BLUT AUS NORD – Deus Salutis Meae

Gruppo:Blut Aus Nord
Titolo:Deus Salutis Meae
Anno:2017
Provenienza:Francia
Etichetta:Debemur Morti Productions
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TRACKLIST:

  1. δημιουργός
  2. Chorea Macchabeorum
  3. Impius
  4. γνῶσις
  5. Apostasis
  6. Abisme
  7. Revelatio
  8. ἡσυχασμός
  9. Ex Tenebrae Lucis
  10. Métanoïa
DURATA:33:43

Alquanto a sorpresa, Vindsval ha atteso tre anni prima di pubblicare un nuovo lavoro sulla lunga distanza dei Blut Aus Nord, preferendo affidare a uno split con quei deviati degli Ævangelist il materiale composto negli ultimi tempi. Che il creatore e demiurgo della formazione francese sia un personaggio che trascende gli schemi oramai lo si era capito: in venti anni di onorata carriera pochi possono vantare un catalogo che abbini qualità finissima a cospicua quantità.

Per chi scrive questo ritorno, seguito al silenzio meditativo, non restituisce che un’immagine un po’ sgranata. Non si tratta proprio di noia — non ci può annoiare con una proposta così varia — quanto di mancanza di quello stupore e quella ammirazione che di solito accolgono ogni nuova uscita dei Blut Aus Nord.

Deus Salutis Meae abbraccia il death metal senza veramente avere la convinzione della propria natura, stordisce con colate di sferragliamenti industriali, ma senza assestare il colpo di grazia, accenna a una dimensione sacrale e ieratica, senza trasformare l’esperienza uditiva in un rituale oscuro. E alla fine dei trentatré minuti del disco restano i dubbi, le incertezze.

Si apprezza, certo, la vastità della tavolozza dei Francesi, forse mai così ricca di sfumature, ma allo stesso tempo si percepisce una spiccata caoticità, come se le composizioni fossero nate come bozze, fossero state riviste un paio di volte e velocemente registrate, messe su nastro con l’intenzione di ritoccare i particolari in un secondo momento.

Allora in cuffia rimbombano i soliti soliloqui di riff microtonali o cromatici (spezzati, in “Abisme”, per esempio, da frammenti melodici che lasciano filtrare un po’ di luce nell’oscurità), batterie impazzite, linee di basso pronte a scandire l’incedere di tracce che raramente mettono il piede sull’acceleratore, voci, sussurri, cantilene, cori angelici e graffianti growl offerti dal cavallo di ritorno Taysiah, tonanti turbinii di rumore informe, senza che vi sia una coerenza o uno studio sistematico alle spalle. La prima impressione, infatti, è che Vindsval abbia affidato la musica ad un flusso di coscienza modernista, non curandosi né di sintassi né di rifinire il linguaggio: gli episodi scorrono e si interrompono con nessun preavviso; progressioni di accordi fanno la loro comparsa e vengono tenacemente mantenute per tutta la durata del pezzo, quasi fossero dei pedali; le atmosfere, seppur pregevoli, non danno mai l’idea di essere sostenute da una scrittura veramente ispirata.

Insomma, Deus Salutis Meae non è un brutto disco, né probabilmente un esperimento mal riuscito: segue una logica minimalista nel suo massimalismo che non dà alcun appoggio, non permette un approccio proficuo all’album, che — fosse stato ridotto nei pezzi o nel minutaggio — sarebbe stato un notevole EP.

Di interesse sono gli interludi, che paradossalmente sembrano più curati di alcuni passaggi all’interno dei brani veri e propri e ciò non solo sostanzia la teoria della precarietà del nuovo nato in casa Blut Aus Nord, ma — forse — risolve il nodo alessandrino attorno al reale valore di Deus Salutis Maes.

Prima di elaborare questa recensione, chi scrive si è documentato sulla formazione francese, per cercare di carpire una chiave di lettura che spiegasse la perplessità originale. L’opinione diffusa è che sia errato cercare in Vindsval tracce del passato, poiché queste sono rielaborate fino a renderle irriconoscibili in ogni disco dei Blut Aus Nord ed è proprio in questo aspetto che si annida la loro grandezza, nella capacità di assorbire, scomporre e ricomporre l’identità musicale. Se analizzato in questo senso, Deus Salutis Meae è uno snodo essenziale: la fusione portata alle estreme conseguenze del lato teologico dei Blut Aus Nord e di quello che respira e si nutre delle ruvidezze industrial deumanizzanti. In questo caso, il disorientamento, la violenza immediata, pura, e la completa noncuranza per un mondo che non sia il proprio interiore sono la consacrazione del percorso di Vindsval, qui davvero preciso nella sua astrazione dall’universo da lui plasmato. Questa sua volontà di strisciare in un fango primordiale e di punire con sferzate rabbiose chiunque cerchi di sollevare la testa, invece di affondare con lui, comunica il desiderio di trasmettere un senso di vuoto che sia insieme terrificante e nauseante. Che per ottenere il suo scopo, come abbiamo visto, faccia ricorso ad armi grezze, appuntite quanto è sufficiente a infliggere ferite dolorose ma non letali, rientra nella tortura sonora che Deus Salutis Meae vuole imporre all’uditorio: un lavoro, riassumendo, più ideologico e filosofico che materico. A tratti sembra di morire, salvo accorgersi che tutte le preghiere e le speranze a cui ci si affidava sono soltanto vacue e vuote falsità. Credevate che i Blut Aus Nord tornassero a un black metal velato di -gaze? O a una rielaborazione del black-industrial dei capitoli precedenti? Tutto inutile.

In conclusione, sta a voi ascoltatori la scelta: avete desiderio di confrontare i vostri demoni interiori immersi in un fiume di distorsioni e contraddizioni armoniche — passando sopra alle precedentemente menzionate debolezze formali (ma poi, della forma, ci interessa qualcosa?) — oppure preferite allontanarvi da questo sensuale monolite nero, non raccogliendo il guanto di sfida?

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