ABIGOR – Höllenzwang (Chronicles Of Perdition)

 
Gruppo: Abigor
Titolo: Höllenzwang (Chronicles Of Perdition)
Anno: 2018
Provenienza: Austria
Etichetta: Avantgarde Music
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TRACKLIST

  1. All Hail Darkness And Evil
  2. Sword Of Silence
  3. Black Death Sathanas (Our Lord's Arrival)
  4. The Cold Breath Of Satan
  5. None Before Him
  6. Olden Days
  7. Hymn To The Flaming Void
  8. Christ's Descent Into Hell
  9. Ancient Fog Of Evil
DURATA: 36:06
 

Lasciamo stare tutti i discorsi inutili che si possono fare sugli Abigor a venticinque anni esatti dal loro concepimento e al traguardo del decimo album in studio. Diamo per assunto il loro percorso evolutivo che li ha portati dal black metal classico dei primissimi anni a perle quasi-sinfoniche nella seconda metà degli anni '90, allo scioglimento temporaneo, fino alle sperimentazioni più asciutte e dissonanti dei tempi recenti.

La cosa rilevante da dire è che Thomas Tannenberger e Peter Kubik ormai sono talmente cattivi che hanno fatto il giro e sono diventati buoni (più o meno). "Höllenzwang" vede ancora una volta il ritorno di Silenius al microfono, nonostante continui a essere accreditato come turnista, e le cose che dice, di nuovo, sono così tanto malvagie da diventare paradossalmente buone: l'apertura "All Hail Darkness And Evil", in questo senso, è una vera e propria manata in faccia, ma riesce a stupire soprattutto per il suo nichilismo, per la sua ode a Lucifero, cui viene chiesto però di non rivelarsi, di non illuminare la stupidità umana, perché questo mondo non è degno della sua luce e della sua immagine. Addirittura, Silenius urla straziato al Diavolo di spegnere la sua fiamma, e di lasciare che la notte ci colga.

Nelle dichiarazioni rilasciate da Tannenberger stesso, "Höllenzwang" («compulsione infernale», per la cronaca, ma anche titolo di un'opera di Faust) è un lavoro minimale, che non vuole iniziare né celebrare; in altre parole, il decimo album degli Abigor è semplicemente un disco che parla del Diavolo. E lo fa in modo peculiare, appunto, sia a livello testuale che musicale, perché inaspettatamente Tannenberger dice che all'interno del disco non c'è neanche un blast beat (anche se devo dire che se quello nel finale di "All Hail Darkness And Evil" non è un blast beat, davvero non so cosa sia), non ci sono sovraincisioni, non c'è nulla che non sia strettamente necessario. Di nuovo, gli Abigor hanno spiegato di voler tornare alle proprie radici, di voler creare un disco che avrebbe potuto essere stampato nei primi anni '90.

Non fosse che la preparazione dei musicisti coinvolti è decisamente eccessiva rispetto a quanto sarebbe lecito aspettarsi da ragazzini nel 1993, l'obiettivo è pienamente centrato. Le strutture messe in piedi dagli Abigor in questo disco sono decisamente troppo imprevedibili e lontane dalla classica forma strofa-ritornello-strofa per essere il parto di qualche giovinastro, ma è innegabile che i suoni e l'essenzialità di questo disco lo rendano apprezzabile soprattutto dai più nostalgici. O dai più cattivi e intransigenti.

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