I migliori album avantgarde metal del 2023 | Aristocrazia Webzine

I migliori album avantgarde metal del 2023

È arrivato di nuovo il fatidico momento di tirare le somme per l’anno appena concluso. Anche nel 2023 la produzione musicale in ambito metal estremo ha mantenuto ritmi e dinamiche assolutamente folli: più o meno novemila album in studio pubblicati, senza contare ristampe, EP, live, demo e chissà che altro. Come ogni anno, noi proviamo a fare un riassunto di ciò che ci è piaciuto di più dei dodici mesi appena trascorsi, genere per genere, sapendo che questo non è altro che un esercizio fine a se stesso, perché con tutta probabilità tra sei mesi scopriremo un album che ci colpirà, torneremo su un disco che avevamo lasciato indietro e ne rimarremo stupiti o ci chiederemo come sia stato possibile che proprio quel titolo non sia stato incluso nella lista.

Eppure ci risiamo, anche per il 2023 la redazione di Aristocrazia ha messo insieme le sue preferenze, fatto le sue votazioni, e quello che segue è ciò che è piaciuto di più al gruppo dei collaboratori. Ovviamente ciascun redattore ha le sue personali preferenze e cercare di accontentare tutti è stato complicato, ma proprio per questo è stato anche divertente. Buona lettura e buon ascolto, se anche solo una persona leggendo i nostri listoni scoprirà qualcosa di nuovo e interessante, allora tutto questo lavoro avrà avuto un senso.


Dødheimsgard – Black Medium Current

(Peaceville Records, 14 aprile)

L’ho eletto album dell’anno dopo un ascolto e mezzo e, considerate le unanimi, positive sensazioni raccolte in redazione e tra amici, trovo ancora più bello il fatto di scriverne adesso con lo stesso entusiasmo. Perché Black Medium Current è un disco di un’enormità come, personalmente, non ne ascoltavo da tempo. Se poi consideriamo che arriva da una realtà storica come i Dødheimsgard, che di cali praticamente non ne ha mai conosciuti nonostante le vite travagliate dei suoi membri, il risultato è ancora più micidiale.

Perché se dopo otto anni da un macigno come A Umbra Omega riesci a scrivere questa musica sei semplicemente di un altro pianeta. I norvegesi ci prendono per mano e ci portano, letteralmente, sul loro pianeta: il viaggio non è semplice e neppure breve, ma questa ora e dieci di poetica del disagio interstellare passa come un soffio di vento cosmico. A riguardare la tracklist, a distanza di mesi dal primo incontro con questa strana creatura, mi viene quasi da ridere per la qualità che vi è condensata, per il black metal che ancora una volta si sublima in qualcosa di altro e, nella sua multiformità, assume i caratteri del sogno per antonomasia.


Krallice – Porous Resonance Abyss

(Hathenter, 5 maggio)

Instancabili come pochi, i newyorkesi capitanati da Colin Marston piazzano il quinto album in quattro anni, e con questo Porous Resonance Abyss si spingono ulteriormente avanti nella loro ricerca tra black, post e prog metal e si prendono di diritto un posto d’onore nella nostra sezione dedicata alle cose strane. Diviso in quattro movimenti come una sinfonia, questo album è in realtà una unica suite che danza costantemente tra complessità progressive, echi estremi qui meno presenti del solito, suggestioni synthwave e quel pizzico di indefinibile follia che rende da sempre i Krallice un esempio unico e a sé stante.

La sensazione predominante nell’ascolto è quella di un viaggio spaziale attraverso una processione di corpi celesti sempre diversi tra loro, mentre i quattro sfoggiano tutta la loro maestria strumentale senza mai sfociare nell’autocompiacimento e nel solo fine a sé stesso. Degna di nota anche la produzione e il lavoro in fase di arrangiamento (come sempre tutto sulle spalle di capitan Marston), che astenendosi da eccessi di pulizia e di sovrapposizione di parti salvano la patina di un sound essenziale e vagamente vintage, quasi krautrock. Porous Resonance Abyss emana classe da ogni lato lo si guardi e lancia i Krallice come alfieri dell’ala più sognante e immaginifica dell’avantgarde metal.


Ne Obliviscaris – Exul

(Season Of Mist, 24 marzo)

Nel loro ventesimo anno di attività, gli australiani Ne Obliviscaris hanno festeggiato tornando a pubblicare un nuovo album dopo sei anni di pausa. Se Urn – primo lavoro dopo l’arrivo in formazione del nuovo bassista, Martino Garattoni (Ancient Bards) – aveva entusiasmato la critica e i fan, toccando vette altissime sul fronte del prog death di cui i NeO sono ormai tra i più noti alfieri, Exul ha rinnovato la promessa, lasciando come unica nota amara l’annuncio dell’addio dello storico batterista del progetto Daniel Presland. Pur restando sullo stesso percorso tracciato dal sestetto, però, Exul soddisfa gli appassionati della produzione degli australiani e i fan del death progressivo più melodico e strutturato.

Dall’apripista “Equus” – su cui debutta la figlia del cantante e violinista Tim Charles, Emma – in avanti, i Ne Obliviscaris sciorinano tutto il loro bagaglio tecnico e culturale, in 5 brani più una strumentale dal minutaggio importante tanto quanto la ricchezza di trama dei singoli episodi. La ricerca sperimentale sulla lunga durata che accompagna le pubblicazioni discografiche dei NeO da Citadel in poi (con la tripartita “Painters Of The Tempest” e i due atti di “Devour Me, Colossus”) si ripropone anche qui, con il solo esempio di “Misericorde” I e II. Un songwriting ancora una volta ispirato, archi e atmosfere che si sposano con le sette corde caleidoscopiche di Ben Baret e Matt Klavins, la magia del basso di Garattoni che si intreccia alla perfezione con le batterie di Presland, l’ennesima prova vocale iridescente di Xen e Tim Charles. Exul è il quarto, ottimo tassello discografico della band: una conferma, per i fan, ma anche un ottimo punto di partenza per chi non li conoscesse e volesse lanciarsi alla loro scoperta.


Thantifaxath – Hive Mind Narcosis

(Dark Descent Records, 2 giugno)

Ci sono voluti quasi dieci anni perché i Thantifaxath dessero un seguito al loro debutto, Sacred White Noise. Hive Mind Narcosis, che esce ancora per Dark Descent, è esattamente quello che tutti aspettavamo: tre quarti d’ora abbondanti di mindfuck. Un album di una complessità e di una difficoltà da digerire che a confronto i Dødheimsgard scrivono filastrocche per bambini, sette canzoni che si sviluppano in una dissonanza pressoché costante, che fanno di tutto per disorientare il malcapitato che non sa cosa aspettarsi dietro il prossimo riff.

Figli dei Deathspell Omega, i Thantifaxath sono tra i pochissimi che possono davvero dire di aver preso la lezione dei francesi e averla assimilata, sintetizzata e rielaborata in un modo del tutto personale. La perizia tecnica e la capacità di scrittura del trio sono fuori discussione, ma soprattutto a essere strabiliante è la capacità di non scadere mai in un esercizio di stile ed esagerazioni fini a se stesse, che è poi il grande rischio delle band più “sperimentali” dei tempi recenti (qualcuno ha detto Imperial Triumphant?). L’anonima band di Toronto pubblica musica con il contagocce, ma quando pubblica lo fa perché è sicurissima di avere per le mani materiale degno di nota. Ce ne fossero come loro.


Thy Catafalque – Alfö​ld

(Season Of Mist, 14 giugno)

In questo listone, i Thy Catafalque rientrano più per il nome e per la fama che Tamás Kátai si è costruito negli anni che per l’effettivo contenuto di Alföld, a meno che nella sfera della sperimentazione e voglia di osare rientri anche un ritorno alle origini. Toccato il culmine dell’estro creativo con Naiv, il successivo Vadak ha riportato su piani più concreti il gruppo ungherese e la cosa è ancora più marcata su questo disco, uscito a breve distanza: Alföld è un disco molto diretto e asciutto, sempre riconducibile a dei generi ben delineati nonostante ci sia comunque una certa dose di varietà.

La violenza e l’aggressività del death e del black metal la fanno da padrone, elementi che hanno caratterizzato la fase iniziale della carriera di Kátai e che mancavano da tanto in una forma così prepotente. I Thy Catafalque che abbiamo imparato a conoscere ci sono comunque: i ritmi folk accompagnati dalla voce della fida Martina Horváth della title track, i fiati imponenti di “A Földdel Egyenlő” e i flauti est europei di “Folyondár”, per arrivare ai synth glaciali che richiamano un certo black di fine anni Novanta su “Szíriusz”. Sembra che Kátai abbia voluto giocare un po’ sul sicuro rispetto al solito, ma se i risultati sono questi ciò non rappresenta certo un problema.