BLACK CHALICE – Obsidian

BLACK CHALICE – Obsidian

 
Gruppo: Black Chalice
Titolo:  Obsidian
Anno: 2012
Provenienza:  U.S.A.
Etichetta: Contaminated Tones Productions
Contatti: FacebookBandcamp
 
TRACKLIST

  1. Undiscovered
  2. They Took Everything
  3. Heliocentric
  4. Obsidian
DURATA: 33:08
 

Patrick Hasson non si dà tregua: è uno di quei maneggioni con sempre qualcosa per le mani, non riesce a frenare la sua vena compositiva; dal 2011 a oggi, con i suoi tre progetti musicali (quello black "classico" Avulse, quello più atmosferico Auspicium e Black Chalice) ha pubblicato non meno di una dozzina di lavori tra split, ep, album completi, demo e via discorrendo. La mia prima esperienza con la musica dell'uomo di Portland (Maine, non Oregon stavolta) fu lo scorso anno con un lavoro a nome Auspicium che non convinse più di tanto; oggi mi ritrovo a scrivere di un lavoro pressapoco contemporaneo, ma di tutt'altro livello.

Il progetto Black Chalice viene etichettato sul web come un misto tra doom e death metal, ma ciò che il nastro di "Obsidian" contiene va ben oltre, arrivando a lambire ripetutamente e con forza le coste dello shoegaze, innalzando muri di feedback dolci e malinconici e perdendosi in un cantato pulito e vellutato. L'umore che permea i quattro brani è cupo e intristito, ricorda in più di un passaggio le produzioni casalinghe di gente come gli Have A Nice Life, pur mantenendo salda la propria radice metallara, specialmente nei toni gravi della chitarra ritmica durante i pochi, reiterati riff (da cui la solo parziale giustificazione dell'etichettatura death-doom). I quattro brani sono molto organici e, nonostante la durata media sia piuttosto elevata, con lo strumentale "Heliocentric" e quello che dà il titolo al disco che superano abbondantemente i dieci minuti, l'album scorre molto piacevolmente nella sua interezza, riportando alla memoria (con i dovuti aggiustamenti) lo shoegaze "vero", quello di My Bloody Valentine e Pale Saints, molto più delle ultime "cacate" di Alcest.

Tutto questo senza perdere di vista il disagio e il malessere, poiché i tre testi sono uno più autodistruttivo dell'altro, tra tentati suicidi, vite in solitudine e, in fondo, la mancanza di fegato necessaria per porre fine a tutta questa sofferenza che è la vita. Perché il continuo aggrapparsi ai pochi spiragli di luce della vita non è altro che l'ennesimo fallimento, l'ulteriore prova della cialtronaggine dell'essere umano. E Patrick A. Hasson, in una cassetta che con sottile ironia si presenta dalla copertina e fascetta color rosa caramella, ce lo ricorda egregiamente.

 

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