DIMMU BORGIR – Abrahadabra

 
Gruppo: Dimmu Borgir
Titolo: Abrahadabra
Anno: 2010
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Nuclear Blast
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TRACKLIST

  1. Xibir
  2. Born Treacherous
  3. Gateways
  4. Chess With The Abyss
  5. Dimmu Borgir
  6. Ritualist
  7. The Demiurge Molecule
  8. A Jewel Traced Through Coal
  9. Renewal
  10. Endings And Continuations
  11. Gateways [versione orchestrale, traccia bonus]
  12. Perfect Strangers [cover Deep Purple, traccia bonus]
DURATA: 48:53
 

Inutile prendersi in giro, "Abrahadabra" dei Dimmu Borgir nel bene o nel male è fra i dischi più attesi dell'anno nel mondo metallico e la Nuclear Blast ci ha investito di brutto, basti pensare che ci hanno lavorato Kristoffer Rygg/Garm (Ulver), Snowy Shaw, Daray, The Norwegian Radio Orchestra, The Schola Cantorum Choir, Andy Sneap… e chi più ne ha più ne metta.

Si incomincia con il classico intro alla Dimmu Borgir, "Xibir", in cui si percepisce l'imponenza della produzione a favore di coro e orchestrazioni, che rimanda a certe soluzioni da "Signori Degli Anelli", facendoci calare immediatamente nel disco. Ed ecco che subentra "Born Treacherous", a questo punto si capisce chiaramente che il grosso del lavoro è affidato alle sinfonie, dirette da Gaute Storaas: siamo investiti da un sapore di scuola Emperor per riffing e arrangiamenti, fino a che una serie di stacchi ne muta la dimensione, portando alla mente qualche reminiscenza rituale per poi ripartire nella maniera più ortodossa per la band; comunque questo è uno dei brani più vari del disco per ciò che riguarda struttura e cambi.

Il primo singolo dell'album è "Gateways" e ci ritroviamo davanti il più puro pezzo alla Dimmu Borgir, perciò orchestrazioni, melodia, potenza, stacchi, giri calibrati a far smuovere le teste e quant'altro. L'unica nota di colore è la prestazione vocale dell'ospite Agnete Maria Forfang Kjølsrud, che dà un taglio molto particolare alla sua prestazione, inizialmente quasi stridente, ma che si amalgama maggiormente nell'armonia del pezzo strada facendo, comunque già predestinato, sarà un altro cavallo di battaglia per la formazione al pari di "Mourning Palace" ecc.

Una cosa che inizio a notare è che nonostante la potenza e la perfezione del tutto le chitarre suonino come comparse nell'insieme, giungendo spesso quasi a nascondersi dietro alla batteria e all'imponenza dell'insieme acustico, come nel caso di "Chess With The Abyss" e "Dimmu Borgir". Quest'ultima in ogni modo possiede reminiscenze corali riprese dai Metallica di "The Frayed Ends Of Sanity" e lo stesso gruppo riappare nella mia mente nella melodia di certi piccoli fraseggi della chitarra solista; un altro pezzo che avvicina i Norvegesi a un pubblico meno estremista (mia figlia dopo due volte già canticchiava la melodia del coro), quale miglior pubblicità per se stessi, è "Dimmu Borgir", volutamente la bandiera manifesta del gruppo dopo diciassette anni di vita e regalata totalmente in pasto ai fan con i suoi arrangiamenti creati ad hoc per l'evento.

Mi sorprende invece l'attacco di "Ritualist", dove la chitarra acustica fa la sua presenza in veste principale, per poi venir soppiantata gradualmente dagli altri strumenti, mentre il pianoforte e anche la prestazione di voce pulita richiamano fortemente l'anima degli Arcturus, tuttavia è solo un breve cameo; il pezzo scorre in maniera piacevole. "The Demiurge Molecule" per quanto mi riguarda non mi è proprio piaciuta, strizza troppo spudoratamente l'occhio ai teenager e alle tendenze metal più moderne e forse più ibride, come la timbrica vocale in apertura che mi fa andare di traverso tutto il resto, seppur ci siano alcune orchestrazioni da brivido e a dir poco trionfali verso il finale, in cui forse per la prima volta le chitarre si ritagliano un proprio spazio principale prima di tornare a ricoprire il ruolo di mere comprimarie.

L'umore poi si rialza con "A Jewel Traced Through Coal" che parte più chitarrosa e decisa (anche se i Nostri ormai non sanno proprio scrivere un pezzo tirato dall'inizio alla fine), placandosi man mano che scorre; è bello lo stacco del coro che dona mistero alla canzone, un classico brano alla Dimmu Borgir e i fans saranno stati più che accontentati anche in questo caso. Nella seguente "Renewal" ritorna fuori l'influenza degli Emperor, ovviamente fino allo stacco dove i Dimmu tornano se stessi e riprendono le redini della situazioni in mano; nonostante questo, la figura dell'Imperatore tornerà fuori più volte, marcando il territorio in maniera palese.

L'ultimo episodio è dedicato all'attesa prestazione di Garm: non sto nella pelle, la combinazione mi pare strana, ma Kristoffer è sinonimo di garanzia dalle mie parti perciò… L'introduzione è scura, le classiche sezioni marziali ci sono e pure alcune sfuriate di batteria, strumento che ha girato perfettamente per tutto il disco. Il cameo di Garm richiama ulteriorimente il già citato gruppo di Frisco, un po' come se un Hetfield che avesse imparato ad addomesticare la sua rochezza vocale si concedesse ai Norvegesi; forse in questo caso mi attendevo qualcosa di più, ma in fin dei conti tutto torna e va bene anche così. Il disco finirebbe con il coro che intitola l'album a fare da sigillo magico, anche se a me suona un po' pacchiano, ma vabbé…

Fra i miei file mi ritrovo pure due tracce bonus: la versione orchestrale di "Gateways", che ci fa comprendere come sia fondamentale per questo cd il lavoro perfetto dell'orchestra della radio norvegese (mica ciufoli), risultando di grande emotività e stando alla pari con la sua versione elettrica, e la cover omaggio ai Deep Purple. Il pezzo prescelto è un super classico come "Perfect Strangers" e ci mostra l'affetto dei Norvegesi nei riguardi delle sonorità classiche; la cosa strana è che il mix delle varie voci sovrapposte mi fa tornare alla mente lo stile vocale di Axel Rose e il solo pensiero mi stranisce e fa sorridere allo stesso tempo. Il brano è fantastico, di una potenza incredibile, ovviamente ri-arrangiato, e la pennata ritmica è assolutamente devastante, indubbiamente la più bella di tutto il disco appena ascoltato, perciò in definitiva un ottimo tributo. Diciamocela tutta: si apprezza pure il fatto che non ci siano violini, archi e cori vari, quindi puro muro di suono che almeno è una bella chiusura di disco.

"Abrahadabra" è un'uscita che rialza la testa rispetto al bruttissimo "In Sorte Diaboli", almeno la struttura dei vari episodi è precisa e non mi ha dato l'impressione dell'accozzaglia di riff assemblati casualmente nel precedente disco. Un lavoro di arrangiamenti fantastico e l'introduzione di alcune novità stilistiche da parte di orchestra e coro non mi sono affatto dispiaciute, probabilmente sarà l'ennesimo boom discografico e vedremo ancora centinaia di migliaia di adolescenti inneggiare il Castello Islandese, convinti che sia il non plus ultra della musica metal estrema. Beh, non è proprio così, ma se volete ascoltare un album di pop metal ultra-prodotto, ultra-arrangiato, iper-promosso, con "Abrahadabra" spenderete ottimamente il vostro tempo e i vostri soldi.

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