I migliori album black metal del 2023| Aristocrazia Webzine

I migliori album black metal del 2023

È arrivato di nuovo il fatidico momento di tirare le somme per l’anno appena concluso. Anche nel 2023 la produzione musicale in ambito metal estremo ha mantenuto ritmi e dinamiche assolutamente folli: più o meno novemila album in studio pubblicati, senza contare ristampe, EP, live, demo e chissà che altro. Come ogni anno, noi proviamo a fare un riassunto di ciò che ci è piaciuto di più dei dodici mesi appena trascorsi, genere per genere, sapendo che questo non è altro che un esercizio fine a se stesso, perché con tutta probabilità tra sei mesi scopriremo un album che ci colpirà, torneremo su un disco che avevamo lasciato indietro e ne rimarremo stupiti o ci chiederemo come sia stato possibile che proprio quel titolo non sia stato incluso nella lista.

Eppure ci risiamo, anche per il 2023 la redazione di Aristocrazia ha messo insieme le sue preferenze, fatto le sue votazioni, e quello che segue è ciò che è piaciuto di più al gruppo dei collaboratori. Ovviamente ciascun redattore ha le sue personali preferenze e cercare di accontentare tutti è stato complicato, ma proprio per questo è stato anche divertente. Buona lettura e buon ascolto, se anche solo una persona leggendo i nostri listoni scoprirà qualcosa di nuovo e interessante, allora tutto questo lavoro avrà avuto un senso.


…And Oceans – As In Gardens, So In Tombs

(Season Of Mist, 27 gennaio)

Non capita a tutti di riuscire a tornare indietro nel tempo di vent’anni e di mantenere intatta una magia che poteva facilmente perdersi o finire edulcorata da un mercato più che saturo. Invece gli …And Oceans non solo sono riusciti nell’impresa col precedente — sorprendente — Cosmic World Mother, ma a distanza di altri tre anni si ripetono con As In Gardens, So In Tombs. Come un meccanismo ben oliato, il sestetto finlandese porta a casa un altro pregevole esempio di black sinfonico, senza limitarsi al compitino, ma confezionando una decina di brani ispirati, eterogenei e intrisi di quella malignità tra il suadente e il furioso che ha fatto la fortuna del genere decenni fa. Non mancano neppure brevi tuffi nel passato elettronico-industrialoide della band, cito su tutti gli esempi di “Carried On Lead Wings”, “Cloud Heads” e “Inverse Magnification Matrix”, ma parliamo di incontri fugaci nell’economia sinfonica di un disco che, a dispetto del tempo che passa, funziona proprio bene.


Anti-God Hand – Blight Year

(American Dreams Records, 25 agosto)

La one man band canadese Anti-God Hand dirà probabilmente poco a molti fan europei, ma del nuovo album Blight Year, secondo per la creatura di Will Ballantyne, se n’è parlato un bel po’ oltreoceano, chiaramente a livello underground. Il perché, comunque, è immediatamente intuibile: Blight Year è infatti un disco particolarissimo, che rientra sotto il grande cappello del black metal pescando però a piene mani anche da altre tradizioni. Ed è così che in quest’opera convivono black metal, shoegaze, progressive, strutture avantgarde e derive alternative rock, dimostrando anche la malleabilità del sottogenere più oscuro del panorama metallico. Tra aggressivi blast beat, bassi sinuosi e progressioni intriganti, il disco scorre via che è un piacere, facendo un punto di forza della collisione di tutti questi elementi, a prima vista in contraddizione tra loro. Tra le tante pieghe avantgarde e sperimentali che ha preso il black metal, quella di Anti-God Hand è probabilmente una delle più convincenti degli ultimi anni: davvero una bella ventata d’aria fresca, che merita di essere premiata con una menzione in lista.


Argenthorns – The Ravening

(Avantgarde Music, 21 aprile)

A fare il paio con i Moonlight Sorcery, per la quota symphonic black metal dell’anno appena concluso, ci sono gli Argenthorns di Juuso Peltola, mente dietro svariati nomi tra cui Warmoon Lord e Old Sorcery, affiancato da Revenant Strigoi (al secolo Janne Jokinen) alla batteria. Sempre dalla Finlandia e sempre sotto Avantgarde Music, ma con un piglio meno caciarone. Il riferimento principale sono indubbiamente gli Emperor di Anthems, ma uno dei punti di forza di The Ravening — debutto assoluto per il progetto — è la varietà di influenze e di stili, tra atmosfere glaciali, virtuosismi e aperture molto teatrali in cui Peltola passa da uno scream affilatissimo a una profonda voce narrante, perfettamente in linea con l’estetica dark fantasy del disco.

I synth sono dosati alla perfezione e sono una costante in The Ravening, che acquisisce così uno spessore notevole e risulta coerente anche quando si divaga più del solito, come nel funeral doom di “A Procession Of Spectres”. Fra castelli maledetti, spiriti e incantesimi, gli Argenthorns hanno piantato il loro vessillo in un genere che sta vivendo un certo revival: speriamo di avere anche un seguito prima o poi.


Calligram – Position | Momentum

(Prosthetic Records, 14 luglio)

I Calligram sono stati una delle rivelazioni più inattese di questo 2023 ormai terminato. Dopo averli rapidamente recuperati prima della loro performance al Frantic Fest, la curiosità per il loro set era cresciuta esponenzialmente, superando qualsiasi aspettativa in sede di concerto. Stregato dal loro turno sul palco di Francavilla al Male, il recupero del loro ultimissimo Position | Momentum è stato conseguenza logica irresistibile.

Il mix di hardcore e post-black metal apprezzato dal vivo è riflesso veritiero di quanto presente sul secondo album dei londinesi. Otto tracce per una quarantina di minuti di ferocia disumana, tra chitarre oscenamente in tremolo, batteria degna delle migliori serate passate a sgomitare nei centri sociali e il cantato viscerale di Matteo Rizzardo, che questa estate mi aveva completamente rapito con la sua attitudine on stage. Position | Momentum è una sorpresa incredibilmente gradita per i fan del black, del post e dell’hardcore, per quanto mi riguarda: l’ascolto dei Calligram, consigliato a chiunque sia alla ricerca di quella genuinità che solo l’underground sa regalare.


Enslaved – Heimdal

(Nuclear Blast, 3 marzo)

Può un gruppo essere innovativo dopo oltre trent’anni di attività? Se parliamo degli Enslaved, la risposta è un enorme sì. I norvegesi hanno approfittato della pausa forzata targata Covid-19 per chiudersi in studio e forgiare probabilmente il loro disco migliore da quindici anni a questa parte, a dispetto dei livelli altissimi toccati da E o In Times.

Come sempre la musica degli Enslaved nasce dal black metal e procede… altrove, verso lidi indefinibili, tra psichedelia, prog-rock d’annata e post-metal. Heimdal resta fedele alla tradizione del gruppo di basarsi su miti nordici per estetica e richiami, ma come sempre travolge l’ascoltatore con improvvisi salti verso generi che nulla hanno a che spartire con i vichinghi. L’agguerrita selezione per eleggere i migliori gruppi in ambito black del 2023 viene passata grazie al particolare successo con cui gli Enslaved giostrano sfuriate black, dissonanze e i consueti innesti da altri generi, con una presenza quasi dominante di tastiere ed effetti vari. La title track conclusiva è un emblema di ciò che i cinque rappresentano a pieno: una proposta musicale unica, poco definibile, ispirata e varia come poche altre sul panorama estremo, supportata da un’esperienza enorme e forte della libertà artistica tipica di chi ha navigato la scena black del secolo scorso per evolversi in direzioni poco ortodosse. Insieme a Ulver, Thorns e tanti altri, gli Enslaved restano un nome d’obbligo.


Minenwerfer – Feuerwalze

(Osmose Productions, 10 marzo)

Complici anche le celebrazioni per il suo centenario, la Grande Guerra è diventata fonte di ispirazione per un numero crescente di formazioni. Tra chi ne parlava già in tempi non sospetti è doveroso citare i Minenwerfer, che con Feuerwalze tagliano il traguardo del quarto album in studio. Se nel precedente Alpenpässe i californiani avevano descritto l’algida desolazione del fronte alpino, nel loro nuovo lavoro gettano l’ascoltatore nell’inferno piombo e sangue della battaglia della Somme, uno degli scontri più sanguinosi — e inconcludenti — dell’intero conflitto. Nel farlo si affidano a ritmiche molto più serrate, con brani al fulmicotone che si susseguono senza soluzione di continuità, come se l’intero disco fosse una unica estenuante traccia. L’intenzione dei Minenwerfer sembra proprio essere quella di trasporre in musica il fragore del campo di battaglia, lo spaventoso rombo dei milioni di proiettili di artiglieria esplosi. E ci sono riusciti, perchè Feuerwalze è una sinfonia di morte, un monumento all’orrore generato dall’uomo.


Moonlight Sorcery – Horned Lord Of The Thorned Castle

(Avantgarde Music, 29 settembre)

Da quando nel 2022 è uscito Piercing Through The Frozen Eternity, abbiamo sviluppato una vera e propria predilezione verso i Moonlight Sorcery, pur dovendoci accontentare soltanto di due EP ravvicinati nella prima fase di vita della band. Fortunatamente il 2023 ha visto l’uscita del primo album dei finlandesi, intitolato Horned Lord Of The Thorned Castle, che nonostante la pronuncia del titolo richieda uno sforzo di dizione non da poco scorre in maniera fantastica.

Horned Lord Of The Thorned Castle si pone in perfetta continuità con quanto i Moonlight Sorcery ci hanno regalato all’interno di Pierced Through The Frozen Eternity e Nightwind: The Conqueror From The Stars: le tastiere (che costellavano soprattutto il primo) dialogano con le chitarre ad alto livello di shredding (presenti soprattutto nel secondo). Il tutto si inserisce poi all’interno di una cornice narrativa che sembra evocare le imprese di un Signore Oscuro intento in una serie di sanguinosi rituali, con lo scopo di assicurarsi il potere e incutere terrore a chiunque passi per il suo castello circondato da rovi. Horned Lord Of The Thorned Castle è accattivante, dinamico e mai noioso: un’ottima prova di come si possa spezzare il solito paradigma trve kvlt.


Spirit Possession – Of The Sign…

(Profound Lore Records, 31 marzo)

Erano entrati a gamba tesa nel radar di tantissimi con il loro primo album e con Of The Sign… è arrivata la consacrazione. Spirit Possession è un nome oggi emblematico di quel filone di black metal furioso e dissonante nel quale a farla da padrona non è più la logica, ma l’istinto. Il duo di Portland, con il suo ultimo lavoro, ha ripreso i fili di quanto iniziato con il debutto eponimo, amplificando per certi versi la caratteristica disumana della propria produzione. Le tre brevi strumentali che ripartiscono la scaletta sono spartiacque puramente concettuali durante l’ascolto, perché la tensione non cala mai ma, anzi, si fa più palpabile. L’ascolto di Of The Sign… è, se vogliamo, sul filo del rasoio. Da “Orthodox Weapons” a “Enter The Golden Sign”, fino poi alla conclusiva “The Altar”, la sfuriata è chirurgica al millimetro, ma anche solenne, profonda. L’epopea targata Spirit Possession, insomma, si è arricchita di un nuovo, ottimo capitolo, realizzato ancora una volta in combutta con Profound Lore: i fan del genere e del progetto non avevano bisogno di queste righe per comprendere il valore di Of The Sign…


Sühnopfer – Nous Sommes D’Hier

(Debemur Morti Productions, 6 ottobre)

«Noi siamo di ieri»: questa citazione biblica dal Libro di Giobbe dà il titolo al nuovo capitolo del progetto Sühnopfer, con il quale Ardraos riporta alla luce i fasti della dinastia borbonica, lasciando emergere anche una certa malinconia verso il passato e la consapevolezza di non appartenere del tutto alla propria epoca.

Tutto questo viene convogliato in maniera magistrale all’interno di Nous Sommes D’Hier, dove un black metal denso e sferzante convive con chitarre acustiche, cori tombali e melodie barocche rese più o meno esplicite: il caso più riuscito e affascinante è rappresentato dall’introduttiva “D.S.F.R.”, che riprende l’inno al re di Francia Domine Salvum Fac Regem, giunto a un’estrema popolarità grazie all’arrangiamento di Charpentier durante il regno di Luigi XIII e Luigi XIV. Non solo: Nous Sommes D’Hier regala altre chicche da scoprire durante l’ascolto, come la collaborazione con Vindsval dei Blut Aus Nord che presta voce e chitarra a “Sermon Sur Le Trèpassement”, oppure “Le Bal Des Laze”, cover di un brano folk degli anni ’60 originariamente concepito come una marcia funebre.

Pomposo e allo stesso tempo tagliente come solo un album targato Sühnopfer sa essere, Nous Sommes D’Hier trasporta in una dimensione a cavallo tra le epoche e offre una plausibile interpretazione di cosa possano sentire gli spettri dei sovrani borbonici, rinchiusi in freddi cimiteri di pietra per i secoli a venire.


Wayfarer – American Gothic

(Profound Lore Records, 27 ottobre)

Prendete del black metal con forti venature post- e fatelo marinare con un po’ di atmosfere western: quello che ne esce è una perfetta colonna sonora alternativa per un Tarantino stile The Hateful Eight o, se siete appassionati di videogiochi, un Red Dead Redemption, oppure ancora il nuovo disco dei Wayfarer, American Gothic. Il quartetto di Denver è da almeno due album sulla bocca di tutti per la sua personalissima interpretazione del black atmosferico appunto, ricca di riferimenti al folk e all’americana: con questo disco il gruppo raggiunge probabilmente il momento più alto della sua discografia finora, con uno stile mai così melodico ed equilibrato.

American Gothic è un lavoro che trasuda classe e dipinge quei luoghi di frontiera in cui nell’Ottocento ci si faceva spesso giustizia da soli e in cui le opportunità di farcela erano pressoché infinite, anche se spesso e volentieri al costo di morte e sfruttamento. Chitarre slide, voci da crooner e un post-black che a tratti richiama gente come i Mgła trascinano in un ascolto immersivo, andando dal black di “The Thousand Tombs Of Western Promises” o “To Enter My House Justified” a momenti puramente folk, siano essi oscuri come “Reaper On The Oilfields” o più sereni come “A High Plains Eulogy”. Un disco probabilmente da podio assoluto del 2023, da ascoltare e riascoltare scoprendo sempre sfumature diverse.