DOWN TO THE HEAVEN – [ level-1 ]

Gruppo: Down To The Heaven
Titolo: [ level-1 ]
Anno: 2018
Provenienza: Polonia
Etichetta: Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Down To The…
  2. Catharsis
  3. Lost In Memories
  4. Unbroken
  5. No Vision
  6. Kingdom Of Delusion
  7. Tyrant’s Fall
  8. We Are
DURATA: 34:57

Quando la copertina di un disco mostra un messaggio minatorio di un rapimento (in polacco), capisci subito che quanto hai per le mani è un errore. E, in effetti, mi ero interessato ai Down To The Heaven perché a un rapido ascolto mi erano sembrati un gruppo totalmente Djent: non l’avessi mai fatto, mi sono ritrovato qualcosa di leggermente diverso dai miei cari Entities o dai Meshuggah. Nonostante la notevole potenza vocale di Marcin Pawlik, le ritmiche pensate dai quattro subiscono notevolmente l’influenza melodica scandinava, non disdegnando innesti di tastiere e crescendo ben più corposi della violenza serrata del gruppo di Umeå.

[ level-1 ] è una piacevole prova Death Metal (o Djent melodico? Meglio non dire assurdità!), sicuramente più cattiva rispetto agli ultimi Dark Tranquillity, ma che mette in mostra tanta carne al fuoco nella sua mezz’ora abbondante. I Down To The Heaven, infatti, non si limitano a sperimentare un po’ con tastiere e melodie (come nell’interessante “Lost In Memories”), ma provano ad alternare brani violenti (“Unbroken”) ad altri più lenti e armonici (come lo strumentale ““No Vision”). Il risultato finale è un disco un po’ troppo eterogeneo, soprattutto per un gruppo simile, in grado di esaltare in alcuni momenti, senza però riuscire a catturare l’attenzione in toto. È il caso di “Kingdom Of Delusion” (nomen omen), in cui bisogna aspettare che finisca un’introduzione lenta e anonima di due minuti per entrare nel vivo dell’azione; peccato che, anche lì, manchino la freschezza, la potenza o più semplicemente quell’unicità per rimanere impressa.

Dopo più ascolti, mi sento di poter dire che i polacchi si trovano di fronte a un possibile bivio: seguire la linea melodica di Stanne e soci o lasciarsi andare al Djent duro e puro. Trovo che la prima possa regalare molte più soddisfazioni, vista la mania di inserire tastiere un po’ ovunque, a patto però di non perdersi troppo in qualcosa di ancora più melodico e ritrovarsi con un Metalcore scialbo e privo di ogni mordente (come avviene in “We Are”). Rimandati al prossimo disco, con dubbi e perplessità.

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