Cattle Decapitation - Death Atlas

CATTLE DECAPITATION – Death Atlas

Gruppo:Cattle Decapitation
Titolo:Death Atlas
Anno:2019
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:Metal Blade Records
Contatti:Sito web  Facebook  Twitter  Bandcamp  Instagram  Spotify  Soundcloud
TRACKLIST

  1. Anthropocene: End Of Transmission
  2. The Geocide
  3. Be Still Our Bleeding Hearts
  4. Vulturous
  5. The Great Dying
  6. One Day Closer To The End Of The World
  7. Bring Back The Plague
  8. Absolute Destitute
  9. The Great Dying II
  10. Finish Them
  11. With All Disrespect
  12. Time’s Cruel Curtain
  13. The Unerasable Past
  14. Death Atlas
  15. In The Kingdom Of The Blind, The One-Eyed Are Kings [traccia bonus]
DURATA:55:09

C’è chi afferma che la pandemia e i cambiamenti climatici che stiamo vivendo siano nefasti presagi di un’Apocalisse imminente, mentre altri sostengono che queste catastrofi, seppur immensamente tragiche, facciano parte della natura ciclica degli eventi che da sempre caratterizzano l’evoluzione del cosmo. In ogni caso, una cosa è chiara: gli avvenimenti negativi che stanno colpendo la Terra ci hanno ricordato che, per quanto l’umanità si creda invincibile, non siamo altro che una specie inferiore tra le tante che hanno abitato il globo terracqueo.

Qualora non fossimo ancora ben consapevoli del triste destino verso cui ci stiamo avviando, ci pensano i Cattle Decapitation a mollare un sonoro schiaffo alla nostra coscienza di residenti scellerati su questo pianeta, con un ordigno rovente di 55 minuti intitolato Death Atlas, pubblicato lo scorso anno da Metal Blade. Non è un mistero che la band  abbia sempre messo a nudo i vari atteggiamenti di irresponsabilità del genere umano nei confronti delle altre specie e, più in generale, del mondo che ci circonda. Se la superiorità che l’uomo ha avuto la tendenza ad auto-attribuirsi aveva già lasciato presagire un esito apocalittico nel precedente The Anthropocene Extinction, del 2015, Death Atlas sembra costituire il triste epilogo della presunzione di poter prevaricare la Natura, piegandola al proprio volere.

Con questo disco, la formazione capitanata da Travis Ryan (qua forse nella sua miglior forma di sempre) ha raggiunto quello che, a mio avviso, è l’apice in bravura e coesione. Nel lasso di tempo fra The Anthropocene Extinction e l’ultima uscita, il gruppo ha vissuto un cambio di line-up, dal momento che sono subentrati Belisario Dimuzio alla chitarra ritmica e Olivier Pinard (già nei Cryptopsy) al basso. Leggendo la descrizione di Death Atlas presente sul sito della Metal Blade, si evince come Travis sia soddisfatto poiché il nuovo sangue (definizione testuale) ha rinvigorito le arterie della band e tutti i membri hanno condiviso l’intento di creare un sound letteralmente epico.

Effettivamente, siamo proprio di fronte a qualcosa di epico e fuori dagli schemi: si capisce già da “Anthropogenic: End Of Trasmission”, che introduce il disco e vede la partecipazione di Riccardo Conforti dei Void Of Silence. Un elemento interessante è che la traccia contiene una sezione tratta dal progetto Voyager Golden Record, lanciato dalla NASA nel 1977, all’interno del quale si sentono formule di saluto in diverse lingue del mondo.

In Death Atlas assistiamo alla dimostrazione pratica di come death-grind non sia solo sinonimo di riffoni spaccaossa, growl in grado di far crollare le pareti e testi improntati alla dissezione di organi interni ed esterni a piacimento. Naturalmente, la componente triturante c’è e si fa sentire con la veemenza a cui siamo abituati (“Be Still Our Bleeding Hearts”, “Time’s Cruel Curtain”), ma si alterna in modo sapiente a passaggi più cadenzati, melodici e (relativamente) lenti, che hanno il pregio di alimentare una vena di tristezza persistente in tutte le tracce.

Non mancano poi momenti che, probabilmente, sono destinati a entrare nella storia del genere, come ad esempio “Bring Back The Plague”, uno dei pezzi più melodici (e profetici) del disco, di cui i Cattle Decapitation hanno realizzato un geniale videoclip girato dalle proprie case durante queste settimane di quarantena. Un altro dei brani maggiormente degni di nota è la title track, che rappresenta il pezzo più lungo e complesso della scaletta ed è resa più malinconica dall’uso della voce pulita di Ryan, scelta inusuale per il gruppo ma più che azzeccata.

“Death Atlas” vanta anche la presenza di Laure Le Prunenec (nota come cantante di Igorrr e Öxxö Xööx), una delle tante collaborazioni del disco, insieme al già citato Riccardo Conforti. Dis Pater (Midnight Odyssey) e Jon Fishman dei Phish hanno partecipato a “The Unerasable Past”, mentre Melissa Harlow è la voce narrante degli intermezzi “The Great Dying”. Non solo: all’interno di “In The Kingdom Of The Blind, The One-Eyed Are Kings”, cover dei Dead Can Dance che conclude l’album, appaiono gli Ottone Pesante, ai quali Travis ha prestato la propria voce in Apocalips.

Sarò schietta: pur essendo consapevole del fatto che il 2019 ci abbia lasciato una serie di pubblicazioni più che valide, secondo me Death Atlas ha rappresentato il disco dell’anno. È un’opera brutale, ma anche solenne e melodica allo stesso tempo, che ad ogni ascolto riesce a trasmettere un senso di smarrimento per la triste sorte del pianeta e godimento musicale per quella che è una prova eccelsa sotto tutti i punti di vista.

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