10 ANNI DI BLACK METAL GIAPPONESE: ZERO DIMENSIONAL RECORDS #15 SUNGODDESS – 残骸

Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti dedicati a Zero Dimensional Records, etichetta specializzata nel black metal giapponese che da dieci anni è protagonista della scena estrema nipponica. L’elenco completo degli articoli è disponibile a questo link.

Gruppo:Sungoddess
Titolo:残骸 [Zangai]
Anno:2018
Provenienza:Giappone
Etichetta:Zero Dimensional Records
Contatti:Sito web  Facebook  Twitter  Bandcamp
TRACKLIST

  1. 契約 [Keiyaku]
  2. 深淵 [Shin’en]
  3. 呪縛 [Jubaku]
  4. 宿命 [Shukumei]
  5. 黒妖 [Kokuyō]
  6. 屈辱 [Kutsujoku]
  7. 抵抗 [Teikō]
  8. 残骸 [Zangai]
  9. 蠢動 [Shundō]
DURATA:45:27

I Sungoddess sono una band attiva da quasi quindici anni, tuttavia il loro secondo album è uscito solo l’anno scorso. La scarsa prolificità è però compensata dalla bontà della musica contenuta nei loro pochi lavori. Le nove tracce di 残骸 («Zangai») costituiscono tre quarti d’ora di black metal sinfonico nel quale composizioni spesso ispirate alla scuola svedese si uniscono a orchestrazioni semplici e mai troppo invadenti, con l’eccezione della voce da soprano che — pur arricchendo diversi passaggi — talvolta tende a esagerare in termini di vivacità, entrando leggermente in contrasto con la musica che la accompagna; si tratta comunque di un difetto che risulta realmente fastidioso solo in rari casi, non certo sufficiente a rovinare l’ottima prestazione generale della band.

Dietro a una qualità del suono non eccelsa — ma neanche eccessivamente tragica — si può apprezzare l’abilità dei musicisti nel maneggiare la propria musica, creando brani spesso incentrati su ritmi elevati, riff melodici e l’immancabile tremolo picking. Queste, tuttavia, non sono le uniche armi a disposizione dei Sungoddess, che dimostrano di saper inserire rallentamenti e pause sinfoniche quando necessario.

残骸 non sarà un album particolarmente innovativo, ma riesce comunque a sfruttare al meglio dettagli che danno ai brani una propria identità: ne sono due esempi “蠢動” («Shundō») e 黒妖 («Kokuyō»), caratterizzati rispettivamente da vocalizzi giullareschi da parte del soprano e da un organo da chiesa diabolico nel finale. Al di là di questi singoli episodi, è l’alta intensità emotiva a garantire all’opera di scorrere senza fatica, rendendo così i quarantacinque minuti del disco decisamente leggeri e gradevoli.

C’è una sorta di effetto nostalgia nella musica dei Sungoddess, in quanto ricorda la lontana epoca in cui per fare black metal sinfonico di qualità non era necessaria un’orchestra vera e propria, ma bastava una tastiera dai suoni neanche troppo realistici. Chiaramente, anche ai giorni nostri, muoversi nell’underground significa cercare di utilizzare nel migliore dei modi i — pochi — mezzi a propria disposizione e la band giapponese rappresenta perfettamente questa affermazione.

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