DOOMRAISER – Erasing The Remembrance

 
Gruppo: Doomraiser
Titolo: Erasing The Remembrance
Anno: 2009
Provenienza: Italia
Etichetta: Bloodrock Records
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TRACKLIST

  1. Pachidermic Ritual
  2. Another Black Day Under The Dead Sun
  3. The Raven
  4. C.O.V. (Oblivion)
  5. Vanitas
  6. Head Of The River
  7. Rotten River – Part I: The River – Part II: On The First Day Of The New Dark Year For The World 01/01/08
DURATA: 59:11
 

È sempre un piacere quando si ha modo di vedere un gruppo nostrano arrivare a ottenere dei risultati importanti, o diventare una realtà di prim'ordine all'interno del proprio genere. E sicuramente è questo il caso dei romani Doomraiser, che con questo secondo album "Erasing The Remembrance" raggiungono un'invidiabile maturità e completezza artistica, denotando una perfetta padronanza dei propri mezzi e una totale consapevolezza del proprio stile.

D'altra parte, chi aveva orecchie per intendere aveva già inteso che il gruppo avrebbe intrapreso una strada importante all'ascolto del loro primo demo "Heavy Drunken Doom", che molti erroneamente sottovalutarono per via del titolo e dello stile un po' autoironico, ma che in realtà era una piccola perla, un ottimo punto di partenza per i nostri. Ed è proprio dall'ultima delle tracce di quel lontano demo, "The Man Who Rides The Past Erasing The Remembrance", che prende il nome l'ultima fatica dei Doomraiser; un disco che segue con coerenza la tradizione classica da cui il gruppo ha sempre preso spunto, ma lo fa con uno stile che emerge molto di più rispetto ai loro lavori precedenti: si può senz'altro affermare che i Doomraiser siano un gruppo derivativo, che non ha fatto e probabilmente non farà mai dell'originalità il proprio punto di forza, tant'è vero che loro stessi introducono la propria musica come un tributo ai grandi del passato. Tuttavia in quest'ultimo lavoro si può dire con altrettanta sicurezza che i Nostri hanno fatto in modo che i vari elementi della propria proposta dessero vita a un disco pregno di personalità, in cui l'influenza tradizionale settantiana e rockeggiante viene affiancata da sonorità più aggressive e moderne ispirate in parte ai loro cugini — se così li si può definire — Reverend Bizarre.

Dopo una breve introduzione, nella quale una delicata melodia di pianoforte lascia spazio a una voce senz'altro grottesca che farfuglia qualcosa di poco definibile a proposito di un rituale pachidermico, apre le danze la splendida "Another Black Day Under The Sun"; già al primo riffone, marcatamente doom — come ovvio — si viene investiti da un suono tremendamente compatto e basso, dallo stile fortemente anni '70, che è un po' il marchio di fabbrica del disco e dei Doomraiser in generale; BJ e il suo basso si impongono su tutto il resto, le chitarre di Drugo e Valerio tessono la loro ronzante e costante trama, mentre a Pinna, dietro le pelli, il compito — svolto con precisione — di dare il tempo, lento e cadenzato, come da copione. Dulcis in fundo, davvero meravigliosa la prova vocale di Cynar: la sua voce, che possiede quella tendenza vagamente calante così maledettamente adatta a un disco Doom Metal, va alternandosi tra momenti riflessivi, in cui assume contorni puliti, bassi e profondi, e — più frequentemente — momenti più strillati e aggressivi, in cui da davvero il meglio di sé.

Ed è con queste premesse che la traccia d'apertura, in tutti i suoi dieci minuti, definisce già da sola l'intera opera; Doom Metal dall'appeal fortemente rock, pesante, compatto, ignorante, un po' stonato e a tratti cupo, con saltuarie accelerazioni e lunghe, marcate linee di basso. Sono questi stessi elementi che ci accompagneranno durante le canzoni successive, che tuttavia mostreranno sempre peculiarità un pizzico differenti: "The Raven", davvero trascinante, e la conclusiva, ossessiva "Rotten River", che tra l'altro può vantare un'introduzione acustica tutta sua, saranno pezzi in parte più veloci e snelli; "C.O.V" (che sta per "Children Of The Void") tornerà a far uso di tempistiche più tradizionali, mentre l'infinita "Vanitas" sfonderà il muro dei quindici minuti in tutta la sua tremenda lentezza. È anche vero che — data la lunghezza dei brani e i frequenti cambi tematici e ritmici a cui si può assistere durante il loro svolgimento — è difficile attribuire loro delle connotazioni generiche; ogni episodio meriterebbe un discorso a sè, che non sarà possibile fare in questa sede per motivi di spazio.

In aggiunta a quanto già detto, va fatto notare l'utilizzo — seppur saltuario — di strumenti meno canonici, come flauto o violino, che fanno il loro ingresso in rari brevi momenti per aggiungere un tocco d'atmosfera, senza mai però diventare determinanti ai fini del risultato complessivo. E come non citare, infine, le splendide sessioni solistiche di cui le tracce sono cosparse? Si andrà da assoli di chitarra in pieno stile psichedelico a frangenti in cui solo il vibrante basso di BJ accompagnerà la sinistra voce di Cynar. Tutto ciò contribuisce a dare una sufficiente varietà a un disco dalle durate piuttosto difficili da gestire: il gruppo ha abilmente evitato di cadere nella trappola di fossilizzarsi su pochi riff, che avrebbero reso l'album inevitabilmente noioso.

Per tirare le somme, si può dire che la prestazione dei Doomraiser sia estremamente convincente e saprà coinvolgere e attirare qualunque appassionato di Doom classico che si avvicini all'album; è vero che si ha — soprattutto durante i primi ascolti — l'impressione che alcuni pezzi tendano a dilungarsi un po' di troppo e a perdere un po' di mordente in certi frangenti, ma una volta compreso e posseduto, il disco saprà sprigionare davvero il suo enorme potenziale. Da dire anche che il lavoro si presenta in una confezione molto curata. La copertina dai colori freddi, il bel libretto, addirittura con un'illustrazione artistica in tema con ogni pezzo: tutto è decisamente studiato e professionale.

C'è purtroppo un aspetto che rovina la splendida prova del quintetto capitolino, ed è quello dei testi, scritti in un inglese davvero pessimo e approssimativo; anche il buon Cynar sembra non avere un gran feeling con la pronuncia anglofona, per quanto questo — è da dire — non si noti eccessivamente durante l'esecuzione dei brani; quello delle liriche è un difetto che darà molto fastidio agli ascoltatori più esigenti e attenti, ma che non peserà su chi vuole godersi la musica senza concentrarsi più di tanto sulla tematica trattata. In futuro, però, i nostri dovrebbero davvero porre più attenzione a questo aspetto della loro proposta, anche per poter essere considerati una realtà internazionale a pieno titolo. Mettendo da parte questo elemento, l'uscita si può definire pienamente soddisfacente sotto tutti i punti di vista e decisamente in grado di attirare l'attenzione.

Sperando che la risposta del pubblico sia buona e annotando il cambio di etichetta che ha accompagnato quest'uscita, attendiamo di poterci godere questi pezzi dal vivo, sicuri che i Doomraiser riusciranno a render loro giustizia, come d'altronde hanno sempre fatto con grinta in sede live. Porgiamo un saluto con il loro stesso nuovo motto: «drink fast and play slow!».

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