I migliori album death metal del 2023 | Aristocrazia Webzine

I migliori album death metal del 2023

È arrivato di nuovo il fatidico momento di tirare le somme per l’anno appena concluso. Anche nel 2023 la produzione musicale in ambito metal estremo ha mantenuto ritmi e dinamiche assolutamente folli: più o meno novemila album in studio pubblicati, senza contare ristampe, EP, live, demo e chissà che altro. Come ogni anno, noi proviamo a fare un riassunto di ciò che ci è piaciuto di più dei dodici mesi appena trascorsi, genere per genere, sapendo che questo non è altro che un esercizio fine a se stesso, perché con tutta probabilità tra sei mesi scopriremo un album che ci colpirà, torneremo su un disco che avevamo lasciato indietro e ne rimarremo stupiti o ci chiederemo come sia stato possibile che proprio quel titolo non sia stato incluso nella lista.

Eppure ci risiamo, anche per il 2023 la redazione di Aristocrazia ha messo insieme le sue preferenze, fatto le sue votazioni, e quello che segue è ciò che è piaciuto di più al gruppo dei collaboratori. Ovviamente ciascun redattore ha le sue personali preferenze e cercare di accontentare tutti è stato complicato, ma proprio per questo è stato anche divertente. Buona lettura e buon ascolto, se anche solo una persona leggendo i nostri listoni scoprirà qualcosa di nuovo e interessante, allora tutto questo lavoro avrà avuto un senso.


Cruciamentum – Obsidian Refractions

(Profound Lore Records, 24 novembre)

Un altro ritorno tanto atteso, Obsidian Refractions arriva a oltre otto anni di distanza dal precedente Charnel Passages. Nel mezzo, i Cruciamentum hanno pubblicato soltanto due tracce su un sette pollici, si sono spostati in giro per il mondo e hanno rimaneggiato fortemente la formazione. Dei componenti originali oggi resta il solo Dan Lowndes, chitarrista e principale compositore, oltre che produttore e figuro alle spalle del Resonance Sound Studio, ma nonostante i molti avvicendamenti di organico e i lunghi anni trascorsi il piglio del gruppo non è cambiato di una virgola.

I Cruciamentum, oggi divisi tra Regno Unito e Stati Uniti, sono sempre alfieri di un old school death metal che più old school non si può, sulla scia dei sempreverdi Incantation, ma non hanno perso la capacità di suonare sempre freschi e convincenti, per quanto caos, abissi, abomini e templi distrutti non siano proprio una novità. Eppure proprio qui sta la grandezza dei Cruciamentum: non hanno bisogno di nulla di nuovo per mettere insieme uno dei dischi più convincenti dell’anno.


Gridlink – Coronet Juniper

(Willowtip Records, 15 settembre)

L’unico album grindcore presente in questa lista è Coronet Juniper dei Gridlink, un’opera che era particolarmente attesa da parte dei fan di vecchia data del combo nippo-statunitense. A nove anni di distanza dal leggendario Longhena, la band si è infatti riunita per dare alla luce un nuovo disco. Il risultato sono neanche venti minuti di furia grind sparata a velocità inimmaginabili, dove la parte del leone la fa sicuramente il fondatore Takafumi Matsubara, grazie alle sue evoluzioni chitarristiche. A ciò, va unita la folle prestazione vocale di Jon Chang, già noto per la sua lunga militanza nei Discordance Axis, band seminale per un certo modo particolarmente tecnico di intendere il grindcore.

Ecco, appunto: quello che rende speciale Coronet Juniper, al pari dei precedenti album dei Gridlink, è proprio questa grande tecnica messa al servizio di un genere come il grindcore, unitamente a elementi melodici e atmosferici — che nel filone sembrano quasi un ossimoro, se non una bestemmia — che rendono l’album un’esperienza sensoriale particolare e unica. Anche se i Gridlink sono nel loro piccolo una band leggendaria, per chi non ne avesse mai sentito parlare non è mai troppo tardi per recuperare, e questo potrebbe essere davvero il momento adatto.


Horrendous – Ontological Mysterium

(Season Of Mist, 18 agosto)

A cinque anni di distanza dall’ottimo Idols, gli Horrendous interrompono il lungo silenzio con la loro quinta fatica sulla piena lunghezza. Ontological Mysterium rappresenta un nuovo deciso passo in avanti lungo il percorso che dal death vecchia scuola delle origini ha portato gli statunitensi verso sonorità via via sempre più tecniche e progressive. Sin dalle prime battute ci si rende infatti conto di come i Nostri abbiano sfruttato il quinquennio di sosta per ripulire e raffinare ulteriormente il proprio suono, pur non rinunciando a mantenere una certa aggressività.

Nei nove brani che compongono l’opera i virtuosismi dei due chitarristi ricamano articolate strutture, tanto ricche di melodia quanto abrasive, con il sostegno di una sezione ritmica semplicemente impeccabile. Ne risulta un lavoro molto coerente nella sua varietà, capace di ammaliare l’ascoltatore e rapirlo per tutta la sua durata, in cui le influenze dei padri del genere si amalgamano con spunti più personali. Un ottimo esempio di prog-death.


Insomnium – Anno 1696

(Century Media Records, 24 febbraio)

Un nome, una garanzia: i finlandesi Insomnium non sbagliano un colpo e anche il 2023 è graziato dalla presenza di un nuovo concept a firma di Sevänen e compagnia. Dipanandosi lungo la cupa storia di una donna accusata di stregoneria nella Scandinavia del XVII secolo, Anno 1696 sciorina tutto il repertorio a disposizione del gruppo. La base death melodico improntato alla velocità resta salda, ma sempre più mischiata con una forte dose di black tipicamente finlandese, condita dagli obbligatori arpeggi di chitarra pulita e da digressioni pagan-folk, il tutto in otto tracce compatte e di facile fruizione.

Gli Insomnium spingono inoltre la loro maestria strumentale perfino oltre le vette già toccate in passato e rovesciando addosso al deliziato ascoltatore trame su trame musicali, senza disdegnare alcune interessanti novità nei passaggi di respiro più ampio. Anno 1696 gioca infine un ulteriore jolly inserendo ospiti del calibro di Sakis dei Rotting Christ, Coen Janssen degli Epica e Joanna Kurkela, moglie di Tuomas dei Nightwish. Magari non saranno più particolarmente originali, ma gli Insomnium dominano la loro nicchia con autorità e Anno 1696 è il manifesto di un gruppo forse al suo apice per esperienza e ispirazione.


Lunar Chamber – Shambhallic Vibrations

(20 Buck Spin, 28 aprile)

L’etichetta canadese 20 Buck Spin continua a farla da padrone nella scena death metal underground, non solo con la pubblicazione di realtà ormai consolidate quali Tomb Mold e VoidCeremony (entrambe presenti in questa lista) ma anche con alcune interessantissime nuove leve. È il caso degli statunitensi Lunar Chamber, che hanno debuttato lo scorso aprile con Shambhallic Vibrations, considerato soltanto un EP anche se la sua durata sfiora la mezz’ora. La band nasce da una costola dei Tómarúm, interessante realtà progressive black con cui condivide anche alcune caratteristiche musicali. Su tutte, l’utilizzo del basso fretless che aggiunge una sensazione di morbidezza e calore alle composizioni del trio di Atlanta. L’EP, inoltre, consta di luminose aperture atmosferiche e rallentamenti dal sapore death-doom, avvolti comunque da una scrittura di orientamento progressive.

Sembra quasi che Cynic, Mithras e Blood Incantation si siano ritrovati in una sala prove per poi mettersi a jammare insieme: il risultato è chiaramente death metal, ma con atmosfere raramente sentite prima nel genere, un approccio autenticamente progressive e deliziose sfumature doom. Insomma, i Lunar Chamber sono una band giovane ma la cui spiccata creatività fa sperare tantissimo per il futuro: se questo è solo il primo EP, le aspettative per l’album di debutto vero e proprio non potranno che essere molto elevate.


Majesties – Vast Reaches Unclaimed

(20 Buck Spin, 3 marzo)

Cosa succede quando un metallaro figlio degli anni ‘90 entra in crisi nostalgica? Mette in piedi un gruppo melodeath che suona come uno dei più bei dischi melodeath dell’universo, cioè The Jester Race. Il debutto dei Majesties è un atto d’amore nei confronti della Göteborg degli anni d’oro, che si muove sul binario tracciato da In Flames, Dark Tranquillity, Eucharist, Sacrilege, Gates Of Ishtar (che non erano di Göteborg, ma fa niente) e via discorrendo.

Vast Reaches Unclaimed però non è soltanto un tributo, è anche un album ispiratissimo e senza una virgola fuori posto che serve a ricordarci di cosa era capace il melodeath prima che gli At The Gates spianassero inavvertitamente la strada al metalcore e prima che questo stile finisse pressoché dimenticato a favore della mollezza degli Insomnium e dei loro epigoni tutta tastiere e chitarre smussate — con buona pace del collega che ne ha scritto poco sopra. E invece i Majesties nonostante le melodie di gran gusto non rinunciano a riffare come dei tori, non ammorbidiscono il tono delle chitarre e in particolare Tanner Anderson (il mastermind degli Obsequiae) non smette di scartavetrarsi i polmoni a suon di urla lancinanti. I Majesties sono il più bel what if… che il 2023 ci potesse regalare.


Sulphur Aeon – Seven Crowns And Seven Seals

(Ván Records, 13 ottobre)

Non importa che tu sia devoto ai Grandi Antichi o alla branca più oscura e sulfurea del death metal: in entrambi i casi, Seven Crowns And Seven Seals dei Sulphur Aeon è un ottimo motivo per rallegrarsi. I sacerdoti teutonici degli antichi déi lovecraftiani, infatti, hanno rotto un silenzio di quasi cinque anni — se escludiamo il live album Unaussprechliche Kulte, risalente al 2020 — per portare alla luce un disco tanto ieratico quanto travolgente.

Il blackened death del gruppo viene qui ulteriormente arricchito da passaggi melodici e voci solenni che scandiscono l’inesorabile scorrere delle ore che ci separano dall’avvento di Azatoth, Dagon, Cthulhu e compagnia bella. L’effetto finale risulta estremamente convincente, seppur alcuni brani ripropongano lo stile consueto dei Sulphur Aeon, quello che abbiamo imparato ad apprezzare dai tempi di Swallowed By The Ocean’s Tide. Non mancano infatti le soluzioni originali e piacevolmente sorprendenti, come le melodie di “Usurper Of The Earth And Sea” e le derive goth di “The Yearning Abyss Devours Us”. Seven Crowns And Seven Seals è un album magnetico ed evocativo, capace di far presa su tutte le anime, mortali e non; in effetti non ci sarebbe da stupirsi se, ascoltandolo in cima a una scogliera, all’improvviso Cthulhu decidesse di interrompere il suo sonno per emergere dalle profondità marine.


Tomb Mold – The Enduring Spirit

(20 Buck Spin, 15 settembre)

La parabola dei Tomb Mold non smette di stupire, così come non smettono di stupire tanto il lavoro introspettivo di Max Klebanoff ai testi quanto l’estro onirico di Derrick Vella alla chitarra. The Enduring Spirit è un viaggio clamoroso nel subconscio, che ci interroga come singoli esseri umani all’interno di una collettività sempre più problematica. E se i primi due brani del disco possono farci pensare al solito, quadrato album dei Tomb Mold, il trio (da poco quartetto) di Toronto butta lì un pezzo come “Will Of Whispers”, che gioca in maniera sapiente con dei pesi non semplici da mantenere. Perché se da un lato c’è il death metal mastodontico, dall’altro c’è un’anima cangiante capace di insinuare jazz e fusion fra i risvolti di un riffone o di un blast beat.

L’esperienza dei Dream Unending e le delicate trame chitarristiche di cui è capace Vella trovano uno spazio capace di stimolare momenti contemplativi al limite dell’insensato e, per questo, meravigliosi. I Tomb Mold scrivono così la pagina più ambiziosa di quella che è stata, fin qui, la loro carriera, lavorando bene sul breve con brani catchy come “Servants Of Possibility” e la lunga, variopinta suite conclusiva “The Enduring Spirit Of Calamity”.


VoidCeremony – Threads Of Unknowing

(20 Buck Spin, 14 aprile)

Nati dalla mente di Garrett Johnson ormai dieci anni fa, i VoidCeremony si erano piacevolmente distinti già con il loro primo album pubblicato nel 2020, Entropic Reflections Continuum: Dimensional Unravel, per l’originalità della loro proposta, in grado di offrire un taglio personale in ambito progressive death metal. Con l’entrata ufficiale in formazione di Phil Tougas (Ch’theilist, Worm) e Damon Good (Mournful Congregation, StarGazer), il progetto ha subito un’ulteriore evoluzione.

Basato sempre su un basso funambolico e protagonista nel mix, Threads Of Unknowing sviluppa un lato più atmosferico dei VoidCeremony, pur senza rinunciare alle accelerazioni più tipicamente black-death della band. Un altro punto distintivo sono gli assoli, ben scritti e sempre molto ispirati, che aiutano a rendere i brani sempre più vari e convincenti. Rispetto al debutto, il nuovo album del gruppo californiano rappresenta dunque una piacevolissima conferma, se non anche un’espansione degli elementi già messi in campo nel primo disco, con rinnovata energia ed esperienza. E scusate se è poco.