ALUNAH – White Hoarhound

ALUNAH – White Hoarhound

 
Gruppo: Alunah
Titolo:  White Hoarhound
Anno: 2012
Provenienza:  Inghilterra
Etichetta: Psychedoomelic Records
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TRACKLIST

  1. Demeter's Grief
  2. White Hoarhound
  3. Belial's Fjord
  4. The Offering
  5. Chester Midsummer Watch Parade
  6. Oak Ritual I
  7. Oak Ritual II
DURATA: 47:37
 

Il primo cd degli Alunah, intitolato "Call Of Avernus", arrivò nelle mie mani dopo aver fatto una gran brutta fine, le Poste Italiane infatti lo pressarono, triturarono, forse ci giocarono a pallone chi lo sa, fatto sta che ciò che mi giunse era una sorta di poltiglia e così la definii al tempo della recensione, talmente ridotta male da costringermi all'uso dell'mp3 per ascoltare tale lavoro.

Sono passati due anni da quell'uscita e il gruppo si propone di farmi tornare l'acquolina in bocca con il secondo partorito "White Hoarhound" e la cosa bella è che ci è riuscito. La band ha mantenuto la stessa line-up con Sophie Day al microfono, Jake Mason e Gaz Imber rispettivamente alla batteria e al basso, quest'ultimo suona anche nei General, altra realtà inglese da tenere d'occhio, e David Day nel ruolo di chitarrista.

Così com'è stabile la forma fisica, lo è anche quella compositiva, infatti il nuovo album non si distacca in maniera evidente da quanto offertoci nel recente passato, bensì consolida e fornisce riprova delle ottime sensazioni che i pezzi del debutto avevano lasciato. La differenza sostanziale, se sia poi in negativo o in positivo sarete voi a deciderlo, la si riscontra nell'ascolto prolungato del lavoro.

Se il primo capitolo filava liscio e avvolgente per la sua natura caratteriale particolarmente istintiva, inutile dire che entrambi vivano e dimostrino di essere figli d'altri, ma con gran gusto nelle scelte applicate nel songwriting, il disco odierno rappresenta la maturazione e l'evoluzione che definirei ovvia, forse la più plausibile, con un ritorno prominente alla fascia doom come riferimento principale.

Noterete questo gradito rifugiarsi in quel territorio in più di un'occasione, d'altro canto però perde un po' di fascino a causa di una carica meno dirompente e che sembra rifiutarsi di scavare i solchi monolitici e arroventati tanto cari agli Electric Wizard antecedentemente riscontrabili nel loro suono.

Ora, parlare di "White Hourhound" come lo si farebbe di un disco brutto o insufficiente non è neanche lontanamente pensabile, qui i pezzi ci sono eccome, la titletrack e la successiva "Belial's Fjord" sono incantevoli, dalle dinamiche ottimamente elaborate e con una Soph decisamente sopra le righe. La cantante ha acquisito padronanza e soprattutto convinzione dei propri mezzi, è molto più piena, consistente la sua prova e lo si percepisce specialmente in questi brani dall'aspetto emotivo così fluttuante nei quali è libera di fornire una propria impronta.

Non so che aria respirino a Birmingham o comunque in Inghilterra in genere, sta di fatto che è alquanto complicato, non dico sia impossibile, trovare un gruppo proveniente dalla terra d'Albione che suoni questo genere e sbagli completamente un album, ce l'hanno nel DNA e mentre rifletto continuo a far scorrere e riscorrere le tracce. Come potrei affermare che canzoni quali "The Offering" e "Oak Ritual II" non rientrino nei miei ascolti? Mentirei, saranno anche ancorate a certi cliché ormai saldamente riscontrabili in moltissime uscita, ciò nonostante suonano alla grande.

Altro punto a loro favore sta nella capacità di saper scrivere dei veri e propri brani, mi è capitato infatti di far caso a una caratteristica non strana però divenuta ospite abituale, forse troppo, all'interno di questo mondo. In quest'ultimo periodo in particolare si sta notevolmente sfruttando l'escamotage della jam-session ampliata, alle volte anche a dismisura, per coprire in alcuni casi la mancanza d'idee adatte a confezionare una vera e propria forma canzone. Non è che mi dispiaccia lasciarmi trasportare da episodi totally free, non vorrei divenisse però una sorta di paraculata tesa a portare avanti chissà quale visione artistica strampalata. Jammare è stupendo per chi suona e un'esperienza spesso unica per chi ne riceve i frutti ed è per questo che non lo si può ridurre a un utilizzo del tipo giriamoci continuamente attorno e usiamo la psichedelia, pensiero adatto a sviare l'attenzione su una papabile mancanza d'idee.

Gli Alunah fortunatamente non lasciano nulla al caso e il complesso strumentale si pone sempre e comunque portando con sé riscontri positivi ai quali vanno sommati i valori del pregevole missaggio di Greg Chandler, che ha curato anche quello di "Call Of Avernus", e il lavoro in chiave di mastering di Tony Reed (St. Vitus e Trippy Wicked).

Istinto vs Maturità? Che la terza produzione sia quella del botto definitivo? Di certo saremo pronti ad accoglierla, continueremo a seguire gli Alunah dei quali consiglio l'acquisto a tutti gli adoratori dello stoner/doom, musica così fa sempre piacere ritrovarserla in casa.

 

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