BETHLEHEM – Lebe Dich Leer

Gruppo:Bethlehem
Titolo:Lebe Dich Leer
Anno:2019
Provenienza:Germania
Etichetta:Prophecy Productions
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TRACKLIST

  1. Verdaut In Klaffenden Mäulern
  2. Niemals Mehr Leben
  3. Ich Weiß Ich Bin Keins
  4. Wo Alte Spinnen Brüten
  5. Dämonisch Im Ersten Blitz
  6. An Gestrandeten Sinnen
  7. Ode An Die Obszöne Scheußlichkeit
  8. Aberwitzige Infraschall-Ritualistik
  9. Bartzitter Flumgerenne
DURATA:41:53

Onestamente, credo (e spero) che non sia necessario fare le presentazioni dei Bethlehem, una band che — piaccia o meno — ha scritto alcune delle prime pagine di quel folle e distruttivo grimorio da cui poi si è sviluppato il depressive black metal. Sebbene tale definizione abbia attualmente assunto sfumature quasi parodistiche, album come Dark Metal e Dictius Te Necare erano e sono tutt’altro che uno scherzo e l’aura di cinica e spietata alienazione che li circonda ha (ri)scritto le coordinate del dolore, originando addirittura un sottogenere a parte. Comunque sia, formato nel lontano 1991 e passato attraverso più cambi di formazione di quanti se ne possano ricordare, il gruppo tedesco ha pubblicato quest’anno Lebe Dich Leer, nono album sotto la guida di Jürgen Bartsch, unico elemento rimasto del nucleo originale e da sempre principale responsabile concettuale del progetto.

Nel corso della loro carriera i Bethlehem hanno rimaneggiato più volte il proprio stile (rimaneggiamenti che, per inciso, hanno portato il sottoscritto a non apprezzare particolarmente i lavori della prima decade del nuovo millennio); tuttavia, per quanto ci si possa sforzare, valutare un simile disco senza far troppo riferimento al passato è un’impresa complessa. Pezzi come “Verdaut In Klaffenden Mäulern”, “Niemals Mehr Leben”, “Wo Alte Spinnen Brüten” e “Ode An Die Obszöne Scheußlichkeit” ricalcano, infatti, proprio quello stesso black-doom incalzante e colmo di furiosa angoscia, intervallato da arpeggi acustici, aloni gotici, inserti sintetici, spazi di sospensione dal sapore ambient e digressioni varie. La voce di Onielar (capelluta signora già in forza ai Darkened Nocturn Slaughtercult) si inserisce meglio nella proposta rispetto al precedente album eponimo di tre anni fa, rievocando un po’ la particolare cifra stilistica di Rainer Landfermann in Dictius Te Necare. Per quanto sia innegabile che a oggi alcune strutture della proposta sembrino rifarsi a stilemi meno estremi, determinando a tratti un relativo ammorbidimento, è altresì vero che Lebe Dich Leer si dimostra perfettamente in grado di ricreare quel cinico vortice di rabbiosa e malata sofferenza che, sebbene filtrato attraverso un quarto di secolo di carriera, incide ancora le carni e infetta l’anima, trasudando malessere e psicosi.

All’interno della scaletta non mancano episodi più estrosi e diversi: “Ich Weiß Ich Bin Keins”, con le sue melodie quasi eteree contrapposte a un morboso sottofondo atmosferico sulfureo e insalubre; “An Gestrandeten Sinnen”, che si avvale di una struttura fondamentalmente pop-rock annerita e modellata secondo l’acredine delirante dei Nostri, o ancora l’andamento imprevedibile e difficilmente inquadrabile di “Bartzitter Flumgerenne”. Allo stesso modo, troviamo anche asfaltanti tirate grezze e violente (“Dämonisch Im Ersten Blitz”, “Aberwitzige Infraschall-Ritualistik”) in cui un approccio dal retrogusto quasi punk viene coniugato con quel pesante black-doom scuro e velenoso, soffocando e opprimendo impietosamente ogni cosa sul suo passaggio.

Lebe Dich Leer è un disco che, sebbene richiami prepotentemente il passato della band, a questo stesso passato non può essere paragonato in toto, poiché frutto maturo di un impulso creativo giocoforza differente. Per contro, se valutato come album a sé stante, esso risulta sicuramente peculiare e interessante, seppur non di certo imprescindibile. Detto ciò, forse il miglior modo per approcciare un simile lavoro è ascoltarlo consapevoli di avere a che fare con i Bethlehem del 2019, i quali non sono ovviamente più i Bethlehem degli anni Novanta. Al netto del ventennio abbondante trascorso dall’uscita di monumenti all’alienazione come Dark Metal, Dictius Te Necare e S.U.I.Z.I.D., Bartsch e soci sono ancora perfettamente in grado di farci sentire sulla pelle il tocco freddo della follia, solleticando i mostri che vivono in quei tenebrosi abissi che ognuno di noi si porta dentro e mettendoci di fronte a quel vuoto esistenziale citato dal titolo dell’opera.

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