Cauldron Black Ram - Slaver

CAULDRON BLACK RAM – Slaver

Gruppo:Cauldron Black Ram
Titolo:Slaver
Anno:2020
Provenienza:Australia
Etichetta:20 Buck Spin
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TRACKLIST

  1. Flame
  2. Smoke Pours From The Orificies Of The Crematory Idol
  3. Stones Break Bones
  4. Graves Awaiting Corpses
  5. His Appearance
  6. Whore To War
  7. Temples To Death
  8. Slaver
  9. The Pit
  10. His Exultance
DURATA:36:05

Continua la collaborazione tra 20 Buck Spin e la versione war metal di Damon Good. Attivi dalla seconda metà degli anni ‘90, i Cauldron Black Ram tagliano il traguardo del quarto album in studio, il secondo per l’etichetta di Pittsburgh, ribadendo alcuni concetti da sempre molto cari alla formazione di Adelaide: guerra, morte e distruzione.

Che all’interno di Damon Good convivano diverse anime è ormai dato per assunto, e se i Mournful Congregation sono il lato tristone e gli StarGazer quello più sperimentaloide, a trovare sfogo in Slaver è senza mezzi termini la parte più violenta e incompromissoria del chitarrista australiano. Fin dalle prime note Slaver è un badile che ti si stampa comodamente sul grugno, totalmente incurante delle conseguenze; persino nelle fasi più rallentate (“Smoke Pours…”) il trio riesce a essere fastidiosamente violento, a mettere insieme suoni che creano un fortissimo senso di disagio. Un po’ le perenni dissonanze, un po’ la produzione scarna e pastosa, un po’ l’immaginario battagliero che accompagna il disco fin dalla copertina di Misanthropic Art, il risultato è che i Cauldron Black Ram si rendono protagonisti di una prova tra le più cupe e infernali del 2020.

Fedeli alla tradizione war metal, i tre bardi dell’apocalisse si assegnano strumenti grotteschi e cruenti, da «rusted rending axes» (laceranti asce arrugginite) per Good a «unmerciful pig skin battery» e «unhinged ululation» (impietose percosse di cotenna di maiale e ululati squilibrati) per il bassista e cantante Ben Newsome, già compagno di Good anche nei Mournful Congregation. Gli stessi testi, scarni quanto la struttura dei brani, dipingono immagini profonde e strutturate sul genere di gladiatori che si vestono di pelli e spalmano di olii per affrontare la morte (“The Pit”) e templi dedicati alle celebrazioni funerarie (“Temples To Death”).

Tutto come da copione insomma, e facendo scorrere le dieci tracce il violentissimo misto tra black e death metal di Slaver lascia un discreto grado di soddisfazione. Solo per palati forti.

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