Brand New Punch - ReBurn

BRAND NEW PUNCH – ReBurn

Gruppo:Brand New Punch
Titolo:ReBurn
Anno:2020
Provenienza:Italia
Etichetta:Cult Of Parthenope
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TRACKLIST

  1. Alfred The Great
  2. Fuck The Rush
  3. #scostumetal
  4. L’Estremista
  5. Love Like Quicksand
  6. Humanity Fake
DURATA:17:20

Una volta tanto non devo fare troppi sforzi immaginativi per presentare una band: mi basta inserire i titoli dei sei pezzi contenuti in ReBurn per introdurre adeguatamente i Brand New Punch, di cui fanno parte tra gli altri Marco Stanzione (collega redattore di Metal In Italy) e Alfredo Tranchedone, chitarrista anche per i deathster Menarca. Formatasi nel 2013, la formazione laziale ha debuttato direttamente con un album l’anno successivo (l’autoprodotto Invulnerable), seguito una manciata di settimane fa l’EP ReBurn, supportato da Cult Of Parthenope.

Sei brani per poco più di un quarto d’ora di musica sono informazioni che settano già piuttosto bene l’asticella rispetto al contenuto di ReBurn; più di ogni altra cosa, però, a chiarirmi subito la caratura del quartetto nostrano è stato l’emblematico titolo della terza in scaletta: “#scostumetal”. Esatto, scostumetal: risate, sghignazzi, sipario. Ma andiamo con ordine. Ad aprire le danze ci pensa “Alfred The Great”, una strumentale nu-industrialoide dall’attitudine novantiana in stile Korn o buon Reverendo Manson, sulla quale si inserisce un parlato in italiano al limite del delirante; a questa fa poi seguito “Fuck The Rush”, che traspone in uno sfrenato mix di hardcore-groove metal il proverbio popolare sulla gatta frettolosa — senza purtroppo chiamare in causa felini di sorta. La temutissima “#scostumetal” si apre nel più grezzo e tamarro dei modi (ascoltare per credere), per poi proseguire tenendo fede a questo spirito tanto giovanile quanto retrò e sul finale si ricollega al pezzo più valido del lotto, l’hatebreediana “L’Estremista”, una mina di hardcore al limite del grind che non le manda a dire a nessuno e attacca chi si riempie la bocca di idee e concetti marci. “Love Like Quicksand” e la conclusiva “Humanity Fake”, infine, tornano a seguire alcuni canoni del genere a questo punto scontati, con la prima che potrebbe essere nata in seguito a un «Oh, che dite, pezzo alla Marilyn Manson?» e l’altra in risposta all’esigenza intrinseca agli appassionati del nu di dar fondo senza vergogna alla passione per i mascherati dell’Iowa.

Ora, come penso sia intuibile da questa prima parte di analisi, non posso dirmi esattamente soddisfatto da questo lavoro che, pur essendo dotato di una resa acustica qualitativamente molto buona, lascia un po’ a desiderare a livello contenutistico, tuttavia non penso che ReBurn sia un EP da bocciare in toto. Di nuovo, la produzione è valida e rende molto piacevoli tutti quei momenti in cui la band spinge a tavoletta sull’acceleratore (“L’Estremista” e “Humanity Fake”), dando invece adeguatamente spessore a quell’ansiogena intro che è “Alfred The Great” e facendomi trovare un lato positivo anche in “Love Like Quicksand”, il cui basso esplosivo stacca in apertura di ogni sezione in maniera quasi disarmante. Ciò, purtroppo, non esime i Brand New Punch dal non aver seriamente contribuito allo sviluppo lirico del genere o a quello prettamente strumentale, ma almeno lascia un certo margine di scelta a chiunque ascolti il loro ultimo lavoro.

Al netto di qualsiasi altra mia idea o considerazione su ReBurn, però, sono assolutamente strasicuro che a questi quattro ragazzi che continuano a perseguire la loro passione per la musica e il disagio non fregherà nulla delle mie interpretazioni e delle mie riflessioni: la loro attitudine è scostumata e scanzonata quanto il loro metal e di questa leggerezza il mondo è spesso carente. Non prenderli troppo sul serio, i Brand New Punch, ma non sottovalutarli neppure, e vedrai che diranno qualcosa anche a te — o, alla peggio, ti strapperanno una risata, che è veramente tanto in un anno di merda come questo.

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