”, “I Wait” e “Outro”. Nonostante a mio avviso Longing non sia il miglior album dei Bell Witch, si tratta sicuramente di un punto di raccordo essenziale tra gli esordi e lo sviluppo successivo della band.


Sempre più giù nell’Abisso: Four Phantoms
(Profound Lore Records, 2014)

Un famoso adagio recita che una volta toccato il fondo si può solo risalire. Tutto molto interessante, se non per il fatto che nel caso dei Bell Witch l’essersi calati nell’abisso può comportare soltanto una discesa in un’oscurità ben più angosciante della precedente. Questa volta la copertina è opera di Paolo Girardi e ricorda parecchio lo stile dei dipinti del Romanticismo in cui si tende a rappresentare una Natura piuttosto selvaggia, che in questo caso sembra provocare lo smantellamento di un cimitero, con la conseguente caduta delle bare in un precipizio. Dietro al mixer troviamo invece Billy Anderson, con il quale inizia un sodalizio che si protrarrà anche per il disco successivo, il monumentale mono-traccia Mirror Reaper.

Four Phantoms contiene un numero di tracce pari a quello degli spettri evocati dal titolo e in effetti rivela un concept affascinante: ciascun pezzo rappresenta uno spettro associato a un elemento naturale, che ne causa il supplizio eterno senza possibilità di trovare pace; a seconda del tormento inflitto, la morte dello spettro può avvenire per soffocamento all’interno di una bara, per affogamento o perché condannato a fluttuare nell’aria in eterno senza mai poter toccare il suolo; come se queste non bastassero, c’è anche l’alternativa di ardere di fronte a una folla.

L’impressione che si ricava ascoltando Four Phantoms è che inizialmente suoni più pesante, glaciale e (relativamente) vicino ai canoni del funeral doom con tutti i crismi del genere, soprattutto all’interno del primo brano, “Suffocation, A Burial: I – Awoken (Breathing Teeth)”, dove assistiamo alla ripetizione quasi ossessiva di una melodia straniante. Tuttavia, tale sensazione decade in maniera piuttosto decisa man mano che si prosegue nell’ascolto perché sulla pesantezza cadenzata si impongono maggiormente il riffing dilatato e le parti melodiche che ormai costituiscono alcuni tra i marchi di fabbrica dei Bell Witch. Inoltre, come negli altri dischi, il cantato spesso quasi sacro intensifica la sensazione di profonda introspezione. Una menzione d’onore infine va spesa per “Suffocation, A Drowning: II – Somniloquy (The Distance Of Forever)”, che verso la fine cresce in velocità e impeto, regalando proprio la sensazione di una sorta di epifania interiore.



La Morte attraverso lo specchio: Mirror Reaper
(Profound Lore Records, 2017)

Tra tutti gli album dei Bell Witch, penso che Mirror Reaper sia indubbiamente quello più sofferto, capace di toccare tutte le corde dell’animo umano e maggiormente dotato del potere di creare un’angoscia interiore anche in un blocco di marmo. Dylan Desmond narra in un’intervista che i lavori per la sua realizzazione sono iniziati nel 2015, a conclusione del tour europeo che aveva seguito la pubblicazione di Four Phantoms. L’esibizione della band in quell’occasione è poi diventata il contenuto di un LP a tiratura limitata, pubblicato dalla Burning Road Records proprio per commemorare la partecipazione al Roadburn Festival, che si svolge a Tilburg, nei Paesi Bassi.

L’idea alla base di Mirror Reaper era proprio quella di comporre un’opera articolata in un’unica traccia, che ha preso la forma della pachidermica “As Above – So Below” della durata di 80 minuti abbondanti. Come spiega Desmond, Mirror Reaper intende concentrarsi in modo particolare sulla condizione vissuta quando, dopo la morte, l’anima si trova sospesa tragicamente fra il mondo terreno e quello ultraterreno. Come si nota dalla copertina, scaturita dalla mano di Mariusz Lewandowski, è centrale anche la specularità tra le due parti, che non è letterale ma intende riproporre un effetto simile a quello della luce riflessa in uno specchio.

La genesi di Mirror Reaper è tuttavia legata a un evento tragico che ha sconvolto i Bell Witch: la dipartita prematura di Adrian Guerra. Nonostante la sua scomparsa abbia comprensibilmente messo il futuro della band davanti a un bivio, Desmond racconta di aver preso la decisione di portare avanti il progetto e di donare al disco in lavorazione un significato ancora più profondo, rendendolo un omaggio a Guerra. Il risultato finale è quello che personalmente considero il disco-capolavoro dei Bell Witch, nel quale l’elemento monolitico e pesante come un macigno convive alla perfezione con una sensazione di malinconia struggente e impalpabile, soprattutto nella seconda parte, che assume un andamento ancor più malinconico. La presenza di Adrian Guerra è ancora tangibile all’interno di Mirror Reaper, nelle linee vocali di “As Above”; nell’ultima sezione della scaletta compare invece Jesse Shreibman, che è l’attuale batterista dei Bell Witch. A mio parere Mirror Reaper si può apprezzare al meglio se ascoltato rigorosamente al buio e con la massima concentrazione, perché tocca corde di un’intensità profonda e rappresenta la prova tangibile della maestria della band nel rivolgersi direttamente all’inconscio dell’ascoltatore.


Navigando l’oscurità: Stygian Bough
(Profound Lore Records, 2020)

Nell’ultima fatica di questa traversata spettrale del mondo dei Bell Witch, intitolata Stygian Bough e uscita sempre sotto l’egida della Profound Lore Records, Dylan Desmond e Jesse Shreibman non sono soli. Li accompagna Erik Moggridge, altrimenti noto come Aerial Ruin: già collaboratore del duo di Seattle, qui tuttavia esercita un’influenza più marcata.

Rispetto agli album precedenti, a mio parere Stygian Bough ha ceduto una parte della componente sacra, acquistando invece maggiore forza nella sua dimensione meditativa. Questo si evince in maniera tangibile già dall’ascolto del primo brano “The Bastard Wind”, che crea subito un’atmosfera particolarmente adatta all’introspezione, con una convivenza molto azzeccata tra la delicatezza del dark folk solitamente proposto da Aerial Ruin e la pesantezza dilatata che ormai conosciamo bene quando si parla dei Bell Witch. Nei brani successivi, viene mantenuta la sensazione di una pesantezza che non diventa mai mastodontica e riesce a non sopraffare l’ascoltatore.

Per quanto riguarda il contenuto del disco, lo stesso titolo (dove stygian non solo è riferito al mitologico fiume Stige, ma rappresenta anche qualcosa di molto oscuro) costituisce una citazione al ramo d’oro che dà il nome alla celebre opera dell’antropologo James Frazer, all’interno della quale vengono esaminati i vari sistemi religiosi. Questo riferimento rappresenta il trampolino di lancio per un interessante collegamento con i riti religiosi dell’antichità, in particolare quelli in cui gli schiavi, impossessandosi del ramo d’oro ed eliminando i sovrani, potevano a loro volta assumere una posizione autoritaria; nello specifico, si affronta la storia del fantasma di un re che, presumibilmente navigando lo Stige, cerca di raggiungere la terraferma, nella speranza di riacquistare il potere perduto. Nonostante la tematica sia quindi vicina al mondo mitologico, anche in questo caso l’ascolto di Stygian Bough fa sprofondare in una sorta di dimensione meditativa in cui è facile dimenticarsi del mondo esterno e venire sopraffatti dalle emozioni suscitate dalla musica. Ancora una volta non siamo di fronte a un disco dalla lunghezza stringata (la durata media delle tracce è di circa un quarto d’ora ciascuna), tuttavia anche l’ultima uscita firmata Bell Witch è un tassello imprescindibile del percorso compiuto dalla band nel corso degli anni. In una intervista rilasciata a Stereogum, Desmond, Shreibman e Moggridge spiegano in modo molto esauriente le caratteristiche specifiche di ciascuno dei brani.

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