Dodenkrocht - The Dying All

DODENKROCHT – The Dying All

Gruppo:Dodenkrocht
Titolo:The Dying All
Anno:2020
Provenienza:Olanda
Etichetta:Auric Records
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TRACKLIST

  1. Null (Intro)
  2. God Never Spoke
  3. Orphans Of The Void
  4. And The Abyss Was Silent
  5. Barbed Wire Crown
  6. The Dying All
  7. Before The Grey
  8. The Vortex Of Being
  9. For His Name Was Death
DURATA:59:16

I Dodenkrocht sono un nome ben radicato nell’underground olandese, avendo una storia che inizia nell’ormai lontano 2004 e una carriera che negli anni Dieci ha visto la pubblicazione di ben tre album in studio, un live, un EP e una compilation. The Dying All, prima collaborazione tra il quintetto di Leida e la svizzera Auric Records, segna l’ingresso dei nostri negli anni Venti con un album piuttosto corposo, che arriva a quattro anni di distanza dal precedente Flesh Tones.

La proposta dei Dodenkrocht è piuttosto canonica: un black metal in tempi medi che spesso sfora nei downtempo molto quadrato e compatto, mai forsennato e sempre abbastanza compassato. Forse un po’ troppo compassato, perché il lavoro svolto dagli olandesi infatti è preciso e rifinito, ma manca purtroppo di qualsiasi guizzo. È paradigmatico in questo senso il quarto pezzo, “And The Abyss Was Silent”, che dura dieci minuti secchi e in cui succede… davvero poco. In generale tutto l’album si destreggia tra un riff e l’altro, andando spesso a flirtare con soluzioni tendenti al depressive black metal, tra riff circolari ripetuti all’inverosimile e tempi di frequente molto dilatati, ma non riesce mai a essere davvero incisivo.

Peccato, perché Auric nell’ultimo periodo si è fatta notare per due ottime uscite, i Nauthik e i nostrani Fordomth, ma il nuovo album degli olandesi è un po’ troppo generico per poter essere definito interessante. I Dodenkrocht cercano di rallentare troppo spesso, e nei passaggi più minimali, quelli di sola chitarra, o nei momenti più diluiti, in cui il freno è tirato al massimo, finiscono per non avere delle reali cose da dire. E non basta qualche cavalcata tra un rallentamento e l’altro e dei testi di discreta fattura per salvarsi in corner.

Poche idee, per quanto ben vestite, rimangono poche, e costruirci un’ora di musica attorno non è un’impresa facile per nessuno, evidentemente nemmeno per i Dodenkrocht. Per ritagliarsi uno spazio in un panorama affollato come quello del metal estremo in epoca digitale bisognerà rischiare di più.

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