ALLEY – Amphibious

ALLEY – Amphibious

Informazioni
Gruppo: Alley
Titolo: Amphibious
Anno: 2013
Provenienza: Russia
Etichetta: Solitude Productions
Contatti: facebook.com/pages/Alley/440634789329033
Autore: Mourning

Tracklist
1. Lighthouse
2. Weather Report
3. Amphibious
4. Skulls & Bones
5. Time Signal
6. Washed Away

DURATA: 01:09:21

Si può soffrire di “opethite” acuta? Direi di sì, chiedetelo ai russi Alley, una formazione che già in passato con il debutto “The Weed” aveva mostrato un forte legame con il modo di gestire, impostare e proporre la musica che portava a un riferimento unico: Mikael Åkerfeldt e soci. Odiernamente purtroppo quel cordone ombelicale sembra non essere stato tagliato, anzi contrariamente alle aspettative si è rafforzato, indirizzandoli a percorrere una via che non so davvero se ritenere favorevole o meno. Se gruppi come The Faceless e Arkaik hanno dimostrato di poter sorprendere, tirando fuori dal cilindro dischi ricolmi d’influenze note, infilando però quel quid caratteristico che ha reso distinguibili due lavori quali “Autotheism” e “Metamorphignition”, gli Alley invece — chissà per quale motivo — hanno perfezionato la loro vicinanza alla natura Opeth, tant’è che inserendo nel lettore il nuovo “Amphibious” sembra d’aver all’orecchio una versione dai contorni “diversamente definiti” di “Deliverance” con qualche sprazzo di “Blackwater Park” ancora presente nell’impasto.

Se non vi sono mai piaciuti gli svedesi, di certo ascoltare una band che si muove in maniera quasi ossequiosa, ripercorrendone i passi, vi farà ulteriormente alterare, mentre se in passato li aveste amati, rimanendo poi delusi dalle ultime prove scialbe e a dir poco irritanti prodotte più dalla megalomania compositiva di Mikael che dall’operato di una squadra (che una volta perse le figure di Martin Lopez e Martin Lindgren ha ceduto alla grande), allora trovereste negli Alley un’alternativa capace di riportare le lancette indietro a quel periodo “felice” ormai andato disperso. Il quartetto non ha di sicuro scoperto l’acqua calda, però l’album è fornito di un piacevolissimo comparto atmosferico, sfoderando una notevole dimestichezza nello sviluppo dinamico ampio dei brani; è facile incrociare sezioni che raggiungano le soglie del blastato e altre che rallentino palesemente il passo, questo di per sé li fa difendere più che bene, ma non c’è nulla che porti a sperare in un’improvvisa variazione sul tema. Gli Opeth ci sono e sono costantemente in scena, non bastano quindi le buone soluzioni in linea melodica e la solistica in grado di ricavarsi lo spazio che merita (veramente rilassante il solo che s’impone sul finire di “Skull & Bones”) a garantire una esistenza longeva nella lista d’ascolti quotidiani.

Tirando le somme e trascorsi cinque anni dalla precedente uscita, potrei chiudere questa recensione nello stesso modo di quella pubblicata nel 2009: abbiamo infatti un disco del quale vi suggerisco la conoscenza, tuttavia la bilancia non penderà da nessuno dei due lati, che anzi rimarranno allineati in perfetto equilibrio, poiché è rinchiuso in uno stato di sufficienza che solo in alcune sparute circostanze viene superato, evitando quella votazione che appiattisce i risultati. Credetemi, per una band come questa, con le potenzialità sin qui dimostrate e quasi volutamente “arginate”, direi che è proprio un peccato. Attendendo dagli Alley una presa di posizione che li distacchi almeno un po’ dalla rischiosa posizione al limite con la band tributo, provate a confrontarvi con “Amphibious” e poi traetene le vostre somme.

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