12 brani metal a tema serial killer | Aristocrazia Webzine

12 brani metal a tema serial killer

L’interesse globale suscitato nel 2022 dalla serie di Netflix Mostro: La Storia Di Jeffrey Dahmer ha riportato in auge la figura di uno degli assassini seriali più noti, il cosiddetto Mostro di Milwaukee. Ebbene, mi sono chiesto perché non indagare la tematica anche all’interno dell’universo metal, con un articolo in grado di selezionare dodici brani dedicati ad alcuni dei serial killer più famosi? Il Male, c’è poco da dire, è affascinante, anche da un punto di vista meramente psicologico. Chi non si è mai chiesto cosa passasse nella mente di un assassino seriale quando questi perpetrava i suoi delitti? Il true crime è un genere che da sempre tiene con il fiato sospeso e sa appassionare molte persone: è in grado di spaventare e far riflettere, mostrando come l’essere umano sia capace di atti indicibili e come ad attuarli, spesso, possano essere individui solo apparentemente normali.

Dalla contessa Bathory a Jeffrey Dahmer, da Leonarda Cianciulli al Mostro di Firenze, l’argomento serial killer è stato spesso oggetto di citazioni e veri e propri concept album nella musica estrema. Il metal non poteva certo esimersi dall’approfondire la questione, facendosi ispirare da avvenimenti reali per shockare l’ascoltatore e creare così alcuni brani nei quali rivivono i delitti dei peggiori assassini della storia. Lo shock value tipico di certa musica, insomma, arriva con i brani sui serial killer a uno dei gradi di sublimazione più alti. Lo sanno bene i Church Of Misery o i Macabre, band note per usare gli assassini seriali come tematica principale dei propri brani: entrambe, non a caso, hanno trovato spazio in questa lista. Le tracce scelte per questo articolo sono per la maggior parte focalizzate dichiaratamente sul serial killer di riferimento; in altri casi, contengono citazioni dell’assassino stesso.

Nota bene: per compilare questo articolo, ho deciso di citare ogni band e ciascun killer una volta sola. Molti assassini, infatti, hanno avuto brani dedicati da un certo numero gruppi. Ciò ha portato anche a esclusioni eccellenti, come la celebre “Jack The Ripper” dei Motörhead, tanto per citare una famosa canzone che qui non è stata inclusa. Tutti i pezzi citati si trovano all’interno della playlist in fondo alla pagina. Naturalmente ci sono anche altri assassini seriali famosi che hanno avuto brani dedicati in ambito metal che non sono presenti nell’articolo, come per esempio “The Nightstalker” Richard Ramirez, per ragioni di spazio.


(Decomposed, 2000)

La vicenda di Jeffrey Dahmer (1960-1994) è certamente una delle più conosciute, anche grazie alla recente serie tv menzionata nell’introduzione. Dahmer, conosciuto come il Mostro di Milwaukee, si macchiò di diciassette omicidi tra il 1978 e il 1991, con un cooling off di ben nove anni tra il primo e il secondo delitto. Adescando giovani uomini gay con la scusa di bere un drink o passare del tempo insieme (Dahmer stesso era omosessuale), l’assassino strangolava le sue vittime per poi ucciderle, compiendo atti di necrofilia, squartamento e cannibalismo. Talvolta eseguì persino dei macabri tentativi di rendere le sue vittime degli zombie. La scia omicida di Dahmer si interruppe solo grazie al suo arresto nel 1991, quando quella che sarebbe stata la sua diciottesima vittima riuscì a scappare e a denunciarlo. Scampato alla pena di morte, Dahmer fu condannato all’ergastolo, venendo ucciso nel 1994, a soli trentaquattro anni, da Christopher Carver, un altro detenuto che soffriva di schizofrenia.

Il brano dei Macabre intitolato “Apartment 213” è riferito all’abitazione di Dahmer, dove compì la maggior parte dei suoi orrendi delitti. L’album, intitolato appunto Dahmer, è un concept death-grind incentrato proprio sul criminale, nonché uno dei dischi più importanti della band dell’Illinois.


(Noise Records, 1984)

Sebbene l’espressione serial killer sia stata coniata solo nel secolo scorso, vi furono assassini seriali veri e propri anche in tempi lontani, persino nel Medioevo. Gilles de Rais (1405 circa-1440) è uno degli esempi più conosciuti di questi omicidi seriali ante litteram. Barone di Rais, nobile e soldato, legò il proprio nome al suo coinvolgimento in pratiche alchemiche e occulte nelle quali stuprò e uccise centinaia di bambini e adolescenti (addirittura centoquaranta secondo gli atti). Queste abominevoli azioni criminali gli valsero la condanna a morte per impiccagione. Va detto comunque che, se per molti secoli i gravi crimini di cui si macchiò Gilles de Rais non vennero mai messi in discussione, di recente si è dibattuto sul valore delle accuse e sul contesto in cui il nobile fu giudicato: era infatti il tempo dei tribunali dell’Inquisizione, senza possibilità di difesa. Soprattutto in epoca recente non è mancato, perciò, chi ha cercato di riabilitare la figura del nobile francese, nonostante il giudizio storico sia stato per molti secoli netto e senza possibilità di appello.

La figura di Gilles de Rais ha ispirato davvero tante band metal. Su tutte, gli svizzeri Celtic Frost, la cui “Into The Crypts Of Rays” apre il primo EP Morbid Tales, del quale cadrà il quarantennale nel corso del 2024. Sicuramente uno dei dischi più influenti per un certo modo di concepire il metal estremo.


(Neat Records, 1982)

Detto di Gilles de Rais, sempre in epoche a noi lontane è indiscutibile la fama di serial killer della contessa ungherese Erzsébet Báthory (1560-1614), grossissima fonte di ispirazione in ambito metal, tanto da aver dato il nome a una delle band black più seminali della storia. La nobildonna magiara, che si riteneva praticasse anche la magia nera, fu accusata di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne, con un numero di vittime oscillante dalle cento accertate a circa trecento di cui era fortemente sospettata. Tra l’altro, si ritiene che la Báthory avesse fatto costruire da un orologiaio svizzero la vergine di ferro (in inglese Iron Maiden: vi dice nulla?), molto simile alla futura e più famosa vergine di Norimberga, altra storica macchina da tortura. Questa vergine aveva la forma di una donna dai lunghissimi capelli biondi. Ogni qualvolta una ragazza le si avvicinava, la vergine di ferro alzava le braccia e la stringeva in una morsa mortale, trapassandola con coltellacci acuminati fuoriusciti dal petto. Secondo la leggenda, la contessa era anche solita farsi il bagno nel sangue delle vittime: un personaggio niente male, insomma…

Anche in questo caso, un brano dedicato alla contessa è stato pubblicato da una band fondamentale per gli sviluppi futuri del metal estremo. Parlo ovviamente di “Countess Bathory” dei Venom, contenuta nel loro album Black Metal: direi che ulteriori spiegazioni sono superflue.


(Rise Above Records, 2016)

Dopo Gilles de Rais e la contessa Báthory, il nome di Leonarda Cianciulli (1894-1970) ci riporta in tempi più moderni. La Cianciulli è tristemente nota come la Saponificatrice di Correggio per aver ucciso tre donne, poi disciolte nella soda caustica per trarne del sapone. Si ritiene che la follia omicida della Cianciulli ebbe origine a causa dell’ignoranza popolare: fu infatti una profezia di una zingara a dirle che avrebbe perso tutti i suoi figli. Visti i tredici aborti spontanei, solo il ricorso alla magia le permise — secondo la sua versione — di poter concepire della prole. Dopo essere stata abbandonata dal marito, per evitare che il suo primogenito venisse richiamato al fronte, la donna decise di compiere sacrifici umani in cambio della vita del figlio. In realtà, ai giudici che in seguito la interrogarono in aula, affermò che le era apparsa in sogno sua madre e sarebbe stata lei stessa a suggerirle questo scambio. Leonarda Cianciulli fu quindi rinchiusa in carcere e poi in manicomio criminale: morì a Pozzuoli all’età di 76 anni.

La figura della Cianciulli è stata recuperata dai giapponesi Church Of Misery, band stoner-doom che da sempre scrive testi sugli assassini seriali. Il brano che le hanno dedicato si chiama “Confessions Of An Embittered Soul” ed è incluso in And Then There Were None…, sesto album della band nipponica.


(Def American Recordings, 1990)

Tra i serial killer più efferati non può certo mancare Ed Gein (1906-1984). Nato nel Wisconsin, Gein ebbe probabilmente la psiche traviata dagli insegnamenti della madre, Augusta Gein, che crebbe lui e il fratello in uno stato di isolamento, convincendoli che le donne fossero tutte prostitute e strumenti del diavolo. In seguito, il fratello Henry perse la vita nel corso di un incendio, seguito un anno dopo dalla morte della madre. Ciò fece saltare definitivamente la già precaria stabilità mentale di Ed, che uccise diverse donne fino alla confessione nel 1957. Ancora più sconvolgente fu il suo modus operandi: mutilò e squartò le vittime, usando le parti del corpo per creare pezzi di arredamento. Nella casa degli orrori, le autorità trovarono una serie infinita di reperti umani, tra cui cestini, tamburi, vestiti e maschere di pelle umana, oltre teschi, vulve, nasi e crani adibiti a ciotole. Ed Gein scampò alla sedia elettrica perché fu giudicato infermo mentalmente, morendo nel 1984 per insufficienza respiratoria in seguito a un cancro.

La figura di Gein è stata ripresa da parecchie band metal, ma il brano più iconico su di lui è molto probabilmente “Dead Skin Mask” dei leggendari Slayer. Si tratta di una delle tracce più rappresentative di Season Of The Abyss, uscito nel 1990 e quinto album dei thrasher statunitensi.


(Black Mark Production, 1995)

Altro immancabile di questa lista è John Wayne Gacy (1942-1994), stracitato anche lui in ambito metal: basti pensare che l’iconico album d’esordio degli Acid Bath, When The Kite String Pops, in copertina mostra un autoritratto di Gacy in veste di pagliaccio (“Pogo The Clown”). Gacy conduceva quella che definiremmo una doppia vita: nel proprio quartiere era un personaggio rispettato da tutti, imprenditore di successo, impegnato nel sociale e con una carriera politica. D’altro canto, Gacy era segretamente bisessuale, e le sue violente pulsioni sessuali, unite al sadismo e a vari disturbi della personalità, lo portarono a uccidere trentatré giovani uomini, quasi tutti teenager che lavoravano con la sua compagnia. A loro inflisse sofferenze atroci, perlopiù stuprandoli e strangolandoli, per poi seppellirli nelle fondamenta della propria casa. Gacy, inoltre, non mostrò mai autentico pentimento per ciò che fece: basti pensare che, condannato all’iniezione letale, le sue ultime parole furono letteralmente «baciatemi il culo». Curiosamente, morì nello stesso anno di un altro serial killer già incontrato in questo articolo, ovvero Jeffrey Dahmer.

Il brano che ho scelto per Gacy è dei Bathory, altra band estremamente importante per gli sviluppi del metal estremo. “33 Something” è stato originariamente pubblicato su Octagon, in realtà uno dei dischi meno riusciti della creatura di Quorthon, marcato da sonorità prevalentemente thrash metal.


(Gull, 1976)

Forse l’archetipo del serial killer per eccellenza è Jack lo Squartatore, le cui sanguinose vicende, dopo oltre un secolo, continuano a ispirare opere d’arte di vario genere. Come per il Mostro di Firenze (vedi più avanti), anche di Jack lo Squartatore tuttora non si conosce con certezza l’identità. Il killer uccideva nel quartiere londinese di Whitechapel (che peraltro ha dato il nome a una nota band deathcore), avendo come obiettivo principalmente prostitute sulle quali successivamente infieriva, talvolta anche in modi particolarmente brutali. Cinque sono gli omicidi ufficialmente perpetrati dalla sua mano (tutti risalenti all’estate del 1888), ma il killer è sospettato di almeno altri undici casi di assassinio, compresi tra il 1887 e il 1891. Il caso è rimasto irrisolto ed è un mistero tuttora aperto, nonostante negli anni si siano alimentati i sospetti su più di un soggetto. Ancora oggi si spera di far luce su questa scia di omicidi grazie ai grandi progressi della scienza e dell’esame della comparazione del DNA.

Altro brano, altra leggenda del metal. Questa volta ad aver narrato le gesta di Jack lo Squartatore sono stati i Judas Priest, una delle band heavy metal classiche per eccellenza. La loro “The Ripper” è contenuta in Sad Wings Of Destiny, secondo e fondamentale album del gruppo, uscito nel lontano 1976.


(Indie Recordings, 2013)

Di tutti gli assassini in epoca recente presenti in questo articolo, quello ufficialmente con più delitti all’attivo è il sovietico Andrej Romanovič Čikatilo (1936-1994). Noto anche come il Macellaio di Rostov, Čikatilo fu infatti condannato per l’uccisione di ben cinquantatré vittime (più altre tre sospettate), tutte donne, bambini o adolescenti. Iposessuale, subì sulla propria psiche gli effetti della Seconda Guerra Mondiale, vissuta quando era solo un bambino. Cominciò a uccidere nel 1978, a Rostov, quando tentò di stuprare una bambina: non riuscendoci, la accoltellò a morte e in quel momento eiaculò. Come per altri lust murderer, insomma, Čikatilo uccideva fondamentalmente perché era l’unico modo che aveva per darsi piacere; tesi ad esempio paventata anche per il Mostro di Firenze. La sua efferata scia di omicidi si arrestò solamente nel 1990 e l’ammontare dei delitti, unito alla sua crudeltà, fece sì che per lui venne disposta la pena capitale. Come per Dahmer e Gacy, anche l’esistenza terrena di Čikatilo terminò nel 1994.

Su Čikatilo i thrasher norvegesi Blood Tsunami hanno scritto il brano “The Butcher Of Rostov”, incluso nell’album For Faen!, uscito nel 2013. Curiosità: il batterista dei norvegesi è Bård “Faust” Eithun, ex Emperor e tristemente noto anche per aver ucciso un omosessuale nel 1992.


(Listenable Records, 2003)

Un altro degli assassini seriali più iconici e feroci del secolo scorso è stato sicuramente Ted Bundy (1946-1989). Dopo un’infanzia infelice, Bundy iniziò la sua escalation assassina nel 1974. Da qui in poi, nel corso di quattro anni uccise circa trenta donne, anche se è stato sospettato di un’altra manciata di omicidi. Autore di delitti particolarmente efferati e disgustosi (a suo carico c’erano atti di necrofilia, pedofilia, mutilazione e vilipendio di cadavere), Bundy seguiva un preciso modus operandi: attirava a sé la vittima prescelta con alcuni stratagemmi, facendo leva sul suo bell’aspetto e fingendosi ora disabile, ora un membro delle forze dell’ordine. Il criminale venne arrestato nel 1978, per poi essere destinato alla sedia elettrica nel 1989 dopo avere vissuto per altri undici anni nel braccio della morte. Tra l’altro, una curiosità metal che forse non tutti conoscono: a un certo punto, il frontman dei Korn Jonathan Davis riuscì ad acquistare l’iconico maggiolino appartenuto proprio a Ted Bundy, grazie al quale il killer compì molti dei suoi delitti.

“Meticulous Invagination” dei belgi Aborted è il brano che apre il disco Goremageddon: The Saw And The Carnage Done ed è cantato in prima persona, come se il cantante impersonasse proprio Ted Bundy. Il terzo album dei belgi, un capolavoro del death-grind, risale al 2003.


(Dr. Jim’s Records, 1996)

In una classifica dei serial killer più folli e pericolosi di tutti i tempi, Albert Fish (1870-1936) occuperebbe sicuramente uno dei primissimi posti, se non proprio il primo. Nonostante le sue vittime accertate siano soltanto tre — pur se a onor del vero fu sospettato di moltissimi omicidi rimasti irrisolti o sui quali non si indagò — Fish è rimasto nelle cronache sia per la sua indicibile crudeltà (torturava, mutilava, uccideva e mangiava bambini), sia per le sue innumerevoli parafilie. Non basterebbero venti righe per elencarle tutte, e non sto scherzando: per citare una delle più sconvolgenti, è acclarato che soleva infilarsi abitualmente aghi e spilloni nelle parti intime. Cresciuto in orfanotrofio dopo la morte dell’anziano padre, sin da giovanissimo Albert Fish mostrò una forte tendenza al masochismo e alla coprofagia. Venne arrestato nel 1934, quando fu collegato all’omicidio della piccola Grace Budd, di soli dieci anni, e successivamente condannato alla sedia elettrica dopo che si cercò di stabilire se fosse infermo di mente o meno.

Un brano chiamato semplicemente “Albert”, dedicato proprio a Fish, apre l’EP Yeest (pubblicato nel 1996) degli australiani Blood Duster, band grindcore originaria di Melbourne. Sebbene meno noti rispetto ad altre band presenti in questa lista, sono considerati una leggenda del grind australiano.


(Earache Records, 2000)

L’unico assassino seriale di questa lista a essere ancora vivente — ormai anche l’ipotetico Mostro di Firenze, chiunque esso sia, al 99% sarà morto — è Edmund Kemper, nato a Burbank nel 1948. Kemper fu anche particolarmente precoce nell’uccidere, visto che iniziò la sua carriera criminale ad appena quindici anni, quando sparò ai nonni paterni. Tornato in libertà dopo essere stato internato in un ospedale criminale psichiatrico, Kemper divenne a tutti gli effetti il Killer delle studentesse. Tra il 1972 e il 1973 uccise infatti in totale sei giovani autostoppiste, praticando anche atti di necrofilia sui corpi delle vittime. La folle scia omicida di Kemper terminò solamente con l’uccisione della tanto odiata madre — di cui violentò anche il cadavere — e di una sua amica. Pensando di essere ricercato si costituì alla polizia, riuscendo a scampare alla pena di morte soltanto perché all’epoca era sospesa, e venendo condannato all’ergastolo. Edmund Kemper oggi ha settantacinque anni e si trova tuttora imprigionato nella California State Prison di Vacaville.

La band australiana dei The Berzerker seppe stupire la scena mondiale underground nel 2000 col suo primo disco omonimo, una mazzata infernale capace di mescolare grindcore, death metal e industrial. La seconda traccia dell’album si intitola “Forever” e comprende un breve estratto da un’intervista a Kemper.


(Hells Headbangers Records, 2018)

Dal 1968 al 1985 le campagne fiorentine furono insanguinate da otto duplici omicidi (anche se il delitto del ’68 da alcuni è ritenuto non appartenente alla serie omicidiaria), commessi dal cosiddetto Mostro di Firenze a carico di altrettante coppie, in alcuni casi praticando macabre escissioni del seno sinistro e del pube sulle vittime femminili. La verità processuale decretata dalla giustizia italiana ha condannato i compagni di merende, Giancarlo Lotti e Mario Vanni, per quattro degli otto duplici omicidi del Mostro. Venne ritenuto co-responsabile dei delitti anche Pietro Pacciani, ma quest’ultimo morì nel 1998, prima della celebrazione del secondo processo d’appello; precedentemente Pacciani era l’unico imputato per il caso. La verità processuale, tuttavia, è stata da molti fortemente contestata e messa in dubbio, e sono tante le alternative che si sono fatte largo nell’immaginario comune: dalla cosiddetta pista sarda all’ipotesi dei mandanti, dal rosso del Mugello fino alla clamorosa ipotesi Zodiac, secondo la quale il Mostro coinciderebbe con lo Zodiac Killer. In rete il dibattito è più vivo che mai, con molti mostrologi che discutono le proprie teorie e scrivono libri sull’argomento, segno di un interesse mai sopito verso uno dei casi più scabrosi dell’Italia del Novecento.

Peter Hobbs, musicista australiano scomparso nel 2019, negli ultimi anni dei suoi Hobbs Angel Of Death è stato accompagnato da due membri toscani, Alessio Medici e Iago Bruchi. Questo ha sicuramente influito sulla realizzazione di una traccia intitolata proprio “Il Mostro Di Firenze”, pubblicata in Heaven Bled.