ALTERNATIVE 4 – The Brink

ALTERNATIVE 4 – The Brink

Informazioni
Gruppo: Alternative 4
Titolo: The Brink
Anno: 2011
Provenienza: Inghilterra / Australia / Argentina
Etichetta: Avantgarde Music
Contatti: non disponibili
Autore: Fedaykin

Tracklist
1. The Brink
2. False Lights
3. Alternate
4. Underlooked
5. Still Waters
6. The Dumbing Down
7. Automata
8. Autonoma
9. The Brink (Reprise)

DURATA: 59:38

ALTERNATIVE 4 - The Brink Quando sono venuto a sapere che il signor Duncan Patterson avrebbe prodotto un disco ispirandosi in maniera diretta a quell'”Alternative 4″ a cui, personalmente, do tanto valore affettivo e che resta, nella mia classifica personale, il picco più alto della discografia degli Anathema, non sapevo se esserne più contento o più dubbioso. Se è vero che i vari volantini promozionali della nostrana Avantgarde Music annunciavano con giubilo un coraggioso ritorno al rock e al sound elettrico da parte del compositore inglese, è anche vero che è difficile spazzare via in un sol colpo l’ambient, l’introspezione e l’eclettismo degli Antimatter e le contaminazioni folk degli Ion. E infatti, “The Brink” non è solo retrospettiva, ma anche e soprattutto evoluzione. Occorre precisare, però, che questo lavoro è in realtà il frutto della stretta collaborazione, già maturata in precedenza, tra il già citato Duncan Patterson, personaggio che non ha bisogno di presentazioni, e Mark Kelson, altro artista estremamente poliedrico, mente, tra le altre cose, degli australiani The Eternal; al distinto duo si è poi aggiunto il batterista argentino Mauro Frison.

Riuscire a dare una definizione chiara di quello che i quasi sessanta minuti di musica di “The Brink” contengono è un’impresa a dir poco titanica. Le prime tre tracce parrebbero ricondurre in modo abbastanza chiaro all’omonimo lavoro degli Anathema, con una particolare predilezione per quelle sonorità che caratterizzavano pezzi come “Lost Control” e, soprattutto, la stessa “Alternative 4”. Un depressive rock, dunque, dalle tinte cupe, accompagnato qui da un massiccio uso del pianoforte. “False Lights” è probabilmente uno dei momenti più “convenzionali” del disco, e, forse proprio in virtù di questa sua caratteristica, è stato scelto per comparire nello split con i Monumentum, in uscita insieme al disco. A partire dalla splendida “Underlooked”, però, questo si fa decisamente più scuro: i ritmi calano, l’atmosfera è sinistra, tetra, il sound spazia in direzione ambient, con tratteggi quasi minimali, c’è un uso più vasto di rumori ed elementi elettronici. La stessa “Underlooked” è un inno alla ripetitività, l’ipnotico e ossessivo riprodursi per poco meno di dieci minuti di una linea di pianoforte inquietante, appoggiata da un basso possente ma discreto; la voce di Mark interpreta un testo enigmatico, con un timbro che può in effetti ricordare quello del buon Cavanagh. Quello che già colpisce, e che continuerà a colpire sempre di più, è l’enorme carica emotiva che l’impianto musicale riesce a trasmettere, un’amarezza di fondo che, anche senza leggere le parole del testo, inquina e dilaga in ogni singola nota. La successiva “Still Waters” è un break, un pezzo acustico dai richiami molto Floydiani, sempre pervaso di quell’irrequietezza peculiare, ma in modo meno opprimente; una bella apertura di chitarra elettrica lascia spazio però ad uno dei pezzi più significativi del disco, “The Dumbing Down”, in cui poche parole iniziali, mascherate da un filtro elettronico, ci chiedono come possa morire il destino. È qui che il disco assume dei contorni più espliciti, per quanto i testi continuino a rimanere incredibilmente criptici, e il messaggio principale prende forma: la società è formata da automi, incapaci di seguire la propria voce interiore, che si comportano come viene loro detto, non sanno a cosa credere, comprano ciò che viene pubblicizzato; “dumb down” significa “instupidire”, “banalizzare”, ed è il processo che la realtà sta subendo, inesorabilmente e quasi senza lasciare traccia. Questo argomento è sviscerato in modo più completo ed intimista nella successiva “Automata”, a cui quindi è dato un accento particolare, in quanto fulcro del percorso tematico del disco. “Autonoma” e “The Brink (Reprise)” compongono venti minuti quasi esclusivamente strumentali, e a mio avviso si possono considerare l’una il preludio dell’altra; “Autonoma” presenta uno sviluppo melodico quasi classicheggiante, che va a concludersi in una sessione corale accompagnata da una chitarra; “The Brink (Reprise)”, elemento più coraggioso del disco, consiste, sinteticamente, in tre note che si ripetono, sempre uguali, accompagnate a tratti da linee di basso, chitarra, pianoforte. A confermare il carattere enigmatico dell’opera, va segnalata la presenza di tre messaggi in codice morse; il primo copre gli ultimi quaranta secondi di “The Dumbing Down”, e gli altri due compaiono nel pezzo conclusivo.

“The Brink” è un’opera d’arte. È poesia, è ermetismo, talvolta astrattismo, sempre oscurità. Non sono rare le pause in cui la musica viene a mancare del tutto o quasi, a simboleggiare uno scivolamento verso il basso, il distante, ma la bellezza con cui questo lavoro è composto è in grado di farci apprezzare anche i suoi silenzi. Nonostante un certo sound, non sono poi così tanti gli elementi che riconducono agli Anathema di “Alternative 4”, e probabilmente è meglio così. Questo non è solo un viaggio intimista attraverso le sensazioni negative dell’animo umano, “The Brink” ci fa vedere attraverso i suoi occhi una realtà meccanica e angosciante, davanti alla quale non è possibile rimanere indifferenti. Non è un album da ascoltare distrattamente, non è assolutamente adatto ad un ascolto disimpegnato. Dimenticatevi di caricarlo sui vostri I-Pod, va ascoltato in religioso silenzio, possibilmente su un impianto in cui si sentano i bassi belli corposi, e magari al buio: impossibile non lasciarsi sopraffare da una marea di sensazioni. Per quanto mi riguarda, una delle cose più belle che abbia sentito quest’anno. E non c’è molto altro da aggiungere!

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