"Resurrection": la rinascita dei DEATH SS

DEATH SS – Resurrection

Gruppo:Death SS
Titolo:Resurrection
Anno:2013
Provenienza:Italia
Etichetta:Scarlet Records
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TRACKLIST

  1. Revived
  2. The Crimson Shrine
  3. The Darkest Night
  4. Dionysus
  5. Eaters
  6. Star In Sight
  7. Ogre’s Lullaby
  8. Santa Muerte
  9. The Devil’s Graal
  10. The Song Of Adoration
  11. Precognition
  12. Bad Luck
DURATA:59:07

Parlare dei Death SS è una cosa difficile e impegnativa. È da oltre un paio di mesi che Resurrection gira nello stereo, ma ho atteso, rimandato e pensato a cosa scrivere in questa recensione, perché Steve Sylvester e soci sarebbero capaci di dividere qualsiasi platea e ammetto che io stesso in passato ho avuto sensazioni più volte contrastanti. Siccome nutro un profondo rispetto per la band, ero curioso d’ascoltare questo disco.

Inserire il gruppo nostrano all’interno di un genere ben preciso è complicato, poiché il suono proposto odiernamente è una sorta di compendio stilistico degli oltre trent’anni di carriera: ho avuto modo di apprezzare momenti più rock, infiltrazioni elettroniche, classiche partiture dal tocco heavy, atmosfere gotiche e melodie intinte di malinconia che non guastano. La carne al fuoco insomma è tanta, ma i pezzi come sono? Validi, decisamente validi.

“Ogre’s Lullaby” avevo avuto modo di testarla in anticipo, dal momento che la canzone era stata scelta come singolo apripista e metteva in evidenza il lato malsano del gruppo, raccapricciante e a suo modo affascinante, tuttavia non era ancora chiara la direzione che il disco avrebbe intrapreso. Le quattro tracce poste in aperture (“Revived”, “The Crimson Shrine”, “The Darkest Night” e “Dionysus”) sono abili nel flirtare sia con la componente più classica e primordiale dei Death SS che con l’evoluzione intrapresa dapprima con Do What Thou Wilt e poi elettronicamente implementata in Panic. Dopo il loro ascolto, la sensazione che la scaletta potesse essere paragonabile a una continua altalena artistica, la cui oscillazione tendeva a variare di episodio in episodio, è pian piano divenuta una verità che il prosieguo non ha smentito.

“Eaters” è un bel pugno in faccia: il pezzo è energico, pompato ed è stato utilizzato come colonna sonora per l’omonimo film indipendente del regista Uwe Boll (e vai di gore), è fra quelli migliori racchiusi in Resurrection, non il migliore, perché probabilmente quel titolo andrebbe assegnato alla lunga ed elaborata “The Song Of Adoration”. Nove minuti che in tutto e per tutto spiattellano le doti compositive del gruppo, libero di vagare in lungo e in largo nella dimensione che si è creato. Non manca nemmeno il rock, che emerge in episodi quali “Santa Muerte” e “Bad Luck”. Quest’ultima è un’ironica dedica a coloro i quali da anni associano il nome Death SS alla sfiga più nera, ora messa sul piatto della bilancia… E intanto che ne scrivo sono giunto per l’ennesima volta alla fine e mi avvicino al lettore per far partire nuovamente l’album.

Cosa manca al lavoro? Più che altro posso dirvi cosa non manca, infatti sia dal punto di vista tematico che raffigurativo non c’è dubbio che le aspettative siano stata mantenute: troviamo quindi il satanismo di Crowley e l’omaggio all’estremo antico nella figura del dio Dioniso, mentre la rappresentazione del binomio sesso-rituale è perpetuata nella copertina realizzata dall’illustratore e pittore Emanuele Taglietti (“Zora”, “Belzeba”, “Cimiteria”, “Ulula” e altri); anche la prestazione dei singoli è convincente, con Steve e Freddy Delirio decisamente sugli scudi.

I Death SS sono risorti e, pur non consegnandoci un capolavoro, è indiscutibile che la suddetta prova non solo sia un risultato — per il sottoscritto — insperatamente positivo, ma un’uscita che ha colpito nel segno e per questo ha soggiornato e soggiornerà nel mio stereo ancora per molto. Resurrection ha fatto e farà discutere come al solito, del resto quando si tratta di loro c’è sempre un motivo per farlo. Chi li ha amati in passato o li ha seguiti senza sosta, sicuramente l’avrà già ascoltato e quasi certamente continuerà a farlo ed è giusto che sia così, un modo per dare alla band il proprio bentornato, augurandosi che questa nuova “rinascita” non sia soltanto un fuoco di paglia.

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