CANTICUM DIABOLI – De Flammis Et Dei Ruina

Gruppo:Canticum Diaboli
Titolo:De Flammis Et Dei Ruina
Anno:2019
Provenienza:Italia
Etichetta:Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Dies Irae
  2. Canticum Diaboli
  3. Vae Victis
  4. Misantropia
  5. Nox Profana
  6. Alba Nera
  7. Tempesta
  8. Laus Ultima
DURATA:38:18

Le tradizioni ben radicate sono le più dure a morire e da queste parti ne sappiamo qualcosa, visti gli innumerevoli progetti che sono passati sulle nostre pagine parlando di blasfemia, diavoli, oscurità, pestilenze e tutto ciò che concerne l’allegro e sempreverde carrozzone del Demonio. E lui, il Maligno, il caro, vecchio, indefesso e immarcescibile Satana, sul finire ormai del secondo decennio del terzo millennio, riesce sempre a trovare un modo per infiltrarsi nelle cuffiette di qualche incauto ascoltatore. Questa volta il suo mezzo di diffusione sono stati i Canticum Diaboli, un quartetto veneto che debutta con un album che non lascia spazio a interpretazioni di sorta, intitolato De Flammis Et Dei Ruina.

Nel caso in cui qualche lettore particolarmente ottuso abbia dei dubbi in merito, specifico subito che sì, stiamo parlando di black metal. Pezzi come “Dies Irae”, “Vae Victis” e “Nox Profana” sono piuttosto emblematici in tal senso: a dispetto di intrusioni che pescano qua e là da certo death e da certo thrash, gli influssi scandinavi sono inconfondibili. L’intero apparato compositivo dei Canticum Diaboli rimane sempre fedelmente asserragliato all’interno di un’inespugnabile roccaforte black metal, dalla quale fuoriescono riff oscuri, aggressivi e dotati di un’interessante dose di epicità, intervallati da rallentamenti che ben si incastrano nell’insieme, assolvendo ottimamente al compito di ricreare atmosfere maligne e sulfuree. Ovviamente, l’apparato lirico è della medesima levatura, esplicando un concept scritto un po’ in italiano e un po’ in latino (che purtroppo non ho studiato a sufficienza per poterne giudicare la correttezza grammaticale), sulla falsariga dei componimenti religiosi tipici del Medioevo, i quali — chiaramente — in questo caso non innalzano lodi a una lucente divinità cristianizzata ma alla sua controparte caprina.

Le soluzioni presentate in episodi come “Misantropia” e “Alba Nera”, il cui operato ritmico ricorda da vicino uno stile piuttosto svedese, lasciano colare come pece un trionfale flusso melodico morboso, invero elaborato secondo un registro interessante e relativamente personale. Il tutto viene talvolta imbastardito con accenni più moderni (“Tempesta”), ma siamo pur sempre di fronte a una proposta che non lascia molto spazio a particolari guizzi stilistici. Stiamo, infatti, parlando di black metal, quello duro, puro, cattivo e senza compromessi, il cui unico scopo è mordere con fauci piene di denti che inoculano blasfemia e veleno, scaricando sull’ascoltatore il più grande quantitativo possibile di oscurità, violenza e odio nei confronti di qualunque effigie che ritragga una croce non capovolta. A tal proposito, merita una menzione d’eccellenza l’artwork curato dal chitarrista Apostata (impegnato anche nella realizzazione di stampe e intagli sulla stessa scia concettuale), pieno di immagini in stile medievale rappresentanti le forze infernali che trionfano sul clero e sull’ignorante volgo ovino.

I Canticum Diaboli, in ogni caso, dimostrano una competenza notevole nel maneggiare questo oscuro materiale musicale, manipolandone le strutture con discreta personalità e rievocando con efficacia quel senso di perdizione, di penitenza autoinflitta e di superstizioso terrore che contraddistingue(va) i secoli bui. Ovviamente, il tutto viene declinato secondo un’ottica di celebrazione del lato oscuro, schernendo e smascherando le contraddizioni tipiche del cieco e servizievole fedele. In fin dei conti, De Flammis Et Dei Ruina è esattamente ciò che sembra: un disco black metal standard ma ispirato e personale, quadrato e di buona qualità, che prepara il terreno per la venuta fiammeggiante e rovinosa delle forze demoniache.

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