CRADLE OF FILTH – Darkly, Darkly, Venus Aversa

 
Gruppo: Cradle Of Filth
Titolo: Darkly, Darkly, Venus Aversa
Anno: 2010
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Peaceville Records
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TRACKLIST

  1. The Cult Of Venus Aversa
  2. One Foul Step From The Abyss
  3. The Nun With The Astral Habit
  4. Retreat Of The Sacred Heart
  5. The Persecution Song
  6. Deceiving Eyes
  7. Lilith Immaculate
  8. The Spawn Of Love And War
  9. Harlot On A Pedestal
  10. Forgive Me Father (I Have Sinned)
  11. Beyond The Eleventh Hour
DURATA: 01:02:26
 

È normale che dopo anni di attività le idee diminuiscano, soprattutto per band che si sono sapute creare un sound proprio è difficile reinventarsi a ogni album. Al contrario, spesso le critiche a queste realtà sembrano non finire mai, uno degli esempi più evidenti di questo fatto sono i Cradle Of Filth, che se agli inizi venivano denigrati per aver snaturato lo spirito del Black Metal, oggi lo sono per la qualità dei loro dischi. È innegabile, ma se vogliamo anche ovvio, che non ci si possa più aspettare che scrivano lavori seminali quali "Dusk And Her Embrace", eppure mentre molti ascoltatori perseverano nel loro criticare la band inglese, ce ne sono altrettanti che la sostengono. Il motivo di questa eterna divisione sta nell'approccio che si ha nell'ascoltarli: sicuramente i riff non brillano di originalità, la voce del leader Dani Filth perde colpi album dopo album, è un po' tutta la struttura a essere decaduta; è altrettanto vero che in qualche modo riescono a variare il proprio sound ad ogni lavoro, il che li rende piacevoli e, pur con i difetti sopra citati, sempre freschi alle orecchie di molti.

Fatta questa premessa, si nota subito che con questo "Darkly, Darkly, Venus Aversa" i Cradle Of Filth confermano di voler seguire questa direzione, le composizioni infatti non sono certo dei capolavori ma riescono a colpire chi non si sofferma a studiare le melodie e preferisce sentire il suono complessivo. È un lavoro che già dalle basi vede non poche novità, in primis l'assenza degli intermezzi strumentali caratteristici della band, ma anche di Sarah Jezebel Deva. La voce femminile è infatti quella di Ashley Ellyllon Jurgemeye, ex-Abigail Williams, che se in questo ambito viene sfruttata poco, con le tastiere compie un ottimo lavoro, come d'altronde ci avevano abituato da una parte lei nella realtà in cui militava precedentemente, dall'altra la sua band attuale; da ricordare ad esempio le parti di piano in "The Nun With The Astral Habit" o le orchestrazioni di "Lilith Immaculate".

Le chitarre di McIlroy e Allender sfornano riff e assoli che spesso e volentieri sfociano nell'Heavy e che vengono accompagnati da un lavoro di batteria simile a quello del precedente "Godspeed On The Devil's Thunder", Marthus sa adattarsi a ogni situazione in cui si trova e il basso di Herr Pubis gli da una mano nel creare una sezione ritmica solida e rocciosa. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, ma come al solito la voce è croce e delizia dei Cradle: se da un lato lo scream di Dani Filth non è più quello dei bei tempi, dall'altro non si può negare che sia un marchio di fabbrica della band e che senza di esso non suonerebbe come un loro lavoro. Certe parti vocali inoltre lasciano perplessi, come in "Forgive Me Father (I Have Sinned)", in cui il leader si lascia andare in divagazioni quasi Pop, tuttavia per fortuna nel resto delle tracce troviamo la grande varietà che questo personaggio ci ha sempre offerto, ascoltare "Retreat Of The Sacred Heart" e "The Spawn Of Love And War" per credere. A opera sua anche la cura del concept, questa volta incentrato sulla figura di Lilith, la cui storia viene trattata nei sempre ben scritti testi.

Un po' "Midian" e un po' "Nymphetamine" con l'aggiunta di qualche tocco che ricorda i due dischi precedenti, nei suoi sessantadue minuti "Darkly, Darkly, Venus Aversa" riesce a suonare piacevole all'ascoltatore grazie a brani quali "The Persecution Song", senza dubbio tra i migliori del disco, ma anche "Deceiving Eyes" e il già citato "The Spawn Of Love And War" sanno il fatto loro, quando le tastiere e la voce — da sempre i due punti di forza della band — vengono sfruttati adeguatamente il risultato è decisamente più che gradevole. Non ci sono riempitivi, l'album scorre senza grandi intoppi, verso la fine potrebbe dare qualche accenno di noia ma niente che possa rendere questo lavoro sotto la sufficienza. La descrizione fatta in premessa vale anche per questo album: chi ha apprezzato gli ultimi dischi della band inglese troverà quindi di suo gradimento anche quest'ultimo parto; gli altri possono comunque dargli un ascolto, ma senza troppe pretese quali un ipotetico ritorno a quindici anni fa o utopie simili.

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