CELTACHOR – Fiannaíocht

Gruppo:Celtachor
Titolo:Fiannaíocht
Anno:2018
Provenienza:Irlanda
Etichetta:Trollzorn Records
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TRACKLIST

  1. Sons Of Morna
  2. King Of Tara
  3. Tuiren
  4. The Search For Sadbh
  5. Caoilte
  6. Great Ships From Over The Waves
  7. The Battle On The Shore
  8. Tears Of Aoife
  9. Cauldron Of Plenty
  10. Dubh, Dun Agus Liath
DURATA:57:05

I Celtachor, da Dublino, sono esattamente ciò che ti aspetti, ma un po’ meglio: sì, sono una band folk metal che preferisce chitarre più spuntate ai riff glaciali; hanno anche il violino e il flauto, ma — ed è questo il passaggio fondamentale — riescono nella non semplice impresa di evitare ampiamente qualsiasi tipo di pacchianeria in sala di registrazione.

Fiannaíocht è il terzo album in studio per i sei Dubliners, e rispetto alle due precedenti prove mostra un netto balzo in avanti in termini di scrittura, tanto che i quasi venti minuti di durata in più rispetto a Nuada Of The Silver Arm, suo diretto predecessore, non si sentono affatto. Non è mai banale riuscire a scrivere quasi sessanta minuti di cose buie e cose folk, metterle assieme in modo coerente e rendere anche il risultato interessante per tutto il tempo, ma i Celtachor ci sono riusciti. Certo, Fiannaíocht non è il disco che ti farà cambiare idea sul folk metal, tuttavia potrebbe essere quello che ti fa ricordare perché da ragazzino urlavi «Inis Mona!», fingendo di girare una ghironda e i flauti ti sembravano così affascinanti. Ecco, i Celtachor sono molto più black, più vicini a Saor e ai Sojourner (pur senza avvicinarsi alla loro bravura manco per errore) che non agli Eluveitie, ma il tema è che scrivono delle buone canzoni, divertono, intrattengono, insomma fanno il loro.

Lo fanno, ovviamente, cantando della mitologia della propria terra, ed è grazie a Fiannaíocht che scopro di Finn e dei Fianna, la tribù di guerrieri liberi protagonista del Ciclo Feniano, appunto. Come nei due capitoli precedenti, i Celtachor si dedicano a sviscerare uno specifico tema della florida tradizione irlandese, ma questa volta, di nuovo, lo fanno molto meglio. La produzione è rotonda e perfettamente equilibrata, e dà il giusto peso sia alle (non letali, tuttavia apprezzabili) sfuriate di sei corde così come alle voci pulite e non e, soprattutto, a violino e flauto.

Per quanto esteticamente i Celtachor non riescano a rimanere immuni alla chiamata dei video orrendi e fintissimi e al trucco pesante da guerrieri medievali, vale anche la pena di segnalare la bella illustrazione di copertina a opera di Anaïs Chareyre, la batterista della band. Non eccelsi a vedersi, è innegabile come il sestetto si attesti ampiamente sopra la media.

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