BORKNAGAR – True North

Gruppo:Borknagar
Titolo:True North
Anno:2019
Provenienza:Norvegia
Etichetta:Century Media Records
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TRACKLIST

  1. Thunderous
  2. Up North
  3. The Fire That Burns
  4. Lights
  5. Wild Father’s Heart
  6. Mount Rapture
  7. Into The White
  8. Tidal
  9. Voices
  10. Wild Father’s Heart [versione strumentale]
  11. Up North [versione strumentale]
DURATA:72:16

C’è un aggettivo molto tecnico per definire il nuovo album dei Borknagar: bello. La creatura di Øystein Garnes Brun taglia il ragguardevole traguardo dell’undicesimo album in studio in quasi un quarto di secolo di attività nel migliore dei modi possibili, al di là di ogni più rosea aspettativa.

Annunciata giusto all’inizio dell’anno la separazione dallo storico frontman Andreas “Vintersorg” Hedlund, ci siamo ritrovati il sempreverde ICS Vortex dietro il microfono. Simen Hestnæs ha già dovuto calzare scarpe molto grosse negli Arcturus del dopo-Garm e proprio nei Borknagar, di nuovo dopo Garm, ma l’abbandono di Vintersorg deve aver motivato particolarmente il gigantesco norvegese, perché su True North mette insieme quella che potrei azzardare a definire la sua migliore interpretazione in carriera. Brun ha specificato in diverse interviste come il passaggio sia stato particolarmente curato, di come Vortex abbia passato mesi ad allenarsi e poi giorni in studio per riuscire a ritrovare quel feeling con lo scream che da tanto non usava in modo massiccio. Beh, caro Simen, missione compiuta. Tra urla e voce pulita, il risultato finale è clamoroso.

L’album si apre già su toni altissimi con “Thunderous”, una cavalcata che mette subito in chiaro ciò che i Borknagar sono nel 2019: progressivi, compatti, orecchiabili, ricercati, aggressivi, ispirati. Tutto questo dipingendo gli scenari della Norvegia più selvaggia e incontaminata, un paradiso di cui godere finché resiste. A seguire è di nuovo Vortex a rubare la scena con una perla che potrebbe quasi stare in una classifica radiofonica, quella “Up North” che ha già dato sfoggio di sé come singolo apripista, che il gigante non solo canta in maniera impareggiabile, ma scrive pure da cima a fondo: un singolo rock come difficilmente se ne sentono nel metal estremo, eppure perfettamente in linea con la proposta dei norvegesi.

True North è però molto più di un insieme di buone canzoni, è l’album in cui Brun saluta suo padre, mancato appena dopo l’uscita di Winter Thrice. L’intero disco è dedicato alla sua memoria, e nello specifico “Wild Father’s Heart” è un’ode a tutti i padri «che si sono avventurati oltre», e che durante il proprio viaggio su questa terra hanno trasmesso qualcosa ai propri figli. La canzone è struggente, parla di separazione, una separazione dolorosa, ma anche di come il cuore di un padre continui a battere attraverso le generazioni a venire. Alla luce della tragedia personale di Brun e del significato di questa opera, lo stesso titolo True North assume un’accezione molto più ampia della prima e più evidente, quella geografica. È sempre il chitarrista a parlare diffusamente di come il concetto di True North sia legato alla navigazione, a un punto fermo che non si sposta e che permette a chiunque di ritrovare la via, per mare come nella vita. L’album non è quindi (solo) legato all’origine scandinava della band, ma anche al suo infinito percorso di maturazione, ancora in movimento e in continua esplorazione dopo un quarto di secolo. Ancora in merito al trovare la propria strada, “Tidal” è un brano che parla di… alci. A quanto pare Brun è rimasto colpito dalla storia di come questi goffi ruminanti, che abitano la Scandinavia da oltre diecimila anni, per un periodo si siano estinti e siano poi tornati, migliaia di anni più tardi, a ripercorrere esattamente gli stessi sentieri usati dai loro antenati migliaia di anni prima.

Ma i Borknagar hanno anche un’anima più bricconcella, che certo non poteva starsene cheta per tutto l’album: il caro vecchio Lazare riesce a piazzare il colpo proprio in chiusura, e “Voices” è la canzone diversa, il pezzo strano, che ruota attorno a un motivo ripetuto allo sfinimento e a un testo che parla di voci immaginarie, che scompaiono solo quando il protagonista muore. Ed è con le tastiere di Lars Nedland che si chiude un album ricchissimo, giustissimo e ispiratissimo. Non me ne voglia il buon Vintersorg, ma per un risultato del genere sono prontissimo a rinunciare a lui.

Un ultimo dettaglio che vale la pena sottolineare riguarda proprio l’abbandono di Vintersorg: questo è stato implicitamente imputato all’incapacità dello svedese di impegnarsi fortemente dal vivo, a causa del suo lavoro come educatore e dei suoi problemi di udito ormai cronicizzati, tuttavia i suoi rapporti con l’intera band sono rimasti distesi e Brun lo considera «come un fratello». Il che porta a supporre che potremo vedere questa nuova e smagliante versione del quintetto norvegese calcare i palchi più spesso. Speriamo.

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