OUR FORTRESS IS BURNING: AGALLOCH

Our Fortress Is Burning: Agalloch

In occasione del quinto anniversario della nostra webzine e della pubblicazione del quinto album in studio degli Agalloch, ho ritenuto interessante riproporre alcune mie riflessioni su questa influente band oregoniana. Buona parte di questo articolo proviene dalla mia tesi di laurea magistrale (F. Drago, “When Black Goes Green: L’Influenza Di Thoreau E Dell’Ambientalismo Sulla Musica Degli Agalloch”, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, a.a. 2010/2011), incentrata sulle influenze culturali, filosofiche e politiche che hanno contribuito a formare la proposta del gruppo. Questo articolo tratta nello specifico dei loro lavori fino ad Ashes Against The Grain del 2006. Naturalmente, i contenuti sono stati rivisti e resi più fruibili per la rete.


Gli Agalloch negli anni ’90

Durante gli anni ’90, mentre fiorivano molte altre scene, il black metal negli Stati Uniti era ancora un genere estremamente minoritario. Tra i motivi, forse, l’assenza nella percezione comune di un retaggio mitico al quale rifarsi alla maniera delle band europee del tempo; oppure la mescolanza culturale (riflessa nell’estrema malleabilità dei generi musicali) che tendenzialmente caratterizzava gli ambienti del metal estremo nordamericano rispetto a quello europeo. Bisogna aggiungere, inoltre, che il black metal di scuola scandinava si proponeva dichiaratamente come opposto sia musicalmente che ideologicamente a ciò che gli Stati Uniti rappresentavano tra fine anni ’80 e inizio anni ’90, non stupisce quindi che in quel periodo i progetti americani riconducibili a questo stile si contassero sulle dita di una mano. La scena black metal nordamericana gradualmente iniziò a trovare spazio soprattutto negli ambienti della costa Ovest. Nell’immaginario collettivo, il Nordovest è l’area degli Stati Uniti (e del Canada, in base alle definizioni) con la maggiore attenzione nei confronti dei temi ambientali, e questo particolare aspetto della sua storia ha propiziato la nascita del fenomeno di cui gli Agalloch sono stati un simbolo.

L’idea del progetto Agalloch muove i primi passi in Montana nel 1995, quando il chitarrista John Haughm e il tastierista Shane Breyer pensano di mettere su un gruppo metal sulla scia degli Ulver, cercando influenze diverse dal rock percepito come inflazionato che arrivava da Seattle. Il progetto si concretizza quando i due si trasferiscono a Portland con l’amico bassista Jason William Walton e nel corso del 1996 iniziano a lavorare su materiale personale. Una volta in Oregon, al trio si unisce il chitarrista Don Anderson, che in quel periodo lavorava alla propria band Sculptured, di ispirazione death metal. L’incontro tra i quattro si traduce in un periodo di intenso lavoro sulla musica, sui testi e sull’immagine che il nome Agalloch dovrà rappresentare. Ciò di cui la band aveva bisogno per dare corpo alla propria proposta era qualcosa di distintivo, piuttosto che il solito black metal rozzo e vagamente satanico oppure ispirato ai miti nordici. La prima peculiarità stava proprio nel nome: il termine Agalloch deriva dall’Aquilaria agallocha, pianta dalla quale si ottiene un legno utilizzato per incensi, come a esplicitare già dal nome una connessione tra mondo naturale e mondo spirituale. Il quartetto, con lo stesso Haughm a occuparsi della batteria, registrò la prima demo From Which Of This Oak tra 1996 e 1997: si trattava di un’audiocassetta limitata a sole duecento copie.

Nella produzione degli Agalloch la natura ricopre un ruolo fondamentale, come visibile a livello embrionale già in questa prima incarnazione. Il brano d’apertura ha un titolo che — all’interno del contesto americano — assume un peso specifico notevole: “The Wilderness”. Nell’immaginario storico degli Stati Uniti, a partire dalle prime colonie fino all’espansione verso ovest, la costruzione semantica e simbolica della cosiddetta wilderness (la natura selvaggia) è stata centrale. La scelta di questo termine in particolare, e non di un generico northern woods o frozen lakes, che avrebbero forse richiamato direttamente l’immaginario della scena scandinava, in un certo senso aiuta a situare questa demo e la band che la registrò ancora prima di ascoltarne il contenuto. Il brano è probabilmente il più vicino musicalmente al black metal norvegese tradizionale nell’intera produzione del gruppo, fino almeno a tutti gli anni ’00.

In questa prima fase, la scrittura di Haughm appare ancora piuttosto derivativa in termini formali, e fanno la loro comparsa anche alcune forme pseudo-arcaiche come “answeres” oppure “apon” anziché “upon”, alla maniera di alcune delle band del periodo (come gli Emperor). Tutto il brano è cantato in scream e, in questo testo, la wilderness è il rifugio cui tornare quando il mondo degli uomini si svuota di significato.


1999 – Pale Folklore

Grazie alla firma per l’allora neonata The End Records nel 1998 inizia la fase di apertura sperimentale per il gruppo di Portland. Con l’uscita di Pale Folklore nell’estate 1999 è possibile cominciare a parlare di un progetto innovativo e dal respiro potenzialmente molto ampio. Il logo del gruppo si staglia sullo sfondo di una trama dall’aspetto legnoso, mentre nel libretto troviamo fotografie di boschi innevati (scattate dallo stesso Haughm), nessuna traccia di pentacoli o facce dipinte. Le prime tre tracce (“She Painted Fire Across The Skyline”) sono in effetti una trilogia della durata complessiva di quasi diciannove minuti, in cui si spazia dal doom al black, al rock. I testi del disco d’esordio trattano in genere di amori morti e caricano gli elementi naturali di caratteristiche umane. Come possiamo notare in “Dead Winter Days”, l’Io narrante è anche qui influenzato dallo stile tipico del black metal, ed è intenzionato a sfidare il Sole. Attraverso l’iconografia e la tecnica narrativa proprie del genere, Haughm riscrive il ciclo delle stagioni, rivestendolo di un’aura mitologica. L’immaginario di “Pale Folklore” ha forti connotazioni romantiche, che ritornano nell’arco dei circa sessanta minuti di durata. La conclusiva “The Melancholy Spirit” sembra quasi voler rispondere alla “Ode To Melancholy” degli Empyrium (che si richiamavano, a loro volta, esplicitamente alla “Ode On Melancholy” di John Keats); qui la voce narrante si avventura di notte (“under a moonless cloak of ebony”) attirata dal bagliore dello spirito della Malinconia che piange nei boschi.

La matrice culturale di riferimento è ancora il paganesimo richiamato dalle band europee, tanto che in molti al tempo pensarono, prima di conoscerne la biografia, di avere a che fare con un’altra band norvegese o svedese. Sul versante musicale è invece già presente un discreto grado di contaminazione tra le principali influenze in gioco, mescolando le anime folk, black e doom. In questo album inizia a fare una piccola comparsa l’influsso compositivo del post-rock nella costruzione di movimenti e lunghe sezioni strumentali. Sono elementi che assumeranno maggior peso a partire dalle successive uscite, così come le influenze letterarie e filosofiche di Emerson e Thoreau.

Dopo l’uscita di Pale Folklore, si apre in particolare per Haughm e Anderson un’intensa fase di ascolti, letture e visioni destinata a influenzare sia la musica che il concetto del progetto. Entrarono quasi contemporaneamente in circolo le sonorità neofolk e post-rock, principalmente attraverso Sol Invictus e Godspeed You! Black Emperor.


2002 – The Mantle

Nel 2001 esce Of Stone, Wind And Pillor, EP composto da cinque brani per la durata complessiva di ventotto minuti. In questo lavoro gli Agalloch cercano insieme di chiudere la fase Pale Folklore e dare qualche indizio sulla direzione successiva. In questo periodo, il chitarrista Don Anderson introduce agli altri membri due testi in particolare: il saggio Nature di Ralph Waldo Emerson e Walden di Henry David Thoreau. Haughm fu ben lieto di riscoprire anche nella storia filosofica americana dei discorsi quasi paganeggianti, mentre Anderson (come il bassista Walton) era principalmente interessato ai risvolti pratici e politici dell’opera di Thoreau. Da queste idee di base prende forma l’ispirazione per il secondo album della band, The Mantle, che è un disco sicuramente più “americano” del precedente, e senza dubbio il più “localizzato” dell’intera opera degli Agalloch. Il post-rock e il neofolk diventano da qui influenze cruciali, così come il cinema. John Haughm ha descritto questo album idealmente come un viaggio da Portland a Mount Hood e ritorno. The Mantle viene pubblicato nell’agosto 2002, ancora per The End Records.

Aprendo la custodia, ecco che la band sembra esplicitare la direzione in cui si muoverà questo secondo lavoro. Sul disco vero e proprio è stampata la foto di due statue di marmotte (scattata a Portland), nessuna traccia del nome della band o dell’album, è riportata solo una citazione di Emerson da Nature: “The happiest man is he who learns from nature the lesson of worship”. La frase, presa dalla sezione “Spirit” del celebre saggio, è inserita in origine in un contesto di matrice cristiana, e suggerisce di cercare nella natura una relazione con Dio, che attraverso essa si manifesta. Nelle intenzioni di Haughm, tale Dio diventa il Dio della Natura invece che il Dio dell’Uomo (spesso contrapposti nella poetica della band), di conseguenza il discorso trascendentalista si tinge di paganesimo.

“A Celebration For The Death Of Man…” apre l’album con un solenne ritmo dettato da chitarre acustiche e percussioni, con altri strumenti che entrano man mano su un semplice giro di accordi che richiama le cupe ballate neofolk di Sol Invictus e Death In June. L’immaginario apocalittico è spesso chiamato in causa all’interno di questo disco, che mette in secondo piano le influenze black metal per esplorare altri territori. Le tracce proseguono l’una nell’altra senza interruzioni e dalla breve introduzione ci ritroviamo nella lunga “In The Shadow Of Our Pale Companion”, forse il pezzo più rappresentativo dell’intera carriera degli Agalloch.

Una lunga sezione strumentale introduce la voce in scream, il narratore è in viaggio attraverso valli disabitate, una scelta consapevole alla ricerca di Dio nella wilderness. In questo brano la voce narrante (cantando con voce pulita) si chiede se dobbiamo cadere nel nulla, abbandonarci al nichilismo. La risposta alla tragica domanda dello “I” narrante è data dalla Natura, tra il paesaggio e il sole, nel punto di equilibrio della terra. Il narratore si chiede dove sia il dio (dell’uomo) e avanza l’ipotesi della sua caduta, di nuovo si usa il plurale in “abandoned us”. Al confine di questo mondo ci si confronta con un pantheon di querce (naturalmente il bosco) e una cittadella di pietra (la montagna). Se la monumentale vista che gli si presenta avanti è ciò che “voi” chiamate Dio, allora Dio non è morto. Il Dio che il narratore cercava nella prima strofa si rivela quindi nella natura, o meglio si identifica con essa, mentre il Dio degli uomini pare averci abbandonato. Appare qui, per la prima volta nell’universo del gruppo, un fiume, parte di un paesaggio non necessariamente “grim” e “frostbitten”, termini carissimi all’immaginario black metal e che descrivono sì foreste, ma congelate e dove la vita è ferma o assente. Il fiume è una potente metafora del flusso (o “flow”) universale che noi umani condividiamo con il creato (e quindi con Dio). Il narratore vi si dirige per riflettere sulle implicazioni dell’epifania appena vissuta, e si siede per pensare. La soluzione è un suicidio fisico e simbolico, l’offerta di sangue si mescola all’acqua che scorre, cioè Dio, e sgorga dalla gola, che non è altro che la manifestazione esterna della ferita spirituale da cui la volontà del narratore si unisce al flusso.

Dopo aver ascoltato la strumentale “Odal” — nata come risposta all’atteggiamento “apathetic, ignorant and destructive” del governo americano nei confronti dell’ambiente — è evidente che i riferimenti si siano modificati nell’opera degli Agalloch, a livello sonoro gli elementi folk e post-rock sono passati al centro del viaggio e anche l’immaginario testuale e visivo è piuttosto diverso dall’esordio. Arriva a questo punto il primo momento dell’album musicalmente di matrice black metal: “I Am The Wooden Doors”, che sembra citare “I Am The Black Wizards” degli Emperor, e allo stesso tempo richiama le “wooden doors” menzionate in “Dead Winter Days”. Qui ricorrono termini tipici dell’immaginario neofolk, come “pride”, “soul”, “dignity”, ma lo “heathen pride” della canzone precedente sconsiglia una lettura nazionalista del testo, incoraggiando piuttosto una visione spirituale e appunto pagana. Un narratore che non vuole legami con la distruzione che alcune persone stanno causando alla Terra; le porte di legno rappresentano qui una grandiosa bara simbolica in cui il narratore si rinchiude per proteggere la presunta integrità del proprio spirito. Pare che questa sorta di testamento nasca dalla convinzione che le grida d’allarme lanciate dalla voce narrante resteranno inascoltate. Meglio morire “with my will and spirit intact” che contribuire all’apocalisse ambientale, riallacciandosi per certi versi al testo di “In The Shadow Of Our Pale Companion”.

Il titolo del quinto brano, “The Lodge”, richiama la famosa Timberline Lodge, il rifugio di montagna situato su Mount Hood che si incrocia arrivando da Portland. Questo brano è costruito su pochi accordi suonati con la chitarra acustica, sul cui ritmo si inseriscono di volta in volta rari altri strumenti. Superata la metà del disco, arriviamo così al secondo pezzo riconoscibilmente metal: “You Were But A Ghost In My Arms”.

Ci ritroviamo di fronte a un narratore che riveste la natura con caratteristiche umane e viceversa. Sembra che la voce narrante abbia in qualche modo abbandonato la seconda persona (o l’abbia uccisa), e ogni notte sia tormentata dal suo ricordo e dalla sua assenza. L’eco spettrale dello “you” prende la parola in scream, domandando “Why did you leave me to die?”. Come se il narratore avesse perso la capacità (o la volontà) di entrare in contatto con essa, e fosse ormai incapace di interpretarne i segni. Quando la voce narrante esplode in scream, dannando le querce e i boschi colpevoli di ospitare i fantasmi di “those I’ve thrown away!”, quest’ipotesi si rafforza. L’umanità è tentata dal voler accarezzare l’essenza divina della natura, ma preferisce distruggerla e ignorarne la chiamata, sperando così di non sentirsi colpevole: “I must burn these halls, these corridors, and silence her shrill, tormenting voice forever…”. Dopo la devastazione causata dall’odio degli uomini, dello spirituale e divino geist della natura, non resta altro che un evanescente ghost tra le “mie” (e quindi “nostre”) braccia.

Il brano che meglio esplicita la dimensione urbana del progetto Agalloch è “The Hawthorne Passage”; sul libretto il titolo è accompagnato dal sottotitolo “song for a grey city”: naturalmente ci si riferisce a Portland. Il titolo rimanda allo storico Hawthorne Bridge, aperto nel 1910, che unisce i quartieri a ovest ed est del fiume Willamette. In questo lungo brano strumentale (circa undici minuti) viene fuori esplicitamente l’anima post-rock della band. Il brano arriva a un momento di pausa verso la metà, quando si sentono rumori e suoni ambientali registrati nei pressi dello Hawthorne Bridge. Da qui si può vedere come la band non si ponga al di fuori della comunità urbana, e anzi intrattenga un rapporto stretto seppur complesso con la città (che anche secondo Thoreau era, a conti fatti, il “posto dell’uomo”). La citazione filmica finale (da “Fando Y Lis” di Alejandro Jodorowski) introduce senza interruzioni “…And The Great Cold Death Of The Earth”.

Tornano le chitarre acustiche, e sia il titolo che l’atmosfera solenne messa in scena dalla musica anticipano la fine del viaggio. I punti sospensivi chiudono il cerchio aperto dalla traccia introduttiva: se nel primo brano la “Death of Man” era interpretabile come partenza dall’ambiente urbano (e umano), qui la “Death of the Earth” è il lasciarsi alle spalle la natura per tornare tra gli uomini. In generale, questa canzone può essere presa come una sorta di meditazione libera sul viaggio a contatto con la natura appena effettuato, o sulla nostra fine e quella del mondo. Nella parte conclusiva sentiamo di nuovo il tema acustico di “A Celebration For The Death Of Man…” che chiude (e quindi riapre) il cerchio del viaggio da Portland a Mount Hood, e allo stesso tempo dall’uomo a Dio.

L’ultimo brano, “A Desolation Song”, sembra una postfazione ed è il più vicino alla forma-canzone classica strofa-ritornello-assolo-strofa-ritornello. Il viaggio si è chiuso e “A Desolation Song” ne è una nota a margine, una riflessione conclusiva. La voce narrante è tormentata e beve al ricordo di una lei perduta, snocciolando osservazioni sulla vita e sull’amore. In definitiva sembra che l’intero album cerchi delle risposte alla persistente domanda “So shall we fall into the Nihil?”: se il Dio dell’uomo ci ha abbandonati, dove cercare le risposte? Non c’è intenzione di spingere le persone verso una soluzione piuttosto che un’altra, bensì di stimolare delle riflessioni individuali riguardo la propria relazione con il mondo. Nonostante il titolo e il lessico usato, il narratore brinda “to life”, e vuole dimenticare i “cold yesterdays”. L’insistenza sul nostro essere persi nella desolazione è sempre contrastata dal sentiero che insieme percorriamo e dalle passioni che coltiviamo.

Con “The Mantle” gli Agalloch contribuirono quindi a porre il nord-ovest degli Stati Uniti sulla mappa del metal, pur essendo il disco una commistione di più stili. Il fascino delle montagne del Cascade Range iniziò gradualmente a ispirare la nascente scena locale, come accadde per le foreste della Norvegia una dozzina di anni prima. Chiudono così questo capitolo estremamente sperimentale e dalle molteplici influenze musicali e non, tra 2003 e 2004. In questo periodo arrivano i primi show dal vivo, due EP e uno split con la band neofolk-ambient finlandese Nest.


2006 – Ashes Against The Grain

In seguito all’uscita di “The Mantle”, gli Agalloch iniziano gradualmente a raccogliere consensi in giro per gli ambienti underground sia a livello locale che internazionale. Dopo la pubblicazione dello split con i Nest, il gruppo di Portland si prende una pausa fino all’anno successivo senza pubblicare altri dischi e lavorando al contempo sulla direzione che la band avrebbe preso da lì in poi. Il desiderio di suonare dal vivo più spesso porta i tre a rivedere le strutture delle canzoni. Il terzo album avrebbe dato meno peso alle chitarre acustiche e agli arrangiamenti maestosi che avevano reso particolare The Mantle, cercando di concentrarsi sugli strumenti tipici del metal, e in generale riavvicinandosi a forme musicali più facili da trasportare in sede live.

Il terzo album Ashes Against The Grain esce nell’agosto 2006 e punta a consolidare lo stile personale del progetto. Il disco dura quasi un’ora (circa dieci minuti in meno di The Mantle), c’è una maggiore influenza ambient e un minore accento sul folk: a conti fatti l’unica canzone costruita su base acustica è “Fire Above, Ice Below”. Alcuni brani riprendono il tema del sacrificio individuale per tornare nel ciclo degli elementi, ma a mio avviso il testo più diverso dal periodo precedente è quello di “Not Unlike The Waves”. La prima canzone, “Limbs”, sembra espandere sul tema del sacrificio già presentato in “In The Shadow Of Our Pale Companion”. Il narratore si trova in riva a un fiume e si è appena causato una ferita da cui sgorga un flusso vermiglio di sangue. I flussi d’acqua sono ormai uno dei punti di riferimento della imagery proposta da Haughm e infatti negli ultimi versi di questa canzone viene esplicitato il ruolo fondamentale dell’acqua come simbolo di un collante universale.

La successiva “Falling Snow” si muove su coordinate concettuali simili, quindi analizzeremo più in dettaglio Not Unlike The Waves, che presenta delle interessanti differenze. Tra le altre cose, si tratta dell’unica canzone per cui gli Agalloch abbiano girato un video, e proprio questo fu uno dei motivi di contrasto con la The End Records che poi li porteranno a cambiare etichetta. Vengono di nuovo menzionate alcune figure mitologiche, ma l’ottica è leggermente diversa da quella che abbiamo visto nel primo periodo della band. La maggiore differenza che salta all’occhio è l’assenza di uno “I” narrante, che di solito avvicina l’ascoltatore a una forma narrativa, magari anche in termini di immedesimazione. In questa canzone assistiamo all’aurora boreale, non raccontata però in prima persona da uno dei personaggi nominati. L’aurora è un fenomeno piuttosto raro in Oregon, ma questo disco si propone come meno localizzato del precedente. A seguito delle meditazioni individuali e locali di The Mantle, ci troviamo di fronte a un mondo esterno (privo di “I”).

L’altro brano meritevole di analisi è la trilogia conclusiva “Our Fortress Is Burning”, che riprende il tema apocalittico e sembra leggibile in chiave ambientalista. Si tratta di una lunga epopea (quasi diciannove minuti divisi in tre tracce) costruita alla maniera delle lunghe suite post-rock. Il primo movimento è interamente strumentale e si costruisce lentamente tra basso, batteria e chitarre, fino ad arrivare all’esplosione della seconda parte (“Bloodbirds”), dove Haughm in scream afferma che il Dio dell’uomo è un fallimento. Il Dio dell’uomo è, nell’immaginario degli Agalloch, sia il Dio dei monoteismi che ci avrebbe ipoteticamente posti in una posizione privilegiata rispetto al resto del creato, sia il Dio che l’uomo ritiene di essere in un’ottica materialista di controllo totale sulle risorse naturali. In questa immagine futura, il Dio che ci aveva fatti “custodi” del mondo (o il nostro atteggiamento pseudo-divino nei suoi confronti) si è rivelato non idoneo, e la nostra incapacità di vedere oltre la nostra (e sua) prospettiva limitata ha portato alla fine del nostro mondo. La nostra fortezza sta bruciando, quella degli esseri umani tutti, una fortezza che può essere intesa sia come l’insieme delle città e delle civiltà che come il nostro baluardo simbolico di fronte alla rabbia della natura.

Il disperato narratore cita anche i danni fatti alle altre forme di vita animali (qui rappresentate dagli uccelli, immagine ricorrente nel disco). Alla fine di “Bloodbirds”, tutto ciò che resterà del nostro passaggio saranno le nostre ombre incenerite, perse nel “grain” della natura, che chiaramente continuerà tranquillamente a esistere senza di noi. Il terzo movimento, chiamato appunto “The Grain”, rappresenta se vogliamo il marasma post-apocalittico e senza voci. Una strumentale che si muove sui binari dell’elettronica e dell’ambient, tra distorsioni e vibrazioni, prima di sciogliersi leggermente nella parte finale, quasi suggerendo una ritrovata quiete nel mondo.

In quest’opera (e in generale nell’opera della band) si mette quindi in scena un conflitto tra antropocentrismo ed ecocentrismo, dipingendo un mondo di cui siamo sì parte integrante (connessi a tutto il resto), ma non privilegiata. Tuttavia, contrariamente a quanto possa sembrare a una lettura superficiale, noi esseri umani non siamo necessariamente destinati a essere le “wounds and the great cold death of the Earth”, per quanto questa possa essere, secondo Haughm, la strada che stiamo percorrendo al momento. Come abbiamo visto, barlumi di speranza si nascondono in giro per la produzione degli Agalloch a diversi livelli di lettura e questa è probabilmente una delle maggiori influenze in termini concettuali che la band ha avuto sulla scena metal americana prima e internazionale poi.


Dopo Ashes Against The Grain, gli Agalloch sono diventati uno dei nomi di maggior rilievo nel metal underground e hanno anche iniziato a suonare all’estero (nel 2006 il primo tour in Europa come spalla ai connazionali Novembers Doom, nel 2009 è arrivata la prima data in Italia). L’EP acustico The White chiude un’ulteriore fase, permettendo alla band di tornare di nuovo a esplorare il black metal con Marrow Of The Spirit nel 2010 (con il nuovo batterista Aesop Dekker, noto per il suo lavoro nei Ludicra) e il solido EP Faustian Echoes nel 2012: Aristocrazia era presente alla data italiana del tour di Marrow Of The Spirit. Nel 2013, passano di nuovo in Italia per quello che ormai è diventato un appuntamento fisso (e noi c’eravamo ancora). Nel 2014 arriva il quinto album in studio The Serpent And The Sphere, la band si scioglierà nel maggio 2016.

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