DAN SWANÖ – Moontower

 
Gruppo: Dan Swanö
Titolo: Moontower
Anno: 1999
Provenienza: Svezia
Etichetta: Black Mark Production
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TRACKLIST

  1. Sun Of The Night
  2. Patchworks
  3. Uncreation
  4. Add Reality
  5. Creating Illusions
  6. The Big Sleep
  7. Encounterparts
  8. In Empty Phrases
DURATA: 43:44
 

Chiunque mastichi un poco della scena metal svedese, ha per forza di cose sentito nominare Dan Swanö o uno degli innumerevoli gruppi che possono vantare una collaborazione con lui. La quantità di produzioni di cui negli anni si è fatto carico è a oggi incalcolabile, e spazia dalle sonorità progressive più ricercate dei Nightingale a quelle puramente depressive dei primi Katatonia; non c’è quindi di che stupirsi se, alla veneranda età di neanche ventisei anni, il Nostro è stato in grado di confezionare un lavoro ispirato, vario ed articolato come "Moontower".

Il lavoro si configura, musicalmente parlando, come il perfetto anello di congiunzione tra il primo e il secondo capitolo dello storico concept "Crimson" dei suoi Edge Of Sanity. Sono infatti presenti le stesse sonorità riscontrabili embrionalmente nel primo dei suddetti lavori, che saranno poi solo quattro anni dopo portate a definitiva forma, in cui sono le tastiere, le distorsioni elettroniche e le campionature a fare la parte del leone, naturalmente coadiuvate dalla strumentazione classica. Il dipanarsi dei quasi tre quarti d'ora del disco lascia sempre più intuire la verità dietro le parole con cui lo stesso Swanö ha definito questa musica: «se i Rush avessero suonato death metal negli anni '70». Le chitarre distorte e il particolare growl dell’autore si intersecano benissimo con le già citate strutture tastieristiche che ricordano quasi lo storico organo Hammond, abusato dalle formazioni di una trentina di anni fa, e si arriva così a ottenere questo particolarissimo ibrido di death metal progressivo dai cambi di tempo e di melodia del tutto inaspettati, che sicuramente faranno storcere il naso ai soliti puristi di uno o dell'altro genere.

Il risultato finale è comunque un lavoro in grado di rapire, di un'intimità e una spontaneità oggi rare, basti pensare ai testi di "The Big Sleep", la disillusione e la conseguente difficile rassegnazione dinanzi al termine della vita, o della conclusiva "In Empty Phrases", un uomo alla ricerca di espressione poetica. Non bastasse, un altro vertice del disco è rappresentato dai non frequentissimi assoli chitarristici, su tutti quello di "Uncreation", assolutamente azzeccati ed evocativi, pur non presentando difficoltà sovrumane o velocità al limite del possibile. L'idea che si ha dal disco, infatti, è che siano state preferite la varietà di strutture e l'eterogeneità del risultato finale, piuttosto che la difficoltà e complessità delle stesse, così da rendere quindi "Uncreation" appetibile anche per chi non è avvezzo al tecnicismo spesso un po' asettico del progressive tradizionale. Ciò pur presentando tutte le peculiarità del caso, in primis i già citati inaspettati cambi di tempo, per continuare con una durata dei brani piuttosto lunga (le otto tracce si attestano infatti su una media di durata tra i cinque e i sei minuti).

In conclusione, ci si trova al cospetto di un lavoro estremamente profondo e difficilmente inquadrabile, capace di trasportare così come di risultare indigesto, che richiede più e più ascolti per potersi dire assimilato. Oggettivamente parlando, rimane una delle prove più valide e rappresentative della sterminata carriera del trentacinquenne svedese.

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