I Summoning e i 25 anni di "Lugburz" e "Minas Morgul"

I Summoning e i 25 anni di “Lugburz” e “Minas Morgul”

Bisogna tornare indietro di venticinque anni per raccontare degli esordi di una delle band più originali e fedeli a se stesse che l’universo del metallo abbia mai conosciuto, perché proprio al 1995 risalgono addirittura i primi due album dei Summoning, Lugburz e Minas Morgul; così diversi e così fondamentali per tracciare i successivi passi di un cammino costellato di grande musica che solo il corpus letterario tolkieniano poteva ispirare.

La storia dei Summoning comincia nel 1993, un periodo in cui le armate del male — non quelle di Mordor — stanno iniziando a organizzarsi in modo significativo, trainate dalla sempre più corposa scena norvegese. In Austria c’è un discreto fermento, che gravita soprattutto attorno alla capitale Vienna e a negozi di dischi come il Why Not in Otto-Bauer-Gasse; è da qui, infatti, che il famigerato Austrian Black Metal Syndicate, la risposta austriaca all’Inner Circle di Euronymous e soci, muoverà i suoi primi passi. Fra i nomi che animano questa piccola scena ci sono Pervertum, Pazuzu (all’anagrafe Ray Wells), Vuzem (che nel ’99 cambieranno nome in Hollenthon), Cromm, Knechte Des Schreckens e Abigor. A questo sodalizio parteciperanno anche Michael Gregor, Richard Lederer e Alexander Trondl, che per noi metallari sono semplicemente Silenius, Protector e Trifixion; i tre hanno proprio la Norvegia come orizzonte di riferimento, tant’è che decidono di chiamare la loro band ispirandosi al ruolo di Nocturno Culto stampato sul retro di Under A Funeral Moon: «Bass Guitar And Summoning»; e tra il 1993 e il 1994 mettono a segno i loro primi demo su cassetta, con l’aiuto di Pazuzu.

Silenius, anno 1993

Upon The Viking Stallion, Anno Mortiri Domini e Lugburz – Demo 94 vengono fatti girare anche grazie al succitato Why Not, registrando un discreto successo; lo stile e la forma sono distanti anni luce da ciò cui i Summoning ci hanno abituati: il black metal piuttosto canonico, con timide spruzzate di tastiera, dei titoli e dei testi ingenui quando non beceri (“Satan’s Realm” e soprattutto “In The Name Of The Holy Penis – God”) fanno di queste prime prove un culto e nient’altro. Non è semplicissimo intravedere un futuro discografico per questi tre ragazzi, sebbene all’epoca attitudine e faccia tosta contassero più della musica incisa, ma loro ci credono e sempre tramite l’ABMS finiscono sulla compilation Creation Of A Dark Age insieme a Pazuzu (in cui figurano tutti e tre i membri dei Summoning), Abigor e Cromm, prima di pubblicare uno split sempre con l’amico Pazuzu, The Urilia Text.

Nel trio, però, qualcosa inizia a scricchiolare sonoramente: Silenius diventa buon amico di Thomas Tanneberger e, nel 1994, entra a far parte degli Abigor come cantante al posto di Rune, registrando con loro In Hate & Sin; un demo fondamentale per tracciare l’avvenire tanto della band di Tannenberger e Kubik quanto quello dei Summoning. È infatti grazie alla spinta degli Abigor che Silenius, Protector e Trifixion entrano nel roster della neonata Napalm Records di Markus Riedler, la più importante etichetta metal austriaca; una firma che non vede troppo d’accordo Trifixion, attirato invece dalla Lethal Records di Michael Piesch, una label sicuramente più orientata sul death metal. Questo episodio, unito alla crescente passione di Silenius e Protector per le tematiche tolkieniane, che avrebbero soppiantato blasfemia e cattiveria tanto care al black metal canonico, sarà determinante per il definitivo raffreddamento dei rapporti fra il batterista e gli altri due, e porterà all’allontanamento di Trondl dalla band subito dopo la pubblicazione di Lugburz.

Datato 20 marzo 1995, con numero di catalogo NPR010, Lugburz è il primo album targato Summoning e rappresenterà, già pochi mesi dopo la sua edizione, un unicum assoluto nella discografia degli austriaci. L’illustrazione che ogni buon metallaro conosce non immortala la Torre Oscura di Sauron, ma è presa invece dalla copertina del libro fantasy The Fall Of Fyorlund di Roger Taylor, ed è firmata da Mark Harrison (autore anche della bellissima illustrazione di Masters Of The Universe degli Hawkind, per capirci). Proprio le tematiche fantasy tentano di soppiantare l’occultismo adolescenziale, ma la scrittura è ancora parecchio debitrice del black metal classico, soprattutto in termini di velocità e di arrangiamenti chitarristici, nonostante già si intravedano sfumature melodiche e timidi accenni di sintetizzatori. L’intro elettronica “Grey Heavens” non è che un assaggio, perché presto irrompe la ben più convenzionale “Beyond Bloodred Horizons”; un’altra sparuta comparsa di pianoforte elettrico e percussioni marziali la ritroviamo in “Flight Of The Nazgul”, fra i pochissimi riferimenti palesemente tolkieniani di un disco ancora imperniato sugli stereotipi del black metal, a dispetto del titolo, e perciò ancora piuttosto incerto sul piano dei testi. Il resto dell’album, fatta eccezione per le conclusive “Dragons Of Time” e “Moondance”, nelle quali si fanno strada linee melodiche più ardite, è fatto soprattutto di blast beat e tremolo picking, nonostante già negli intrecci di chitarra si avverta che qualcosa sta ribollendo nella mente di Silenius e Protector.

Messa in archivio la prima prova in studio, Trifixion viene definitivamente messo da parte, libero di inseguire i propri sogni con la Lethal Records, per la quale pubblicherà tre album a stretto giro di posta: il primo da solista intitolato The First And The Last Commandment; il secondo, Creature Of Ungod, insieme ai sodali Pervertum; e il terzo coi Werwolf nei quali canta lo stesso Piesch, boss della Lethal. La storia di quest’etichetta si conclude già nel 1996, mentre i Summoning, ormai attivi come duo, cercano di ingraziarsi definitivamente la Napalm inviando, nell’agosto del 1995, un demo chiamato Minas Morgul — nel quale ancora viene accreditato il batterista reietto. Su internet si trovano informazioni discordanti, su questa audiocassetta, e perfino la band è sempre stata ermetica quando non vaga; i dubbi riguardano tanto il numero delle tracce registrate quanto i loro titoli, per non parlare della strumentazione utilizzata: su Discogs è scritto chiaro e tondo niente chitarre o parti vocali, ma Silenius e Protector parlano sia delle une che delle altre. Quello che si riesce a reperire per vie traverse è un ripping ai limiti della decenza in cui, effettivamente, il grosso è fatto da tastiere e drum machine, ma in cui fanno capolino pure chitarre e screaming. È così, per citare il primo capitolo della saga cinematografica di Peter Jackson, che la storia divenne leggenda e la leggenda divenne mito.

«Una lunga valle, profondo golfo d’ombra, penetrava all’interno dei monti. Dal lato opposto della vallata si ergevano, alte su di un seggio di roccia nel grembo nero dell’Ephel Dúath, le mura e la torre di Minas Morgul»

La Napalm è pronta a dare fiducia al nuovo corso dei Summoning e già nell’ottobre del ’95 manda in stampa quello che per moltissimi fan del duo austriaco è il vero primo album del gruppo, quello che definisce in modo chiaro e inequivocabile un suono nuovo e caratteristico, che verrà scimmiottato con poco successo da decine di band a venire. Le ritmiche febbrili di Trifixion vengono soppiantate da una batteria elettronica (nonostante Protector sia perfettamente in grado di suonarne una acustica), decisamente più lenta e marziale, le chitarre si fanno ancora più fredde e le voci di Silenius e Protector definitivamente orchesche. Minas Morgul si apre con i toni sinistri di “Soul Wandering” per poi colpirci in pieno viso con la ieratica “Lugburz”: le tastiere non sono più un semplice contorno ma entrano a far parte della portata principale, costituendo la struttura stessa dei brani e creando paesaggi e sensazioni tangibili. Lo stesso Silenius racconta che il processo di scrittura è partito dai synth, invece che da basso e chitarra come in passato; un approccio che ha influenzato in modo evidente la lavorazione del disco e che diventa una prassi consolidata per la stesura dei lavori successivi. Un iter che rende i Summoning una studio band a tutti gli effetti, tant’è che una volta composti e registrati i brani — quasi sempre partendo da una base midi — i due tendono a dimenticarli, situazione che esclude future esibizioni dal vivo e fa sì che i due, con molta onestà, si definiscano compositori più che veri e propri musicisti.

La fascinazione di Silenius e Protector per l’immaginario creato dal Professore è profonda e senza ritorno: dei testi, in un inglese più correggiuto, si occupa Peter Kubik degli Abigor, a loro il compito di pensare scenari musicali credibili. Manco a farlo apposta, ci riescono benissimo, se consideriamo che a distanza di venticinque anni viene ancora la pelle d’oca ascoltando pezzi come “Morthond” o la possente “Marching Homewards”; ogni brano di questa pietra miliare è un tassello che fissa gli standard di quello che d’ora in poi verrà chiamato Summoning sound, un black metal (perché comunque di black metal si tratta) epico ed evocativo, che non perde un grammo delle sue origini maligne e che diventa funzionale a raccontare storie in cui male e oscurità sono temi al pari di bene e luce radiosa. Su “Lugburz” viene citato direttamente un poemetto che Bilbo recita a Frodo per metterlo in guardia sui pericoli del viaggiare in inverno («When winter first begins to bite / and stones crack in the frosty night, / when pools are black and trees are bare, / ‘tis evil in the Wild to fare»); “Ungolianth”, il ragno scuro (in lingua Sindarin) al servizio di Melkor; “Dagor Bragollach”, la battaglia della fiamma improvvisa, che seminò morte nel Beleriand nell’anno 455 della Prima Era; e “Dor Daedeloth”, la terra attorno ad Angband in cui vivono gli orchi, sono tutti episodi che ci riportano al Silmarillion; mentre “Through The Forest Of Dol Guldur” e “The Legend Of The Master-Ring” (con doverosa citazione della Poesia dell’Anello) hanno titoli sufficientemente espliciti per capire i libri di riferimento; perfino gli acutissimi ottoni che accompagnano “The Passing Of The Grey Company”, pur nel loro suonare tremendamente sintetici, riescono nell’impresa di trasportarci alla roccia di Erech, in prossimità dei Sentieri dei Morti. Anche in questo caso, la copertina non si rifà alla Terra di Mezzo ma nuovamente a un libro di Roger Taylor, questa volta The Call Of The Sword.

La musica di Minas Morgul se ne frega, dei trend, e si ammanta di un’aura leggendaria che rende finalmente giustizia all’opera letteraria di Tolkien, rifuggendo le letture politiche — soprattutto quelle di estrema destra — che affollano un po’ tutti gli ambienti e in particolare quello metallaro, e utilizzandola con una passione sincera e non come tanti poser in cerca di visibilità, che sfruttano le storie, i nomi e l’estetica di Arda per raggranellare fan, magari travisandone completamente lo spirito e il significato. Il primo ciclo narrativo della carriera degli austriaci si conclude nel 1997 con Dol Guldur, pubblicato insieme ai primi due album anche in un sontuoso box contenente cinque picture disc intitolato Sounds Of Middle-Earth, e l’EP Nightshade Forests, che invece ripesca episodi tolkieniani più di nicchia presenti ne I Racconti Perduti come “Gli Alberi Di Kortirion” e “Habbanan Sotto Le Stelle”.

I Summoning con Minas Morgul spiegano le ali come fanno le grandi aquile di Manwë, e volano in una direzione che li consacra come uno dei gruppi più originali e coraggiosi del metallo. A distanza di tutto questo tempo sono ancora fra noi, testardi e coerenti, ed è sempre un piacere tornare indietro a quel 1995 che per loro ha costituito una svolta importantissima, e per noi ha significato scoprire una realtà dalla quale non vogliamo separarci per nessun motivo.

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