3Teeth - Metawar

3TEETH – Metawar

Gruppo:3Teeth
Titolo:Metawar
Anno:2019
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:Century Media Records
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TRACKLIST

  1. Hyperstition
  2. Affluenza
  3. Exxxit
  4. American Landfill
  5. President X
  6. Altær
  7. Time Slave
  8. Bornless
  9. Surrender
  10. Sell Your Face 2.0
  11. Blackout
  12. The Fall
  13. Pumped Up Kicks [cover Foster The People]
DURATA:46:51

Non di solo demonio ci nutriamo su Aristocrazia e capita quindi — anche abbastanza spesso, in realtà — di ritrovarci a scrivere di proposte che riguardano solo collateralmente i generi normalmente trattati o che addirittura sono loro completamente avulsi. È per questo che ho tra le mani Metawar, terzo disco dei californiani 3Teeth, approdati nientemeno che su Century Media, la quale ha patrocinato l’uscita del loro terzo album, successore dell’omonimo datato 2014 e di <shutdown.exe> del 2017.

Il quintetto di Los Angeles si impegna nella riproposizione di un industrial metal cibernetico, contaminato e bastardo all’inverosimile, che nell’ultimo ventennio ha stentato assai a trovare del terreno fertile su cui prosperare, ma che con Metawar sembra rialzare la testa con orgoglio. E se “Hyperstition” non è altro che un’introduzione fatta di campionature di cronaca e sottofondi che strizzano l’occhio alla synthwave, ricordando non poco l’attacco del monumentale Possessor di GosT, con pezzi come “Affluenza”, “Time Slave” e “Sell Your Face 2.0” si fa davvero sul serio. Riff tranciati come da tradizione, gonfi di groove e annegati in un oceano di effettistica sintetica e acide melodie con un retrogusto EDM: il risultato è tanto tamarro quanto coinvolgente e adrenalinico.

Pur pagando inevitabilmente dazio ai mostri sacri del genere, i 3Teeth sono comunque in grado di elaborare uno stile credibile e vario, come dimostrato da episodi quali “Exxxit”, “Altær” e “Surrender” dove le ritmiche quadrate si uniscono ad andamenti vocali contorti e atmosfere da distopia sci-fi. Lo spettro degli ultimi anni ’90 e di gente come Trent Reznor e Marilyn Manson diventa una presenza ingombrante, ma i cinque musicisti ci mettono del loro, alimentando visioni spaventose ed esprimendo una critica spietata e non puerile a un folle istinto consumista che lascia come unica via d’uscita una consapevole autodistruzione. Contenuti simili sono ripresi anche da “American Landfill” e “President X”, ovvero ritratti violenti e disturbanti che, laddove i chitarroni di memoria crossover si impastano con umori cibernetici, potrebbero essere usciti dalla mente di un Jonathan Davis poco più che ventenne, ma sotto acidi e stordito dai riflessi accecanti di neon futuristici. Allo stesso modo risultano efficaci “Bornless”, “Blackout” e “The Fall”, al cui interno malsani ricircoli di effettistica caustica vengono amalgamati con atmosfere dark figlie di un nostalgico retaggio degli ’80, mentre derive propriamente industrial avvicinano un po’ il tutto a una forma canzone più definita.

Concettualmente Metawar si pone decisamente di traverso, vomitando invettive feroci bene incarnate da “Pumped Up Kicks”, una bizzarra reinterpretazione in salsa quasi synthwave di un pezzo indie rock dei Foster The People, al cui interno viene trattato un argomento sempre attuale in America, ovvero l’accesso indiscriminato alle armi da fuoco. I 3Teeth si scagliano in maniera tutt’altro che pacifica o velata contro una società che accetta di buon grado la propria schiavitù e la conseguente perdita di identità in cambio di un’illusione di benessere fittizio che si concretizza poi in un’intossicazione morale, dalla quale non sembra più esserci via d’uscita. Una sgradevole impasse che per essere risolta richiede solamente la distruzione violenta alla radice dello stile di vita che ci ha portati fino a questo punto.

Al netto di un apparato grafico che non risulta esteticamente piacevole in senso assoluto, ma ben si sposa con i toni apocalittici del lavoro, Metawar è un mix di qualità, dove i chitarroni pompati trovano un contraltare ideale in un’elettronica efferata, spesso debitrice di uno stile ormai più che trentennale, alimentata però da idee compositive relativamente fresche. Il connubio si rivela senz’altro ben riuscito, risultando divertente, acido e coinvolgente, e rispolverando un’espressività musicale che aveva ormai perso la sua spinta da almeno vent’anni. Pur senza presentare rivoluzioni di alcun tipo, i 3Teeth ci ricordano che un’ispirata tamarria è sempre ben accetta e fa la sua perversa figura, specialmente quando si dimostra così caustica e pirotecnica. Un’opera davvero valida, che merita più di quanto non lasci intendere e che sarà senza dubbio gradita da chiunque nell’ultimo decennio del millennio scorso fosse saldamente ancorato a sonorità simili.

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