Disillusion - The Liberation

DISILLUSION – The Liberation

Gruppo:Disillusion
Titolo:The Liberation
Anno:2019
Provenienza:Germania
Etichetta:Prophecy Productions
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TRACKLIST

  1. In Waking Hours
  2. Wintertide
  3. The Great Unknown
  4. A Shimmer In The Darkest Sea
  5. The Liberation
  6. Time To Let Go
  7. The Mountain
DURATA:57:37

Prima di parlare di The Liberation bisogna fare un po’ di excursus storico per contestualizzare un lavoro del genere, a beneficio di chi magari quindici anni fa non seguiva la musica del male. I Disillusion non hanno perso un treno. Hanno perso tutti i treni. Back To Times Of Splendor li portò sulla bocca di tutti e ne fece una stella brillantissima del panorama prog e death, che nel 2004 era orfano più o meno di chiunque: Atheist, Cynic, da poco anche Edge Of Sanity; davvero in quel periodo nessuno suonava queste cose, e le reunion non erano ancora di moda. Tutto questo a ragion veduta, perché ancora oggi quell’album è un unicum, un capolavoro che in troppi non conoscono, un lavoro tanto personale quanto ispirato.

Appena due anni dopo, anziché fare il salto della consacrazione, Andy Schmidt e compagni deviarono completamente dalla rotta e pubblicarono Gloria, da loro stessi definito nella cartella stampa «David Lynch nel metal». I paragoni cinematografici quando si parla del lavoro della formazione di Lipsia si sono sempre sprecati fin dal debutto, che venne spesso descritto come «un album in widescreen» o «dalla narrazione cinematografica», tuttavia Gloria di lynchiano aveva poco. Era sicuramente coraggioso e particolare, e non era nemmeno brutto, ma c’era qualcosa che non funzionava: sembrava l’opera di una band che credeva di potersi permettere tutto, e così non fu. Pezzi brevi e industrialoidi, molto groovy e moderni, che diedero l’immagine di un gruppo più preoccupato di piacersi che di scrivere musica che comunicasse qualcosa. E quando la comunicazione, la narrazione, è alla base della tua musica e del tuo successo, la scelta di rinunciarvi può essere rischiosa. Il risultato fu che i Disillusion sparirono per dieci anni.

Avanti veloce al 2015, quando la formazione viene invitata a suonare Back To Times Of Splendor nella sua interezza per alcuni show dedicati: questa iniezione di autostima riporta il gruppo in carreggiata, Schmidt ricomincia a scrivere e il risultato è il singolo “Alea”, del 2016. Alea significa rischio, e in dieci minuti di canzone il buon Andy canta di nuovi orizzonti, di come tutte le ombre si siano dissolte, di come il viaggio sia appena iniziato e di tutta un’altra serie di cose che fanno capire che forse forse qualcosina non è andata proprio per il verso giusto in passato, e che ora è il momento di ritentare. Chiaramente, suoni e umori non sono quelli di Gloria, sono quelli di Back To Times Of Splendor.

Ci sono voluti altri tre anni per arrivare a The Liberation, che se possibile ha un titolo ancora più esplicativo di “Alea” e non può essere raccontato separatamente da tutto ciò che lo ha preceduto. Prima di finire sotto l’ala di Prophecy, l’album è stato interamente finanziato da amici e supporter tramite la campagna Patreon, ancora attiva, che permette a Schmidt di dedicarsi a tempo pieno alla band e a tutto ciò che la circonda. Con risultati che, alla luce di tutta questa storia, molto probabilmente non sono solamente musicali, ma anche e prima di tutto umani. I Disillusion del 2019 sono una creatura completamente diversa, oggi sono un quintetto formato da quattro turnisti e Andy a coordinare il tutto, alla ricerca di uno di quei famosi treni di cui in principio.

The Liberation dev’essere stata davvero una liberazione: la dimostrazione di essere ancora in grado di dire e fare determinate cose, quelle grazie alle quali per un attimo sei stato una delle prossime big thing del metallo. Perché questo disco sprizza voglia di riscatto, concentrazione e caparbietà da ogni nota. Completamente abbandonate le velleità moderne, il terzo album dei Disillusion è in tutto e per tutto la prosecuzione spirituale del loro debutto: brani dai cinque ai dodici minuti che si incastrano perfettamente tra loro, per quasi un’ora di progressive metal da manuale sotto tutti gli aspetti. Certo, qualche passaggio non proprio essenziale in cui Schmidt flette i muscoli e fa vedere di saper mettere insieme tante cose diverse per il solo gusto di farlo c’è ancora, ma anche questo è uno degli elementi di un album progressive metal da manuale, per cui tutto bene. Soprattutto quando nell’insieme il lavoro svolto funziona alla perfezione.

Qualche suggestione moderna è rimasta, “In Waking Hours” e i primi secondi di “Wintertide” potrebbero essere un’introduzione dei Cult Of Luna, ma i riff di chitarra sono melodeath finlandese anni Zero fatto bene, la voce di Andy spazia avanti e indietro tra un registro pulito e toni più ruvidi e le fondamenta di tutto The Liberation sono saldamente prog death. Ci sono momenti più concitati (di nuovo “Wintertide”, davvero grossa) e mid-tempo più simbolici e concettuali (“Time To Let Go”, che parla di come si debba smettere di rivangare gli errori del passato e accettare di ricominciare, chissà di cosa si tratta), ma se c’è una forma in cui il songwriting di Schmidt dà il meglio di sé è nelle composizioni lunghe, in cui può mettere dentro di tutto e di più e fare spola tra tutti i suoi diversi umori.

A mancare è un po’ l’urgenza, la fruibilità pressoché immediata che “And The Mirror Cracked” o “Fall” avevano sul debutto, tuttavia era inevitabile. Prima di tutto perché il ragazzo che scrisse quel disco oggi ha quindici anni in più sul groppone con tutta la maturità che ne consegue, secondariamente perché il terzo album dei tedeschi vuole essere quello del riscatto e si percepisce come nulla al suo interno sia stato lasciato al caso e tutto sia stato oggetto di attenta e minuziosa analisi. Se da un lato questi due aspetti rendono The Liberation estremamente maturo, dall’altro a farne le spese è quella sorta di spensieratezza e assoluta mancanza di pressione che colorava Back To Times Of Splendor.

Su Patreon la band ha già dichiarato di essere al lavoro sul prossimo album, ma visti i precedenti non mi lancio in considerazioni e mi godo i Disillusion di oggi, che concludono questo viaggio lasciando alcune domande che forse un giorno troveranno risposta. O forse no.

«Our rivers run in vertigo
Where will they go?
What do you know?»
(“The Mountain”)

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