COLOUR HAZE – She Said

COLOUR HAZE – She Said

 
Gruppo: Colour Haze
Titolo: She Said
Anno: 2012
Provenienza: Germania
Etichetta: Elektrohasch Records
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TRACKLIST

  1. She Said
  2. This
  3. Transformation
  4. Breath
  5. Slowdown
  6. Stand In…
  7. Rite
  8. Grace
DURATA: 01:21:51
 

Nella vita c'è sempre chi insegna e chi raccoglie tali insegnamenti, nella musica ci sono band che diventano leader e tantissimi ottimi follower. I Colour Haze fanno parte delle realtà a capo del proprio panorama musicale di riferimento e la figura di Stefan Koglek è divenuta col tempo pari a quella di un autentico guru del suono stoner-psych.

Dopo ben quattro anni dall'ultimo parto "All" del 2008, il trio bavarese ha tirato fuori un doppio album da far paura come ai tempi di "Los Sounds De Krauts". Ancora una volta si viene avvolti dalla magia che Koglek (chitarra e voce), Philipp Rasthofer (basso) e Manfred Merwald sono stati capaci di inglobare in quasi un'ora e mezza di musica priva di confini. Viene da chiedersi se realmente questo lavoro sia stato prodotto nel 2012, dal momento che il sound si nutre di quell'hard rock e blues che ha reso celebre l'inimitabile Hendrix, attingendo dalle sonorità desertiche e inabissandosi letteralmente nel kraut-rock di immensi artisti quali Klaus Schulze e i Popol Vuh. Fare nomi è tuttavia davvero superfluo, suona Colour Haze e stop.

Ci dobbiamo confrontare con un'atmosfera esplorativa non di facile assimilazione, confacente alle abilità compositive degli stoner Gods che più suonano dilatati — creando pezzi dal minutaggio esteso — e più sembrano in palla. Le canzoni più belle, ricche e ammalianti sono infatti "She Said", "Transformation" e "Breath", anche se a dire il vero non vi è un solo istante nel quale vi sia motivo per pensare ad altro. Le distrazioni non sono né ammesse né concesse, per provare a entrare concretamente in sintonia con il mastodontico operato dei Colour Haze questa è una regola che non può essere infranta, trattarli come un semplice sottofondo sarebbe un reato.

I Tedeschi dipingono utilizzando le note, ogni brano potrebbe essere tramutato in una serie di tele e i paesaggi quanto le visioni procurate dal contatto uditivo con la loro proposta risulterebbero molteplici e non per forza definiti. Come in una qualsiasi perlustrazione, i dettagli sono necessari per avere la chiara percezione di quanto ci circonda, ciò si realizza raccogliendo i pezzi del puzzle sino a giungere al suo completamento e lo stesso discorso vale per l'approccio con un disco simile. I brani sono infatti pieni di minuzie che vanno analizzate, processate e assorbite, mentre le intrusioni eleganti della strumentazione a supporto — composta da una diversificata schiera di elementi (piano, sintetizzatori, mellotron, conga, corno, tromba, trombone e non omettiamo le sezioni corali) — rendono coinvolgente l'ascolto. Inoltre il ritorno alle radici rappresentato dalle movenze tribali che si fanno strada in un paio di circostanze diventa il biglietto d'ingresso in un mondo distante anni luce dalla rumorosa quotidianità che ci attanaglia.

La riproposizione live di alcuni episodi sarà molto difficile, al contrario altri più diretti e spogli come "Slowdown" (bellissimi il ritornello e l'animarsi vibrante del lavoro di chitarra), "Stand In…" e "Grace" sono sicuro risulteranno alquanto efficaci anche senza il supporto dei vari ospiti. Il più breve, free ed esaltante "This", nel quale l'organo è in costante rilievo, troverebbe invece dal canto suo di certo spazio in qualsiasi scaletta, come intermezzo o introduzione a un episodio di portata e natura più complessa.

Oggi molte band suonano in stile Colour Haze, ma nessuna di esse può lontanamente pensare di essere al livello dei Colour Haze. Se ancora vi state domandando perché i musicisti di questa formazione vengano incensati da mezzo mondo, non vi resta che inserire nello stereo il cd o il vinile di "She Said" — decidete voi cosa è meglio — e togliervi il dubbio. Le parole stanno a zero, i fatti contano: Koglek e soci non ne sbagliano uno, speriamo solo di non dover attendere altri quattro anni per apprezzarne il successore.

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