AMON AMARTH – Deceiver Of The Gods

 
Gruppo: Amon Amarth
Titolo: Deceiver Of The Gods
Anno: 2013
Provenienza: Svezia
Etichetta: Metal Blade Records
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TRACKLIST "DECEIVER OF THE GODS"

  1. Deceiver Of The Gods
  2. As Loke Falls
  3. Father Of The Wolf
  4. Shape Shifter
  5. Under Siege
  6. Blood Eagle
  7. We Shall Destroy
  8. Hel
  9. Coming Of The Tide
  10. Warriors Of The North
DURATA: 47:52
 
TRACKLIST "UNDER THE INFLUENCE"

  1. Burning Anvil Of Steel
  2. Satan Rising
  3. Snake Eyes
  4. Stand Up To Go Down
DURATA: 15:26
 

Da bravo e fedele fan degli Amon Amarth ho cercato di limitare al massimo l'ascolto di ogni tipo di anteprima del nuovo album "Deceiver Of The Gods", preordinandolo per riceverlo il più vicino possibile alla data di uscita europea del 24 giugno 2013. La versione digipak limitata che mi è giunta si presenta come un piccolo cofanetto decorato con un effetto per simulare il legno, all'interno del quale si trova il disco vero e proprio dentro una custodia in cartoncino ricca di illustrazioni che si apre, rivelando, oltre al cd, il libretto contenuto in una tasca; in aggiunta la Metal Blade ha inserito un poster su doppia facciata con l'immagine di copertina (che non mi ha convinto per nulla poiché troppo fantasy) e una foto del gruppo, e l'ep "Under The Influence" in formato cd-pro. Spero mi perdonerete se mi sono risparmiato di spendere i 90 eurini del formato boxset ultra-limitato col busto di Loki: non si abbinava col mio arredamento domestico…

Seguendo con costanza da molti anni i miei Vichinghi preferiti, sapevo bene cosa potermi aspettare, difatti dal 2006 a oggi il death metal dei Nostri è divenuto sempre più melodico e rotondo, sgrezzandosi totalmente e ricercando spesso il ritornello di grande presa da sfoggiare durante i concerti. "With Oden On Our Side" e "Twilight Of The Thunder God" hanno rappresentato due splendidi episodi ricchi di freschezza (per i canoni Amon Amarth) che hanno segnato una nuova giovinezza per il quintetto di Stoccolma. Sfortunatamente già il precedente "Surtur Rising" aveva fatto risuonare qualche campanello d'allarme, che oggi ha assunto una intensità impossibile da non avvertire.

I dieci nuovi brani peccano totalmente in mordente, vanificando così diverse buone idee che avrebbero potuto essere sviluppate in maniera migliore. La potenza che la produzione di Andy Sneap dovrebbe far detonare resta compressa e non si tramuta mai in aggressività palpabile, generando uno sgradevole effetto di castrazione digitale e piattezza; "Shape Shifter" ad esempio è quadrata e massiccia, eppure non può che far rimpiangere gli Amon Amarth della fase centrale della propria carriera, mentre "We Shall Destroy" nella sua semplicità e assenza di fronzoli convince di più. Non solo l'ardore grezzo dei Vichinghi è assente ingiustificato, ma al contempo le melodie si sono fatte eccessivamente facili e i ritornelli sovente vengono inseriti troppo frettolosamente durante le canzoni (come nel caso di "Shape Shifter") oppure stemperano all'eccesso l'impeto costruito con difficoltà dalle strofe ("Father Of The Wolf"); a onor del vero tuttavia non mancano composizioni con ritornelli non ariosi ("Blood Eagle") oppure totalmente prive di essi. Il risultato di tutto ciò è un disco che potremmo definire heavy, con tutti i pro e i contro che questa etichetta può portarsi dietro se associata a una formazione death metal.

Johan Hegg e compagni però non sono ancora totalmente bolliti e qualche soluzione che intriga piacevolmente la sfoggiano: in particolare il fraseggio dalle tonalità tragiche di "As Loke Falls", cui fanno da contraltare il growl sempre poderoso e il basso massiccio di Ted Lundström che sferza pesantemente l'aria; non male pure il riff dalle tonalità (finalmente) epiche nella seconda parte della severa "Under Siege", che comunque non stupisce né incanta. Nell'ultimo terzo del disco invece appaiono gli episodi meno canonici, il primo dei quali vede la presenza della leggenda Messiah Marcolin (ex Candlemass): "Hel" vive di sonorità dai tratti doom, cori quasi ammalianti e la voce pulita dell'ospite a duettare con quella ruvida tipica del gruppo; il risultato finale è sufficiente e contribuisce ad aumentare il livello di varietà dell'album. "Warriors Of The North" infine chiude la contesa dilatando l'atmosfera e sviscerando una struttura meno lineare del solito attraverso otto minuti con un gusto agrodolce sulla bocca, frutto sia del clima sonoro fatalista che dei dubbi che restano dopo l'ascolto.

Nulla più che un divertissement un po' pacchiano risulta "Under The Influence", ep composto da quattro brani in cui gli Amon Amarth incontrano rispettivamente Judas Priest, Black Sabbath, Motörhead e AC/DC. Questo genere di cd bonus è stato preferito rispetto alla canonica proposizione di vere e proprie cover, ma difficilmente rimarrà negli annali.

Non posso che giudicare quindi "Deceiver Of The Gods" un disco trascurabile, e in rapporto al panorama metal generale e all'intera discografia degli Amon Amarth, dove esce con le ossa spezzate dal confronto con qualunque altro album. A differenza del predecessore, qui ogni singolo spunto interessante non si concretizza mai sul lungo periodo, restando soltanto un'idea abbozzata, e l'assenza di mordente è troppo evidente. Dov'è finito lo spirito vichingo, al tempo stesso epico e grintoso, del loro death metal? Gli svedesi si sono già giocati due jolly (negativi) in sequenza, un futuro terzo non potrebbe che decretare la fine artistica dei prodi figli di Odino anche agli occhi dei fan più devoti come il sottoscritto, che ha fatto di tutto per farsi piacere pure queste canzoni, ma non può essere sordo di fronte alle loro palesi debolezze.

 

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