BLOODRED – Nemesis

 
Gruppo: Bloodred
Titolo:  Nemesis
Anno: 2016
Provenienza:  Germania
Etichetta: Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Fell Voices On The Wind
  2. Tragedien I Svenskehuset
  3. Nemesis
  4. The Hail-Storm
  5. Collateral Murder
  6. The Lost Ones
  7. Spirits Of The Dead
  8. Im Kalten Licht Der Ewigkeit
DURATA: 41:52
 

Progetto monocefalo, i Bloodred debuttano sulla lunga distanza con un'autoproduzione dai controtesticoli. Ron Merz, mente e braccio (anche se, come vedremo, non l'unico), zitto zitto, cacchio cacchio, da un piccolo paesino del Baden-Württemberg a nord di Stoccarda, tira fuori un album che potremmo definire, senza risultare esageratamente iperbolici, perfetto.

Ci troviamo di fronte a una proposta sonora ruvida, che fa della commistione di generi il suo punto di forza e, su di essa, costruisce la propria identità. Si badi bene, non si tratta di un collage… potrebbe essere, al limite, un Pollock: i colori vivono puri o si sovrappongono, dando vita al nuovo, si sparpagliano sulla tela in un disordine calcolato, quasi un caos ordinato, lacerando l'armonia che esiste in una determinata area e le danno una caratteristica assoluta, inimitabile, irripetibile.

Otto tracce ci allietano su "Nemesis", che — proprio come il palindromo che le enumera — nei due sensi possibili di ascolto (dalla prima all'ultima e viceversa… non pensate di ascoltarle al contrario, quell'epoca è passata!) significano solo una cosa: Orgoglio. Lo si sente nei suoni, nel cantato, nelle strutture armoniche e in quelle ritmiche, lo si vede nella premura con cui il buon Ron ha inviato a casa del sottoscritto un supporto imballato con l'amore e la dedizione che si avrebbero verso un figlio, corredato da un libretto stampato in casa, ma su carta di discreta grammatura. Insomma una cosina fatta come si deve, corredata di foto a pagina intera e a colori, su cui racconta la propria storia, dagli albori dei primi demo sino a questo maestoso debutto.

Ma di che Orgoglio stiamo parlando? Beh, senz'altro dell'Orgoglio di chi ama fare musica, che lo rispecchia senza preoccuparsi delle etichette e consegnando comunque ai padiglioni auricolari un prodotto con i fiocchi; l'Orgoglio di chi si autoproduce e si fa curare la grafica da gente che ha lavorato, tra gli altri, per un certo Lindemann; l'Orgoglio di chi, pur mettendoci il grano di tasca propria, non economizza sulla registrazione e — ancor meno — sulla post-produzione che risulta bella piena e pulita, ogni strumento al suo posto, ogni livello e ogni volume proprio lì, dove devono essere. Insomma una cosina fatta come si deve.

Bloodred è una realtà ossimorica che vive nel connubio di black e death metal, in quella zona di confine in cui il gelo nordico è mitigato dalla rabbia del metal estremo di stampo continentale. Le tracce hanno una durata media che supera i cinque minuti (in apertura una intro): la scelta è da coraggiosi… o da folli. La lunghezza delle canzoni costringe a trovare soluzioni strumentali che facciano restare l'ascoltatore presente e attento. Ed ecco che il blackened death di "Tragedien I Svenskehuset" riesce ad avere un intermezzo thrash che si inserisce in maniera brillante nell'economia del brano. La titletrack "Nemesis" con il suo incedere gelido (d'altronde la citazione viene in automatico: «…Divina», Satyricon) non si fa mancare passaggi dall'anima prettamente heavy, così come "Collateral Murder".

"The Lost Ones" è perfetta, con una sezione ritmica che fa del levare il tema ricorrente del pezzo, incedendo altrimenti con un battere panzerato. Per rimanere in tema ritmico e ricollegarci all'inizio, quando si parlava del braccio non unico del progetto Bloodred, il plauso va anche a chi, dietro le pelli, sbraccia e mulina come se non ci fosse un domani, costruendo impalcature non solo solide e compatte ma assolutamente precise e puntuali a ogni mazzata: signori e signore, Joris Nijenhuis, già negli Atrocity e nei Leaves Eyes.

Che dire poi della conclusiva "Im Kalten Licht Der Ewigkeit"? Otto minuti di strazio lento e ghiacciato, rantolato in lingua madre e — proprio per questo forse — eccezionalmente viscerale e carico di pathos; quasi una catarsi esistenziale macchiata di nero. Non una ballata black (che roba mai sarebbe questa?), ma un inno profondo a quell'Essere in cui, ce lo dice Ron, veniamo gettati:

«Geworfen in das Leben
Ein kleiner Tropfen
Im Ozean des Seins»

Gettati nella vita
Una piccola goccia
Nell'oceano dell'Essere»
).

Dovuto, a questo punto, anche un mini riassunto per gli amici teutonici, che non si lascino scappare questa uscita di casa loro: Eine kleine Zusammenfassung für die deutschen Freunde: Seid ihr Deathster oder Blackster, da spielt es keine Rolle. Es mag ein bisschen altmodisch klingen…aber die Platte ist einfach der Hammer! Das müsst ihr haben! Gut gemacht Ron…sehr, sehr gut gemacht.

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