ANATHEMA – The Optimist

Gruppo:Anathema
Titolo:The Optimist
Anno:2017
Provenienza:Regno Unito
Etichetta:Kscope
Contatti:Sito web  Facebook  Twitter  Soundcloud
TRACKLIST

  1. 32.63N 117.14W
  2. Leaving It Behind
  3. Endless Ways
  4. The Optimist
  5. San Francisco
  6. Springfield
  7. Ghosts
  8. Can’t Let Go
  9. Close Your Eyes
  10. Wildfires
  11. Back To The Start
DURATA:56:27

Per una serie di motivi, sembra che A Fine Day To Exit del 2001 sia il disco meno considerato dell’intera carriera degli Anathema. Certo, arrivare dopo un pezzo da novanta come Judgement (che a sua volta ebbe un’accoglienza complicata) non era facile e, in generale, negli ambienti c’era ancora un po’ di diffidenza nei confronti delle varie svolte rock fatte da altri protagonisti dell’epoca come Paradise Lost, Tiamat, My Dying Bride, eccetera. Inoltre, rispetto agli altri loro album del periodo, aveva probabilmente meno personalità e più derivazione radioheadiana. Tuttavia, c’era una differenza tra gli Anathema e gran parte degli altri gruppi con trascorsi simili: per la band di Liverpool non si è mai trattato di un incidente di percorso o qualcosa di insolito, quanto più di una consapevole ricerca di qualcos’altro (un’ottima giornata per uscire e scoprire il mondo oltre il velo), avviata anni prima e poi continuata con grande consapevolezza e dedizione.

A distanza di sedici anni — durante i quali gli Anathema hanno fatto letteralmente di tutto — ecco che viene ripescato dal nulla proprio quel lavoro, concluso con la (meravigliosa) “Temporary Peace”: si annuncia che il nuovo album The Optimist sarà proprio la continuazione di A Fine Day To Exit. Partiamo dal fatto che intitolare un disco The Optimist è stata una mossa estremamente coraggiosa, soprattutto in un’era — e in particolare nel Regno Unito — apparentemente fatta di scontri verbali e fisici, di risse online e così via, con tanto di lancio di una campagna con l’hashtag #whoistheoptimist, prima della pubblicazione dell’opera attraverso la solita e affidabile Kscope. Riferendosi all’album, gli Anathema parlavano, però, del capitolo più oscuro della loro produzione; inutile dire che lo attendevo con grande interesse e anche un po’ di preoccupazione sulla direzione che avrebbero preso stavolta.

Arriviamo così alla citazione di partenza: The Optimist si apre, infatti, con i suoni di un’autoradio (quella vista sulla copertina di A Fine Day To Exit), mentre il veicolo fronteggia l’Oceano Pacifico dalla Baia di San Diego (“32.63N 117.14W” sono le coordinate della Silver Strand State Beach). Il protagonista del disco precedente, a prima vista sul punto di farla finita, torna in auto e accende la radio (come mostrato anche nel video di “Can’t Let Go”). Già qui arriva la prima chicca: tra le cose che l’uomo sente, oltre a un riferimento al weather system della Baia, giunge un passaggio di “Dreaming Light” (da “We’re Here Because We’re Here”) riprodotto al contrario e a maggiore velocità. Come sappiamo, quel brano rappresenta appieno l’acquisizione di una nuova consapevolezza nella produzione degli Anathema. Così parte la base che darà il via al disco vero e proprio.

In aggiunta al chiaro messaggio di rivalsa nei confronti di A Fine Day To Exit, “Leaving It Behind” mette insieme i tappeti elettronici sentiti in Distant Satellites con la vena rock delle chitarre. Così, il protagonista della narrazione smette di sentirsi morto dentro (sì) e si lascia tutto alle spalle, partendo per un nuovo viaggio. Subito si spezza la cavalcata cantata da Vincent per lasciare spazio alla voce di Lee, accompagnata dalle gentili note di un pianoforte in “Endless Ways”, prima di aprirsi in uno di quei crescendo cui la band ci ha ormai abituati nella seconda metà.

Non procederò con un’analisi brano per brano, ma segnalerò qui una serie di aspetti salienti: dal punto di vista musicale, l’album The Optimist ha un respiro a tratti più orchestrale e viene lasciato grande spazio alle tastiere e alla voce di Lee Douglas. Non ci sono stati grossi stravolgimenti, in questo senso, rispetto a ciò che gli Anathema hanno fatto nell’ultimo decennio circa, tuttavia è stato compiuto davvero tanto lavoro sulla creazione di un mondo musicale e concettuale di grande consistenza, ricco di rimandi interni ed esterni (“Wildfires” potrebbe benissimo essere un loro brano di fine anni ’90, come atmosfera).

Coerentemente con quanto sentito in Distant Satellites, in questo lavoro continua anche la crescita della parte elettronica — evidenziata nella strumentale “San Francisco” — che accompagna il viaggio su strada del personaggio principale quando arriva a “Springfield” (brano di lancio del disco), senza sapere bene perché. Abbiamo molto meno testo del solito e il grosso della narrazione è svolto attraverso immagini (nel libretto) e suoni, o semplici ripetizioni di frasi nei brani. La storia avviene principalmente all’interno del protagonista e, di riflesso, di chi ascolta; apparentemente, la voce narrante fa fatica a lasciar andare il passato e lotta per tornare in piedi.

Ecco che, nella seconda metà, The Optimist assume quelle tinte oscure di cui parlavano i Cavanagh prima della pubblicazione (addirittura si sconfina nel jazz in “Close Your Eyes”): non sembra esserci spazio per un vero e proprio lieto fine, mentre il narratore non riesce a riconquistare la persona amata e torna “Back To The Start”. La traccia finale si apre proprio con lui che suona e canta «they don’t understand» in riva al mare, prima di lasciare spazio alla voce di Vincent e agli strumenti, fino a un improbabile crescendo simil-gospel; il contrasto tra la parte musicale e quella testuale è, infatti, una chiave cruciale nell’interpretazione di questo finale ambiguo. Alla fine del brano, il narratore va a bussare alla porta e il viaggio si chiude con uno «how are you?»; dopo qualche minuto di silenzio, gli ottimisti verranno ricompensati con una piccola traccia fantasma.

Come valutare The Optimist? Come gran parte della musica arrivata dal complesso di Liverpool nell’ultima decina d’anni: è un album che richiederà una serie di ascolti per essere apprezzato in tutte le sue curiose sfaccettature. Ancora una volta, siamo davanti a un tipo di epica emotiva nella quale l’essere umano acquisisce una sorta di centralità universale, mentre quello che all’apparenza è semplicemente un uomo che si mette in macchina per cercare di ricostruire sulle macerie del proprio passato diventa il veicolo della nostra speranza nel buio. Chi è l’ottimista?

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