BLACK SABBATH – 13

Gruppo: Black Sabbath
Titolo: 13
Anno: 2013
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Vertigo Records
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TRACKLIST

  1. End Of The Beginning
  2. God Is Dead?
  3. Loner
  4. Zeitgeist
  5. Age Of Reason
  6. Live Forever
  7. Damaged Soul
  8. Dear Father
DURATA: 53:15

Voglio essere sincero: non avevo alcuna intenzione di scrivere a riguardo di questo disco. I Black Sabbath, quelli veri, quelli dei primi cinque, leggendari album, sono per me una fede così forte e viva da avermi spinto a tatuarmene sul corpo il simbolo e, all’alba dell’uscita di 13, avendo accuratamente e intenzionalmente evitato di ascoltare anticipazioni, ero terrorizzato al pensiero di trovarmi di fronte a un prodotto debole e deludente. Le varie vicissitudini che hanno seguito il ritorno del mitico gruppo di Birmingham, le speculazioni, i gossip, i problemi di salute e le altre notizie che tutti ormai ben conosciamo, minarono profondamente le mie aspettative, però, alla fine, 13 l’ho acquistato comunque. L’emozione provata nello scartare un nuovo disco dei Black Sabbath, quelli veri (d’accordo, manca Ward, ma ci siamo capiti ugualmente), quelli che entrarono in studio tutti insieme per l’ultima volta ben trentacinque anni fa, quando io non ero ancora nato, quando la Spagna era ancora una dittatura e quando Carter era ancora presidente U.S.A., mi ha quasi commosso e sopraffatto… e la mia paura nel premere il tasto “play” cresceva in maniera direttamente proporzionale alla mia emozione.

Finalmente mi decido a iniziare il primo ascolto (con accanto la mia fedele dolce metà, pronta a trasportarmi all’ospedale nel caso le mie coronarie non dovessero reggere) e, con “End Of The Beginning”, vengo immediatamente investito dal ben conosciuto riffing scuro e apocalittico di Iommi, a cui si sovrappone presto la voce, sì stanca, ma sempre magnetica e particolare di Ozzy. Inizio a intravedere la temporalesca e funerea luce livida che nella mia fantasia ha sempre contraddistinto il migliore suono dei Black Sabbath e l’immensa “God Is Dead?”, pregna di quei sentori squisitamente infausti che tanto amo e che più di quarant’anni fa rivoluzionarono per sempre il mondo della musica, mi fa davvero palpitare il cuore: sono i Black Sabbath che conosco, sono i Black Sabbath in cui speravo. Intanto, in virtù del corposo minutaggio dei due pezzi, più di un quarto d’ora è già volato via e la bellissima “Loner”, con quell’incedere ruvido che tanti gruppi Stoner cercano di ricreare da anni, mi esalta e mi introduce alla meditativa e sognante “Zeitgeist”. Quest’ultimo episodio potremmo facilmente immaginarlo come un secondo atto della famosissima e ormai quarantatreenne “Planet Caravan”: stessa effettistica dai toni progressivi e (quasi) stessa atmosfera, anche se, personalmente, ritengo che risieda qui una maglia un po’ debole dell’intelaiatura di 13, in quanto la fortunata magia del classico non si ripete del tutto.

Poco male, mi colpisce immediatamente come un treno in corsa la cupezza della granitica “Age Of Reason” che, forse, insieme alla già citata “God Is Dead?”, riveste il ruolo di pezzo migliore dell’album: ispirazione alle stelle con l’ossessivo e trascinante riffing di Iommi, con una prova meravigliosa di Ozzy e con l’incessante, metallico e galvanizzante pulsare del basso del buon Butler. Il magnetismo della chitarra tiene ancora alta l’attenzione nei confronti di “Live Forever” — in cui Ozzy ci canta del suo dubbio amletico che lo spinge a non voler vivere per sempre, ma a non voler nemmeno morire — e di “Damaged Soul”, pezzo in cui ritornano prepotentemente alla memoria le lugubri atmosfere del disco di esordio e in cui fuoriesce ancora la passione dei Nostri per quella forma di Blues scuro ed elettrico che li ha consacrati alla storia. La fine si avvicina e l’incedere maligno e sinistro di “Dear Father”, forse la presenza più oscura dell’intero lotto, mi trasporta attraverso i decenni e mi abbandona ai primi giorni del 1970, quando il Mondo venne funestato da un famigerato rombo di tuono. Lo stesso rombo di tuono che dichiara la fine di 13 come un epitaffio, come la chiusura di un cerchio che racchiude una carriera leggendaria, come un nostalgico suggello che mi ha inumidito gli occhi e che mi ha lasciato senza parole, ricolmo di gratitudine per tutto ciò che questi signori hanno saputo offrirmi, per il marchio indelebile che questi invecchiati giovanotti hanno impresso eternamente nella mia Anima.

Un po’ di rimpianto rimane perché, senza nulla togliere all’ottima prestazione di Brad Wilk, un 13 con il tocco notoriamente più estroso di Bill Ward seduto dietro le pelli avrebbe reso ancora più sugoso un piatto che, alla resa dei conti, si è dimostrato meritevole di attenzione. E ancora, una produzione leggermente più ruvida avrebbe davvero lucidato una corona d’alloro con cui cingere il capo di questo album. Io non me la sento comunque di recriminare su questi punti. So che tanti denigreranno e attaccheranno un evidente auto-citazionismo (di cui comunque i signori in questione non hanno da rendere conto a nessuno, dal momento che sono stati loro stessi a inventarsi questo tipo di suono), tanti si esalteranno e tanti rimarranno indifferenti. Io non so se avremo ancora modo di ascoltare altri nuovi prodotti targati Black Sabbath, tuttavia so che continuerò a godermi 13, continuerò ad ascoltarlo insieme agli altri loro album, continuerò a sentirli scalpitare nel mio cuore, con tutto l’amore che ho sempre provato e che sempre proverò nei confronti degli ineguagliati e ineguagliabili Black Sabbath, quelli veri.

La storia non si ripete, la storia fa il suo corso, la storia non prova pietà o riguardi per nessuno, ma la Leggenda rimane scolpita nell’Eterno!

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