I migliori album metal italiani 2023 | Aristocrazia Webzine

I migliori album metal italiani del 2023

È arrivato di nuovo il fatidico momento di tirare le somme per l’anno appena concluso. Anche nel 2023 la produzione musicale in ambito metal estremo ha mantenuto ritmi e dinamiche assolutamente folli: più o meno novemila album in studio pubblicati, senza contare ristampe, EP, live, demo e chissà che altro. Come ogni anno, noi proviamo a fare un riassunto di ciò che ci è piaciuto di più dei dodici mesi appena trascorsi, genere per genere, sapendo che questo non è altro che un esercizio fine a se stesso, perché con tutta probabilità tra sei mesi scopriremo un album che ci colpirà, torneremo su un disco che avevamo lasciato indietro e ne rimarremo stupiti o ci chiederemo come sia stato possibile che proprio quel titolo non sia stato incluso nella lista.

Eppure ci risiamo, anche per il 2023 la redazione di Aristocrazia ha messo insieme le sue preferenze, fatto le sue votazioni, e quello che segue è ciò che è piaciuto di più al gruppo dei collaboratori. Ovviamente ciascun redattore ha le sue personali preferenze e cercare di accontentare tutti è stato complicato, ma proprio per questo è stato anche divertente. Buona lettura e buon ascolto, se anche solo una persona leggendo i nostri listoni scoprirà qualcosa di nuovo e interessante, allora tutto questo lavoro avrà avuto un senso.


Amalekim – Avodah Zarah

(Avantgarde Music, 3 novembre)

La semplicità è molto spesso la chiave per il successo, ma pare un concetto troppo difficile da digerire per certi gruppi. Gli Amalekim, fortunatamente, non sono degli sprovveduti e hanno preso bene le misure prima di uscire con Avodah Zarah. Se l’approdo su Avantgarde dopo l’uscita del precedente HVHI non bastasse come prova delle ottime potenzialità della formazione italo-polacca, l’ascolto del secondo album del quartetto compenserà senza troppi problemi. La scaletta è una fluida e costante sferzata di black metal furioso, forte di un piglio melodico delle chitarre chiaramente figlio di un certo scenario scandinavo, ma anche polacco.

Qualcuno potrebbe forse puntare il dito contro l’ennesimo abuso di elementi religiosi in una proposta estrema, però non è questo il caso, perché non abbiamo a che fare con una band che vuole mascherare una povertà di idee siderale, tutt’altro. Ogni mossa è calcolata, ogni passaggio calibrato, nella stessa vena che Emperor, Dissection, Shining e Cult Of Fire ci hanno insegnato ad amare. Un centro pienissimo, tanto per Avantgarde quanto per gli Amalekim, che per il futuro hanno in serbo cose per le quali non sarai mai abbastanza pronto.


Aphotic – Abyssgazer

(Sentient Ruin Laboratories / Nuclear Winter Records, 24 marzo)

Sulla carta Abyssgazer è un debutto assoluto, in realtà gli Aphotic sono un gruppo lombardo nato dalle ceneri degli Ekpyrosis per mano di Fabiano Aldegani (batteria), Leonardo Sala (basso e seconde voci) e Nicolò Brambilla (voce e chitarra, nonché membro attivo anche di Blasphemer e Fuoco Fatuo). Dopo aver partecipato alle registrazioni come ospite, al trio si è aggiunto Giovanni Piazza, già compagno di Brambilla proprio nei Fuoco Fatuo.

Il concentrato di morte messo insieme dagli Aphotic non solo convince per la sua maturità, ma stupisce anche per la sua personalità, perché se da una parte i riferimenti al death metal di un certo tipo sono più che evidenti, dall’altra il disco non rinuncia mai a una propria cifra espressiva. Da un lato Incantation, Cruciamentum e Dead Congregation (l’album è una coproduzione tra Sentient Ruin e proprio la Nuclear Winter di Anastasis Valtsanis), dall’altro venature atmosferiche, riverberi, rallentamenti e suggestioni post-metal. Il tutto impacchettato dalle sapienti mani di Greg Chandler e masterizzato da Colin Marston. Il risultato è un suono stratificato e nebbioso che arriva dritto dritto, beh, dall’abisso.


Bekor Qilish – The Flesh Of A New God

(I, Voidhanger Records, 22 settembre)

La one man band nostrana Bekor Qilish ritorna con il secondo atto della sua ricerca sonora, seguito di Throes Of Death From The Dreamed Nihilism, sotto l’ala protettrice della I, Voidhanger Records. Che questa etichetta rappresenti una delle punte di diamante della scena musicale estrema contemporanea è cosa oramai nota e The Flesh Of A New God ne è un’ulteriore conferma.

Il disco propone le sonorità già espresse nel primo album, portandone a compimento diversi aspetti che ancora risultavano acerbi. A sferzate dissonanti di riff e blast beat in puro stile black si susseguono a frequenza alterna aperture melodiche e deliranti arabeschi sonici, una struttura complicata che risulta però oramai ben oliata e perfettamente coerente. Un tributo non celato alle frange più estremiste del jazz e del prog si ritrova a ogni svolta di questo caotico labirinto, tra divinità morenti e altre pronte a nascere. Un disco della maturazione che segna l’entrata di Bekor Qilish nell’oscuro Olimpo del death-black metal contemporaneo, meritevole di aver dato vita a una formula ambiziosa ed estremamente personale, facendo spiccare la sua voce all’interno di un panorama molto affollato e spesso non esaltante.


Shores Of Null – The Loss Of Beauty

(Spikerot Records, 24 marzo)

Dopo la virata-capolavoro sui lidi funerei di Beyond The Shores, in tanti si sono chiesti quale sarebbe stato il passo successivo del quintetto capitanato da Davide Straccione. Con The Loss Of Beauty, gli Shores Of Null sono ritornati alle loro radici melodic death-doom più movimentate e progressive, dando prova di attitudine e ispirazione come avevano già fatto coi precedenti Quiescence e Black Drapes For Tomorrow, proseguendo su quello stesso tracciato con rinnovata intenzionalità. I riff sono grossi, le stratificazioni armoniose, ma c’è anche margine per la semplicità, chiave di volta per alleggerire la complessità e mantenere costante la bontà del risultato finale. Un classico disco che porta la firma degli Shores, diranno le malelingue, ma la verità è che nel suo presentare al meglio tutti gli elementi cardinali del progetto, The Loss Of Beauty incapsula anche le novità mostrate in Beyond The Shores e tira fuori ottimi pezzi quali “Destination Woe”, “The Last Flower”, “A Nature I Disguise”, “Darkness Won’t Take Me” e “A New Death Is Born”.


Stormo – Endocannibalismo

(Prosthetic Records, 10 febbraio)

A eccezione delle parentesi graffe nel nome, dal 2007 fino ai giorni nostri gli Stormo non hanno perso nulla del loro retaggio, confermandosi una delle realtà italiane più longeve e iconiche all’interno della grande marea della musica estrema. Endocannibalismo prosegue la ricerca sonora del gruppo, riproponendo sonorità spigolose e cacofoniche, oltre che un’anima schiettamente hardcore. Ancora una volta il perfetto equilibrio tra sezioni cadenzate e deliri sghembi ci consegna un album imprevedibile e perfettamente prodotto, che riesce a far emergere dalla corrente impetuosa dei suoi brani momenti melanconici e introspettivi (“Anabasi”) e sonorità epiche e velatamente melodiche (“Disequilibrio”). Endocannibalismo, nella sua giusta e contenuta estensione (nemmeno ventinove minuti), racchiude luci e ombre che lottano ed emergono a momenti alterni, tra aperture melodiche e sonorità squillanti, passando per sezioni dai ritmi serrati e suoni strozzati. Una formula che gli Stormo hanno dimostrato più volte di padroneggiare, tanto da diventare oramai un tutt’uno con essa. Un caos ragionato che dimostra ancora una volta tutta la sua infinita prolificità.


Tenebro – Ultime Grida Dalla Giungla

(Xtreem Music, 26 agosto)

Non si può certo dire che i Tenebro non siano un progetto prolifico. In un anno e mezzo dal loro debutto sulla piena lunghezza i due hanno rilasciato un paio di EP e un nuovo album, sempre sotto l’egida di Xtreem Music. Il Becchino e Il Beccamorto proseguono nel loro atto devozionale nei confronti dei Mortician e del cinema horror, ma quello de Ultime Grida Dalla Giungla appare sin dall’inizio un approccio più maturo e ragionato al tema. Sebbene il groove, supportato da un riffing a dir poco granitico, rimanga l’elemento dominante nel loro suono, i Nostri aprono a cambi di tempo, spaziando da rallentamenti quasi doom a tracce ben più energiche. Ciò che non cambia è l’aura di marciume, di malvagità e di gore che trasuda dagli undici episodi che compongono l’opera, atmosfera che viene rafforzata dall’estensivo uso di campionamenti tratti dai cannibal movie di Ruggero Deodato e Umberto Lenzi. Ultime Grida Dalla Giungla non potrà che essere apprezzato da tutti gli amanti del death più mefitico e bestiale.


Tsubo – Capitale Umano

(End Of Silence Records, 26 aprile)

Undici lunghi anni: il lasso di tempo che separa il ritorno in pompa magna degli Tsubo dal precedente — e fino a quest’anno unico — album …Con Cognizione Di Causa. Nel mezzo, due EP e uno split, ma il percorso di Capitale Umano ha inizio circa cinque anni fa, per poi incappare in qualche ostacolo e trovare compimento lo scorso aprile.

Con il nuovo bassista Marco Sciscio e il nuovo cantante Valentino Roma ad affiancare i veterani Gabriele Giordani e Demo De Cesaris, gli Tsubo confermano di essere ancora estremamente rilevanti e carichi di astio e spirito di ribellione come nella migliore delle tradizioni grindcore. Capitale Umano è un ottimo esempio di death-grind che va dritto al sodo: pezzi brevi e devastanti, peculiari nella loro vicinanza alla tradizione hardcore italiana con i testi di denuncia cantati in lingua madre, ma anche molto variegati e ricchi di soluzioni un po’ più ricercate: l’ottima “Arma Ideologica” esprime pienamente questi due aspetti, con le declamazioni di Valentino e i riff storti di stampo Voivod. Senz’altro un ottimo ritorno per il quartetto, perché tutti abbiamo bisogno ogni tanto di un po’ di sana incazzatura.


Vertebra Atlantis – A Dialogue With The Eeriest Sublime

(I, Voidhanger Records, 20 ottobre)

Il secondo disco di Vertebra Atlantis, uno tra gli svariati progetti di Gabriele Gramaglia, è — a mani bassissime — uno dei più belli e interessanti dell’anno. Nel 2022 invece era stato il turno di Cosmic Putrefaction, giusto per far capire quanto l’estro artistico del milanese sia apprezzato da queste parti.

Inquadrare stilisticamente A Dialogue With The Eeriest Sublime non è semplicissimo, per via delle molteplici e diverse influenze che lo permeano, generate da una testa costantemente impegnata a sfornare musica. Lo si potrebbe descrivere come un sapiente ed equilibrato mix di black e death metal con elementi dissonanti e anche molto melodici, in grado di fare ottima presa sull’ascoltatore. La sorpresa è proprio la conclusiva title track, completamente melodica e pulita sia vocalmente che strumentalmente, senza in alcun modo suonare fuori posto o forzata ma perfettamente mescolata al tripudio di distorsioni e urla che la precede, tra cui spicca “Drown In Aether, Sovereign Of Withered Ardor” che — nemmeno a farlo apposta — riprende le stesse linee melodiche di “A Dialogue With The Eeriest Sublime”. Un vero e proprio tocco di classe, la punta di diamante di un’opera che sa bilanciare suoni eterei e un caos organizzato, imbrigliato e scritto alla perfezione.