Il progressive rock oscuro degli About:Blank

ABOUT:BLANK – Anthology Of A Cave

Gruppo:About:Blank
Titolo:Anthology Of A Cave
Anno:2019
Provenienza:Italia
Etichetta:Too Loud Records
Contatti:Facebook  Youtube
TRACKLIST

  1. Giants
  2. Birds
  3. Orpheo
  4. Before It Was Done
  5. Ro-both
  6. Autoimmune Disease
  7. Mirror Mountain
  8. The Cave
  9. The Unnecessary
  10. A Place For Time
  11. One More
DURATA:51:50

Una delle prime cose che ci insegnano è di non giudicare mai un libro dalla sua copertina o, in questo caso, un disco dal suo libretto. Certo, spesso e volentieri si rivela un ottimo segnale d’allarme, ma non è il caso di Anthology Of A Cave, seconda prova per gli About:Blank. Il quintetto arriva direttamente dalla mia cara Bologna, luogo che storicamente riesce sempre a produrre piacevoli sorprese in ambito progressive. E anche questa volta non è da meno.

Sarà per il largo uso di arpeggi acustici o per la ricerca di melodie che spezzano il ritmo, Anthology Of A Cave è un disco che incuriosisce da subito per la sua leggerezza, al limite delle opere di Steven Wilson e i suoi Porcupine Tree. Quasi completamente assenti gli assoli virtuosi, la voce stessa di Marco Venturelli difficilmente cambia tonalità, se non quasi sempre verso il basso, andando a ricalcare contorni sempre più profondi.

Attenzione però: non si tratta affatto di un album monotono o monocorde proprio per la grande capacità di ricreare armonie diverse, brano dopo brano. I pezzi trattano temi differenti, ma tutti sempre con lo stesso approccio tetro, quasi pessimista: “Ro-both” e la crisi ontologica della vita (e non vita) artificiale, “Giants” come sberla autocritica all’egoismo e all’essere egomaniaci («We are beings devouring our own»), fino ad “Autoimmune Disease” e il suo paragone con qualcuno che ci guarda mentre ci distruggiamo da soli. Insomma, dietro lo strato semplice di un progressive rock di facile ascolto si nasconde un’opera con molte cose da dire. In ciò, non è da meno la prestazione del gruppo che, come dicevo in principio, ha chiaramente lavorato per trovare le giuste melodie sia per dare unicità ai brani sia per creare crescendo e pathos.

A conti fatti, gli unici aspetti su cui mi sento di recriminare sono l’effettivo scarso fascino del libretto (aspetto ininfluente tutto sommato) e le occasioni nelle quali gli About:Blank deviano dalla propria natura. Queste si dividono in due tipi: il primo è costituito da quei momenti in cui i brani virano verso qualcosa di più crossover; apprezzo molto il genere, e approfondirò molto volentieri i Fankaz ospiti di “One More”, ma in un abbraccio più ampio del disco, in quanto devo ammettere di non essere rimasto troppo colpito. Il secondo tipo sono, invece, i casi in cui il gruppo ha sperimentato: troppo pochi, anche perché poi i risultati sono magnifici (come “The Cave”); e la già citata “Ro-both” ne è un esempio perfetto: dopo un passaggio al limite del rap, si conclude con una splendida analisi sulla (ri-)produzione, accompagnata da un effetto di distorsione vocale e sonoro, per poi suggellarsi in un riff deciso e netto per tirare un pugno in pieno stomaco. Ecco, nella speranza che gli About:Blank concepiscano più momenti di questo tipo, per me si sono già guadagnati tutto il mio interesse. Bravi, ragazzi!

Facebook Comments