10 dischi contro il governo Meloni | Aristocrazia Webzine

10 album black metal in opposizione al governo Meloni

Un’altra tornata elettorale è in archivio per un Paese ormai completamente disilluso a livello politico, in cui l’astensionismo cresce verticalmente e la fiducia nelle istituzioni cade in picchiata. E dove la base elettorale è più scontenta e spaventata, crescono la rabbia e le derive autoritarie. Il nuovo governo, il primo in Italia presieduto da una donna, non si è ancora insediato, ma i suoi punti sono chiari, stanno tutti nel programma elettorale: aumentare la spesa per la difesa, eliminare il principio di proporzionalità contributiva «fino a 100.000 euro, con la prospettiva di ulteriore ampliamento», aumentare il presidio di forze dell’ordine sul territorio, promuovere la cultura cristiana, decreti sicurezza (letteralmente, un punto del programma è: «decreti sicurezza»), e tante altre idee meravigliose per riportare l’Italia indietro di cinquant’anni e tentare di farne una nuova Ungheria.

Così si è espresso l’elettorato, e questo ci tocca. Il che non significa che ci stia bene. E quindi, pur da quella microscopica piattaforma che è Aristocrazia, ecco un po’ di album black metal per ricordarci sempre da che parte stiamo, che sicuramente non è la parte dello Stato di polizia, dell’educazione religiosa, dei confini chiusi e della tutela dei patrimoni più ingenti.


Mystras – Empires Vanquished And Dismantled

(I, Voidhanger Records, 2021)

Ayloss non è certo un nome nuovo all’interno del circolo di metallari antifascisti, con partecipazioni che vanno al di fuori dei suoi progetti personali come il secondo disco dei connazionali Yovel. Mystras è uno dei tanti progetti dell’ateniese, che debutta nel 2020 con un concept album contro i padroni aristocratici nel Medioevo, seguito da Empires Vanquished And Dismantled un anno dopo. Un black metal in cui più che le influenze del filone medievaleggiante si ravvisano delle alternanze tra uno stile tutto sommato standard ma scritto egregiamente e intermezzi orientaleggianti, visto che si tratta di un lavoro incentrato sulle Crociate.

La narrazione copre diversi aspetti nei meravigliosi testi di Ayloss: l’imperialismo degli Europei che con la scusa di un Dio tornano a reclamare le terre nel Medio Oriente, il lavoro universale degli schiavi e dei soldati dimenticati che hanno costruito non solo le chiese, ma anche la gloria dei Carolingi, degli Ottomani e di chissà quanti altri, la prima disfatta dei Romani in Tracia che porterà a secoli di declino e alla caduta dell’Impero. Musicalmente, quanto sentito sul debutto si fa più pulito, raffinato e — per le mie orecchie — godibile, al di là della qualità intrinseca sempre elevata nei lavori di Ayloss. Un disco da non perdere, per tanti motivi.


Book Of Sand – Destruction, Not Reformation

(Paradigms Recordings, 2010)

Formatisi nel 2009, i Book Of Sand sono una delle realtà americane più interessanti della scena black metal antifascista, cosa che ha permesso loro di guadagnarsi un certo status di culto, sebbene a livelli molto underground. Nonostante il loro disco più rappresentativo sia Occult Anarchist Propaganda del 2016 (peraltro recentemente ristampato da Fiadh Productions), il primo importante lascito del gruppo risale certamente a Destruction, Not Reformation. Uscito nell’ormai lontano 2010 sotto un’etichetta molto sperimentale quale Paradigms Recordings, Destruction, Not Reformation è in pratica un album raw black metal dotato di un certo retrogusto folk e melodico, grazie all’inserimento dei violini, trovata invero piuttosto originale all’interno di quel tipo di sonorità.

Figlio di un crogiolo di suoni e differenti influenze, il disco ha ovviamente un marcatissimo sfondo politico, già a partire dal titolo che lascia intendere una critica verso l’area riformista tipicamente socialdemocratica, oltre a forti accenti ambientalisti (“The Righteous Is The Enemy Of Natural”, “This World Must Be Destroyed”) e anti-imperialisti (“European History Is A History Of Rot”). La parte del leone, tuttavia, la fa sicuramente l’apertura “No Excuses For Fascist Sympathy”, brano che ricorda alla lontana alcuni capitoli di Paysage D’Hiver con l’aggiunta di una maggiore melodia. Oltretutto, di recente questo brano è stato anche coverizzato da Spectral Lore, che ha contribuito così a riportare in auge il pezzo e gli stessi Book Of Sand.


Dawn Ray’d – The Unlawful Assembly

(Prosthetic Records, 2017)

Quello dei Dawn Ray’d è uno dei primissimi nomi che spuntano quando si parla di black metal di sinistra. Il trio di Liverpool, attivo tra il 2008 e il 2014 come We Came Out Like Tigers, nel 2017 pubblica il suo debutto e risveglia gli animi degli oppressi, o almeno ci prova con tutte le sue forze. The Unlawful Assembly è un assalto frontale in tutto e per tutto che lascia poco spazio ai dubbi: «Accendiamo le torce e prendiamo le pietre / Calde abbastanza da bruciarli / Per riprenderci quanto ci è dovuto» sono le prime parole che i Dawn Ray’d urlano a pieni polmoni, mentre sotto di esse impazzano blast beat e riff affilati come rasoi.

Ogni tanto un violino spezza la tensione e porta con sé note malinconiche, ma queste non sono mai segno di resa, al contrario sono un momento di raccoglimento prima della lotta a viso aperto, prima della protesta, prima delle urla per dire che un’alternativa è possibile, che non è necessario subire, che si può e si deve reagire. I Dawn Ray’d hanno qualcosa da dire, e hanno scelto il black metal come mezzo per farlo. Melodico, per certi versi accessibile, sicuramente imperfetto e proprio per questo sincero e genuino, The Unlawful Assembly è un album importante per tanti motivi: per quello che dice, per come lo dice e perché dimostra che la musica è ancora uno strumento di rottura e ribellione.


Trespasser – Чому не вийшло?

(Heavenly Vault / Iron Front Productions, 2018)

I Trespasser, duo basato tra Svezia e Islanda, nascono con il dichiarato intento di contrapporsi al crescente numero di gruppi di estrema destra all’interno dell’underground musicale. Чому не вийшло?, il loro album di debutto, è un’opera diretta e con le idee chiare, sia musicalmente che concettualmente. Il titolo, che tradotto in italiano diventa Perché non ha funzionato?, richiama una canzone anarchica ucraina incentrata sulla sconfitta dell’Esercito insurrezionale rivoluzionario d’Ucraina. L’intero lavoro ruota intorno a queste vicende e alla figura di Nestor Machno, animatore di quella che fu una delle più grandi esperienze di autogestione della storia e che tra 1918 e 1921 riuscì a opporsi all’esercito austro-tedesco, all’Armata Bianca e ai Bolscevichi.

Parlando di musica, la proposta dei Trespasser è una buona mezz’ora di black metal quadrato e senza compromessi. Se i primi brani ricordano molto — forse anche troppo, in alcuni passaggi — i Marduk più feroci, grazie a una batteria implacabile e letale come una mitragliatrice montata su una tachanka e a riff di chitarra taglienti come rasoi, con il procedere delle tracce Чому не вийшло? si sposta su ritmiche meno serrate, culminando nella conclusiva “Miscreant Dawn”. Attendiamo fiduciosi un nuovo album che, stando ai profili social del gruppo, sarebbe in arrivo.


Zeal & Ardor – Zeal & Ardor

(MVKA, 2022)

Figlio di uno svizzero e di una cantante jazz afroamericana, il frontman Manuel Gagneux degli Zeal & Ardor non si è mai sentito integrato in nessuna delle due comunità. Bistrattato da entrambe le parti, ha trovato la sua salvezza nella creazione artistica. Dopo aver sperimentato la via del blues e dello spiritual, ha raggiunto la maturità musicale nella fusione di questa impronta con un’altra altrettanto importante, cioè il black metal.

Come sublimazione delle esperienze di vita ecco nascere un ibrido quasi antitetico che vede nel satanismo un ente salvifico che una volta fu il cristianesimo, che eleva a preghiera le grida e le imprecazioni. Il risultato è quindi un miscuglio di chitarre brutali, tratti lenti contrapposti al blast beat, nenie ossessive e urla viscerali. Assolutamente non banale e fuori dagli schemi, è un ottimo riflesso di ciò che è l’occidente oggi, contrariamente alle impostazioni e imposizioni conservatoriste che purtroppo ancora ci ammorbano.


Iskra – Iskra

(Profane Existence, 2004)

In una lista dedicata a dischi black metal (o giù di lì) di stampo dichiaratamente anti-conservatore non possono assolutamente mancare i seminali Iskra. La band canadese, che proprio in questo 2022 festeggia i vent’anni di attività, è infatti una delle più rinomate nel filone del cosiddetto RABM (Red & Anarchist Black Metal), di cui è stata tra le primi ispiratrici. In tal senso Iskra (2004) ha inaugurato un nuovo terreno narrativo fino ad allora poco trattato nel black metal. A dire il vero, in questo primo album i canadesi propongono una miscela di black metal, crust e grindcore, mantenendo una forte attitudine punk che storicamente si presta molto di più a tematiche sociali e antifasciste o anticapitaliste.

Iskra è un’opera straordinariamente incazzata e politica, dove la rabbia proletaria rappresenta il motore pulsante. Titoli come “Prisoners Of Conscience”, “Face Of Capital”, “Massacre Of The Innocent” fanno capire sin da subito dove tira il vento, lasciando immergere immediatamente l’ascoltatore in un contesto preciso e delineato. L’aspetto più chiaramente ideologico non deve però mettere in secondo piano la musica, che vede gli Iskra mescolare in maniera eccellente le influenze black metal, crust punk e grindcore, lasciando spazio anche a elementi thrash e crossover. Il risultato è quello di un debutto che lascia — giustamente — il segno nella storia di un certo tipo di black metal di protesta e che rappresenta tutt’oggi un riferimento fondamentale. Un’ultima nota di colore è da segnalare con il testo di “Acceptance Not Tolerance”, che tratta l’argomento delle unioni e dei diritti LGBT, una rarità in campo black metal nonché una tematica ancora molto attuale vista la situazione politica generale.


Ancst – In Turmoil 

(Fragile Branch Recordings, 2014)

Che l’hardcore sia sinonimo di rivolta contro le imposizioni dall’alto è cosa risaputa; quando poi va a braccetto con il black metal, il sentimento di ribellione non può che essere acuito. Aggiungiamo una dose di dark ambient e una generosa di insoddisfazione e frustrazione verso il menefreghismo dimostrato dai detentori del potere nei confronti delle incognite sollevate dalle moltitudini, spesso costrette a uniformarsi entro dettami che non rispondono affatto ai loro desideri. Ed ecco spiegata l’essenza dei berlinesi Ancst, dei quali In Turmoil è una manifestazione piuttosto significativa: una corposa compilation in cui la band ha raccolto tutto il materiale registrato tra il 2012 e il 2014, fra demo, inediti ed estratti dai due split con Hiveburner e Smuteční Slavnost.

Da un lato gli Ancst offrono un’analisi lucida e approfondita di cosa voglia dire trovarsi fra gli ultimi, dall’altro incitano con forza chi ascolta — e idealmente tutta la società — a non perdere quella voglia e quella forza di opporsi ai dettami a cui si è soggetti (“Patterns & Dreamers” recita: «It’s time to light these sparks again in times of war»). Un efficace monito a non rassegnarsi, perché senza azione non può esserci davvero un cambiamento.


Underdark – Our Bodies Burned Bright On Re-Entry

(Survival Records / Through Love Records / Tridroid Records, 2021)

«It would have been easy to stay home. To look away. To get drunk enough to kid myself I never saw anything». È con queste parole durissime che si apre Our Bodies Burned Bright On Re-Entry, il primo album degli inglesi Underdark. Proponendo un post-black profondamente radicato nel depressive, nel post-hardcore e nell’emo, i cinque di Nottingham riversano in un mare di atmosfere plumbee tutta l’ira e la disperazione che una persona può provare nei confronti di un mondo che non dà prova di muoversi né di volersi muovere nel verso giusto. Ai drammi personali si intreccia la rabbia sociale, cristallizzata con parole dure che lasciano trasparire senza mezzi termini un desiderio di riscatto ardente.

Emblematica, accavallando strato su strato chitarre, scream, distorsioni e riverberi, “With Ashen Hands Around Our Throats” recita così: «Blood and ash on the hands of landlords. / And look what embers remain […] We pay up and wait to burn. Do you think you can’t be touched? Everyone who did this has a face, name, address. / If they think they’re fireproof, they are wrong»; letteralmente «Sangue e cenere sulle mani dei padroni / Guarda che braci che restano […] Paghiamo e aspettiamo di bruciare: pensate di essere intoccabili? Chi ha fatto questo ha un volto, un nome e un indirizzo / Se pensano che le fiamme non possano toccarli, si sbagliano». Nient’altro da aggiungere, per me.


Dödsrit – Mortal Coil

(Wolves Of Hades, 2021)

Ascoltare Mortal Coil è come avere a che fare con un canto funebre dedicato a un mondo morente, senza speranza, che urla di dolore mentre è consumato dalle fiamme che lo avviluppano. La terza opera dei Dödsrit, formazione divisa tra Svezia e Paesi Bassi, proviene dal crust più irruento, e da lì si prende la libertà di sviluppare melodie tipiche del black metal atmosferico. Sebbene la formula sulla carta possa sembrare piuttosto comune, la concentrazione della formazione su pochi brani di lunga durata si rivela vincente. Mortal Coil è composto da quattro tirate dal sentore epico, dove le melodie gelide del black svedese sembrano al loro posto se accostate a ritmi d-beat e a momenti in cui l’origine punk della band riemerge senza alcun timore. Da questo punto di vista, i Dödsrit sono abbastanza scafati da comprendere come brani lunghi necessitino di varietà di momenti al loro interno per tenere l’attenzione dell’ascoltatore alta.

Quello che i Dödsrit hanno consegnato alle stampe è un documentario in musica sulla fragilità dell’essere umano, che mette al centro la marcia autodistruttiva che la nostra specie ha coscientemente intrapreso nello sforzo disperato di mantenere uno status quo impossibile. Una direzione che abbiamo preso con coscienza, pur sapendo che dopo di essa per noi non ci sarà più nulla.


Profecium – Socialismo Satanico

(Autoprodotto, 1997)

Gli anni Novanta, per molti, hanno rappresentato la vera epoca d’oro del black metal: un fatto quasi incontestabile, se non altro perché sono state poste le basi per renderlo un genere a tutti gli effetti, con caratteristiche ben precise e definite. Eppure, in questa golden age non c’è mai stato veramente posto per tematiche socialiste, eccetto per qualche dichiarazione isolata di Euronymous, leader dei Mayhem. Ebbene, c’è però un episodio rimasto unico e che all’epoca non ottenne grande successo, per poi venire riscoperto negli anni seguenti. Si tratta del debutto degli argentini Profecium intitolato Socialismo Satanico, un titolo che è tutto una dichiarazione di intenti. Introdotto da un lungo prologo in cui una voce in spagnolo declama i princìpi anticapitalisti, anti-imperialisti e socialisti della band, l’album risente della forte influenza della cosiddetta first wave of black metal, pur collocandosi in piena seconda ondata sia per sonorità sia per cronologia. I temi sono assolutamente privi di ambiguità, come si vede chiaramente scorrendo titoli quali “Proledarios Unidos”, “Cruz Fascista” e “Impalando Burgueses”.

Nel complesso l’album è molto piacevole, e sorprende come finì per essere quasi totalmente ignorato all’epoca, anche se va detto che per una band argentina non doveva essere facile imporsi all’attenzione della stampa internazionale, specialmente se autoprodotta. La vera fortuna dei Profecium è stata costruita negli anni successivi, con il bisogno della creazione di una scena RABM che di fatto li ha resi i veri progenitori di questa corrente stilistica. In seguito, gli argentini hanno deciso di riformarsi anche grazie a questa (relativa) fama improvvisa, senza però toccare i picchi di Socialismo Satanico che tutt’oggi rappresenta un must in termini di black metal a tematiche antifasciste.