BUSH – Sixteen Stone

 
Gruppo: Bush
Titolo: Sixteen Stone
Anno: 1994
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Trauma Records / Interscope Records
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TRACKLIST

  1. Everything Zen
  2. Swim
  3. Bomb
  4. Little Things
  5. Comedown
  6. Body
  7. Machinehead
  8. Testosterone
  9. Monkey
  10. Glycerine
  11. Alien
  12. X-Girlfriend
DURATA: 52:53
 

I Bush sono una band amata e odiata, che è riuscita a far parlare di sé sin dalla prima uscita ufficiale. Da un lato la formazione guidata dal cantante-chitarrista Gavin Rossdale ha attirato le attenzioni degli appassionati del mondo grunge, che soffrivano la pena della prematura e ancora alquanto discussa morte di Kurt Cobain (il debutto "Sixteen Stone", qui recensito, venne dato alla luce proprio in quel 1994), mentre gioivano delle uscite di Soundgarden ("Superunknown"), Pearl Jam ("Vitalogy") e di quei Foo Fighters di Dave Grohl al tempo figli legittimi dei Nirvana. Dall'altro è stata il bersaglio di coloro i quali erano pronti a dire peste e corna di qualsiasi cosa si avvicinasse a quelle sonorità, venendo con frequenza etichettata come una bruttissima copia o clone del trio di Aberdeen e di Vedder & Co.

Non credo si possa dubitare del fatto che il quartetto britannico abbia tratto ispirazione dalle band che hanno reso grande e conosciuto il panorama di Seattle, ma in un periodo in cui nella loro terra natale il brit-pop si stava facendo largo, si veda l'esplosione dei Blur di Damon Albarn con "Parklife" e degli Oasis dei fratelli Gallagher con "Definitely Maybe", ci diede in pasto un album contenente dodici pezzi in grado di alternare momenti più diretti e graffianti con altri dall'invasiva melodia fruibile e radiofonica, facendo convivere atmosfere ossessive e irrequiete classiche del filone grunge con quell'ariosità e quell'approccio meno combattuto e ammorbidito ricollegabile al filone popular. Per il sottoscritto la scaletta presenta almeno quattro o cinque vere e proprie hit, reputo tali "Everything Zen", "Bomb", "Machinehead", "Testosterone" e "Glycerine"

"Sixteen Stone" fece breccia all'interno degli ascolti di molti, sfruttando anche l'ottimo veicolo fornito dalla MTV di quegli anni. Mi sembra infatti doveroso ricordare che all'inizio dei Novanta il canale statunitense — fra le altre cose approdato giusto in quel periodo sugli schermi italiani — era ancora un discreto punto di riferimento e compagnia musicale, una realtà distante galassie dall'immenso troiaio e accumulatore di cazzate divenuto in seguito.

"Sixteen Stone" rappresenta quindi l'entrata in scena di una band che sinceramente non mi ha più particolarmente preso alla stessa maniera, superata l'uscita di "The Science Of Things" (1999), ma che sino a quel momento rappresentava al meglio un movimento grunge-alternative rock pronto a farsi strada, togliendosi e regalandoci parecchie soddisfazioni: pensate agli allora giovanissimi Silverchair di Daniel Jones, esordienti con "Frogstomp" nel 1995. Si potrebbe dibattere per ore se sia questa o "Razorblade Suitcase" (1996) la miglior prova consegnataci, lascio a voi la scelta o anche di proporre le eventuali alternative, invitandovi ad ascoltare nuovamente i Bush.

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