Au Clair De Lune - Diaphanous Deitis | Aristocrazia Webzine

AU CLAIR DE LUNE – Diaphanous Deities

Gruppo: Au Clair De Lune
Titolo: Diaphanous Deities
Anno: 2022
Provenienza: Italia
Etichetta: Northern Silence Productions
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TRACKLIST

  1. Promenade Au Clair De Lune
  2. Night Of Early Spring Waters
  3. Diaphanous Deities
  4. Endimione
  5. Kiss Of Venus
  6. Starry Cypresses
  7. Gates Of April
  8. Ethereal… Eternal
DURATA: 42:53

Nel 2022 riuscire a farsi venire in mente una formula convincente e personale nel campo tra blackgaze e post-black non è roba da poco. Da qualche punto non meglio specificato della Penisola, Leonard continua a provarci e, sempre con lo pseudonimo Au Clair De Lune, ha pubblicato la sua seconda fatica intitolata Diaphanous Deities, che nei primi mesi dell’anno ha catturato l’attenzione nientemeno che di Northern Silence.

Sono diverse le band italiane che, tra post- e gaze, mi sono particolarmente care: penso ai Falaise e a Taur-Im-Duinath, alle prime uscite di Unalei, ma anche a Dreariness ed Eyelessight, che nel mezzo ci buttano anche tanto depressive. Au Clair De Lune, a dirla tutta, pare sguazzare per acque più simili a quelle preferite del duo di Todi. Atmosfere ricche, stratificazioni e tonnellate di riverberi, insomma, ma non è tutto un puro esercizio di stile (a lode e gloria degli Alcest).

In Diaphanous Deities, ci si accorge subito dell’impegno profuso da Leonard. Dalle citazioni romantiche sparse lungo la scaletta — l’intero testo dell’apripista “Promenade Au Clair De Lune”, infatti, è un adattamento della poesia omonima di quel maledetto di Verlaine — al classico topos della relazione uomo-natura, il lavoro letterario della one man band è piacevolmente preciso. Anche sul piano degli arrangiamenti le idee sono buone ed espresse nel modo giusto. Da cima a fondo, l’album si presenta ben omogeneo. Nonostante non abbia apprezzato — o, meglio, non abbia compreso — al 101% la scelta di chiudere Diaphanous Deities con due strumentali, l’ascolto è filato ugualmente liscio. “Gates Of April” offre, in qualche misura, una serie di rimandi agli Opeth di Damnation, mentre “Ethereal… Eternal” torna a strizzare l’occhio alle magie fatte da Neige a cavallo tra i primi 2000 e gli anni ’10.

A fare da contraltare per quella che, altrimenti, rischierebbe di essere una recensione nettamente positiva, ci sono una serie di piccole increspature più o meno tedianti. In primo luogo, la batteria. Capisco che magari, per questioni economiche, vicissitudini pratiche o altro, Leonard abbia scelto di tenersi le sue belle tracce programmate, ma in una miscela che ha l’obiettivo di risultare tanto dolce e raffinata al palato, una batteria di questo tipo genera l’effetto dell’uovo marcio in bella vista su un piatto di insalata di riso. Secondo punto critico di Diaphanous Deities, che per molti versi è legato a doppio filo al primo, è la produzione. Leonard ha fatto tutto da solo — un plauso a lui — dalla registrazione fino al mastering, ma al netto di quanto sia bello e liberante avere il controllo di tutto, farlo con la dovuta perizia è indispensabile. Non è che ci siano errori grossolani, tuttavia la voce talvolta un po’ troppo dietro nel mix, le chitarre un filino manchevoli di prepotenza e il basso senza particolare personalità tolgono molti punti al prodotto finale che, mi duole dirlo, finisce per presentarsi senza infamia ma anche senza particolari lodi.

A chiosa, Diaphanous Deitis ha tutte le potenzialità del caso, perché si sente che Leonard ha delle idee e di buona qualità. C’è ancora tanto da fare, ma con cauto ottimismo direi che non è così nero il futuro di questo progetto che, di nome e di fatto, pare viaggiare senza fretta nella notte, guidato solamente dalla luce della luna più decadente.