VIRGIN BLACK: REQUIEM

Gruppo:Virgin Black
Fondazione:1995
Provenienza:Australia
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Sezioni:

  • 2007 – Requiem: Mezzo Forte
  • 2008 – Requiem: Fortissimo
  • 2018 – Requiem: Pianissimo

Altro che ten years challenge, l’uscita di Requiem: Pianissimo — ultima fatica della band australiana Virgin Black — nell’autunno 2018 è arrivata proprio come una sorta di epifania, un’improvvisa caduta da cavallo sulla via di Damasco. Ne approfittiamo per andare a recuperare i due capitoli precedenti e mettere l’intera opera in prospettiva, illustrando il lavoro di un gruppo che probabilmente chi si è avvicinato alla musica oscura in tempi recenti, durante l’epoca dei social media e degli smartphone, non conosce, ed è veramente un peccato.


2007: Requiem – Mezzo Forte

Ai tempi dell’uscita di Requiem: Mezzo Forte avevo iniziato ad ascoltare doom metal e derivati da un paio d’anni. Oltre all’ovvio amore per maestri del calibro dei My Dying Bride, mi dilettavo parecchio nella ricerca di progetti più o meno misconosciuti provenienti da qualunque angolo del mondo. Erano gli anni in cui acquistavo dischi con una certa frequenza dall’allora piccola etichetta The End Records (che all’epoca era la casa, tra gli altri, degli Agalloch), fu così che restai colpito dall’iconografia e dalla descrizione dei Virgin Black, oscuro progetto australiano dipinto come punto di incontro ideale tra doom metal, musica sinfonica e lutto.

La band era reduce da un’accoppiata di interessanti lavori di ispirazione gothic-doom metal come Sombre Romantic (2001, inizialmente uscito per la piccola Crestfallen Records, poi pubblicato da The End Records) ed Elegant… And Dying (2003, ancora The End Records), che chiaramente ebbi poi l’occasione di recuperare. I Virgin Black si presentavano principalmente come creazione di Rowan London (voce, pianoforte e tastiere) e Samantha Escarbe (chitarre, che ha nel frattempo cambiato nome in Sesca Scaarba); completavano poi la formazione il batterista Dino Cielo e il bassista Grayh, entrato nella band proprio in occasione di Mezzo Forte. Parliamo quindi del disco in questione, uscito nell’aprile del 2007.

Per cominciare, con la definizione mezzo forte si indica l’intensità dinamica di una composizione che, per l’appunto, si inserisce tra il piano e il forte. In questo caso, più che un’indicazione di teoria musicale (che pure c’è, nell’universo immaginato da London e Scaarba), il titolo pone anche l’accento sulla natura ibrida dell’album. È qui infatti che il progetto australiano ha compiuto un salto di qualità nell’accostamento tra doom metal e musica sinfonica, la cui influenza era già presente nelle trame dei lavori precedenti. Aggiungiamo che la trilogia dei Requiem fu già pensata (e registrata) nel 2006 come un’opera completa, composta da Scaarba e London, ed eseguita nella sua interezza con la collaborazione della Adelaide Symphony Orchestra e dello Adelaide Stamford Academy Choir.

Il Requiem fu però spezzato in tre capitoli discografici, che in teoria avrebbero dovuto essere pubblicati a poca distanza uno dall’altro. L’ordine di ascolto giusto dell’intera opera è Pianissimo, Mezzo Forte, Fortissimo, per un totale di circa due ore e mezzo di messa di requiem (tipologia di cui non mi metterò qui a illustrare peculiarità e contenuti, invitandovi a saperne di più). Tuttavia, solo il secondo e il terzo capitolo videro la luce nel 2007 e nel 2008 attraverso The End Records, lasciando un alone di mistero intorno alla prima sezione della messa.

Mezzo Forte è il capitolo in cui l’orchestra e le trame doom metal della band si incontrano, dopo la spettacolare intro “Requiem, Kyrie” in cui ci viene ripetuto con una certa costanza che «Sorrow ever awaits on joy». L’ingresso della chitarra distorta di Scaarba, durante il secondo brano “In Death,” subito dopo i versi «O wretchedness, O misery» cantati da London, vale già da solo tutto. Il costante dialogo tra l’orchestra e la band è ciò che rende questo capitolo speciale nonché, a mio avviso, uno dei migliori dischi di area gothic-doom del decennio. Il pianto della chitarra solista che non ruba mai la scena, ma si inserisce nelle pieghe con le sue tristi pennellate, le voci che interagiscono con il coro e si interrogano sul dolore, sulla fede, sulla perdita, il capolavoro assoluto “Lacrimosa (I Am Blind With Weeping)”. Inutile dire che all’epoca, dopo aver consumato Mezzo Forte, non vedevo l’ora di mettere le mani sul secondo, cioè terzo, episodio della trilogia.


2008: Requiem – Fortissimo

Dopo pochi mesi, nel febbraio del 2008, ecco che The End Records pubblicò Fortissimo, che proseguiva anche il discorso iconografico dell’uscita precedente, ma molto più oscuro. Accolsi la notizia con grande interesse e subito mi fiondai all’ascolto. Come probabilmente avrete intuito, Fortissimo è il disco in cui i Virgin Black portano in primo piano la componente metal, pur mantenendo il prezioso supporto dell’orchestra e del coro, che aggiungono ulteriore profondità alla messa.

Siamo davanti a un disco death-doom metal con tutti i crismi, tra distorsioni, sofferenza, il cantato in growl del versatile Rowan London, che si intreccia alla voce del soprano Susan Johnson alla maniera del gothic-doom metal del tempo. In questa sezione, la chitarra di Scaarba è leggermente più in risalto rispetto a prima e si conferma sicuramente l’elemento musicale più riconoscibile nella parte metal del Requiem. Fortissimo è anche il più breve dei tre episodi, meno incentrato sulla costruzione delle atmosfere create dall’orchestra e dal coro: un disco a suo modo diretto e comunque più che apprezzabile anche separatamente dal contesto generale.

Nel rapporto tra i due album, si colgono però i temi musicali ricorrenti dell’opera, nonché alcuni versi prima interpretati da London come tenore o baritono qui invece rivisti in growl. In “Darkness” ci confrontiamo con la nostra fine e con l’arrivo del Giorno del Giudizio, giungendo così all’ultima invocazione di London, «My God, exhort, to not merely draw air / But breath the skies», prima della ripresa del tema portante dell’opera in “Forever”, stavolta eseguito solo al pianoforte. Così calava il sipario sulla sentitissima messa di requiem creata dai Virgin Black, nell’attesa di conoscere la misteriosa terza (cioè prima) parte, si pensava a breve.

Le cose andarono però in maniera molto diversa, Pianissimo non uscì l’anno successivo, nemmeno quello dopo, The End Records nel frattempo cambiò un po’ le proprie priorità (per esempio, anche gli Agalloch si spostarono altrove), poi se ne persero gradualmente le tracce. Pianissimo diventò così una di quelle leggende di cui nessuno sembrava veramente sapere qualcosa di concreto. Ogni tanto veniva fuori qualche voce di corridoio sui vari siti dedicati al metal — che intanto iniziavano a diventare tantissimi (anche noi siamo nati proprio in quegli anni) — ma si risolveva sempre in un nulla di fatto, finché non si smise gradualmente di parlare dei Virgin Black, parte di un mondo che in un certo senso sembrava non essere più.


2018: Requiem – Pianissimo

E invece no. Passarono dieci anni. Con una tenacia quasi trascendente, forti di una fede spirituale e artistica problematica ma evidente, all’improvviso Rowan London e Sesca Scaarba la toccarono, per l’appunto, pianissimo e annunciarono la pubblicazione — stavolta autoprodotta — di Requiem: Pianissimo. All’inizio fu sollevato più di un dubbio, visti i precedenti, ma l’uscita sul canale YouTube ufficiale dei Virgin Black dei primi due brani (“Requiem Aeternum” e “Dies Irae”) a settembre 2018 sciolse infine ogni incertezza: la trilogia sarebbe stata completata davvero.

Il 30 novembre 2018, Pianissimo è diventato disponibile sul sito ufficiale della band insieme agli altri due capitoli del Requiem, riprendendo anche il tema grafico, seppur con una diversa palette di colori. Le tre copertine, soprattutto se viste insieme, ricordano molto lo stile dell’illustratore Dave McKean, parecchio in voga negli ambienti gothic-doom degli anni ’90.

Mettiamo in chiaro subito che stiamo parlando di un disco composto e registrato in contemporanea con gli altri due, figlio quindi dello stesso processo creativo e dello stesso tempo. Non ha senso, quindi, trattarlo come una nuova uscita, in cui scovare evoluzioni o differenze tematiche. Pianissimo è il capitolo introduttivo alla messa di Requiem, interamente eseguito dall’orchestra, cioè completamente privo di elementi sonori riconducibili al metal. Il gusto compositivo di London e Scaarba è ovviamente influenzato dall’universo gothic-doom anche in questo contesto, ma non vi aspettate di sentire la chitarra piangente o i growl che accompagneranno le voci pulite e i cori in seguito. Immaginate piuttosto un genuino tentativo di entrare in contatto con Dio, di dare voce al dolore della perdita e alle riflessioni in vista del Giorno del Giudizio.

Tuttavia, l’uscita di Pianissimo aiuta anche a mettere in prospettiva gli altri due capitoli, che funzionano a questo punto come bilanciamento di una messa completa in tre atti. Volendo, questa triplice natura del Requiem può essere letta anche come resa sonora delle voci angeliche e della musica delle sfere del Paradiso, seguite dall’incertezza del Purgatorio, fino alla violenza dell’Inferno. Ricomponendo le due ore e mezza (che difficilmente ascolterete in un’unica volta) è sicuramente interessante apprezzare i temi musicali che vengono ripresi in diverse modalità nel corso dell’opera, nonché i rimandi testuali alla messa di requiem classica.


È bello poter finalmente ascoltare l’opera più rappresentativa dei Virgin Black nella sua interezza, dando anche la possibilità di conoscerli a chi magari era troppo giovane negli anni ’00, o semplicemente non li aveva ancora scoperti. Curioso anche vedere come una band sostanzialmente scomparsa per tutta l’era dei social media sia riuscita a far parlare di nuovo di sé con un disco che di metal non ha nulla.

Chiudiamo così questo viaggio nel passato attraverso il presente, domandandoci se a questo punto i Virgin Black torneranno anche in futuro, o se la conclusione del Requiem rappresenterà anche la conclusione definitiva del loro percorso musicale.

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