ERADICATOR – Slavery

ERADICATOR – Slavery

 
Gruppo: Eradicator
Titolo: Slavery
Anno: 2015
Provenienza: Germania
Etichetta: Yonah Records
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TRACKLIST

  1. Intro
  2. Of Ashes And Sand
  3. Evil Command
  4. Two Thousand Thirteen
  5. Scars
  6. Bloodbath
  7. One Man Jury
  8. Manipulhate
  9. The States Of Atrocity
  10. Smash The Masquerade
  11. Slavery
DURATA: 42:46
 

Gli Eradicator tornano alla carica, ma lo fanno con il freno a mano tirato. La band thrash metal tedesca ha pubblicato il terzo lavoro "Slavery", che ne conferma la bontà compositiva e la giusta predisposizione verso il genere, risultando però in questa occasione meno arrembante e genuina; capace di orchestrare buoni pezzi, tuttavia un po' spenta per ciò che riguarda la grinta.

Formalmente non c'è nulla da eccepire all'operato dei quattro musicisti, del resto i brani — come avvenuto nel recente passato — attingono abbondantemente dalla tradizione Bay Area e in parte da quella teutonica, riuscendo in un paio di circostanze ad attrarre l'orecchio, bypassando la soglia della lezioncina ben appresa. E la lezione l'hanno appressa eccome, grazie alla più che discreta prova chitarristica di Robert Wied e Sebastian Stöber e alla convincente impostazione ritmica del duo composto da Sebastian Zoppe al basso e Jan-Peter Stöber alla batteria. In tal senso sono da tenere in buona considerazione episodi quali "Two Thousand Thirteen", "Scars", il breve e ficcante "Bloodbath", "Manipulhate" e quello che porta il titolo del disco.

I due Stöber rientrano però sia fra le note positive che in quelle negative contenute in "Slavery": se da un lato infatti Jan-Peter è capace d'imprimere ai pezzi il dinamismo e l'impatto dovuti, dall'altro Seba dietro al microfono non risulta efficace quanto lo è stato in passato, offrendo una prestazione un po' troppo prevedibile. Il problema dell'album è che non decolla mai del tutto e per quanto piacevole, in linea con l'attitudine vecchia scuola seppur ripulita — anche stavolta la produzione è decisamente moderna, ma non laccata — soffre la mancanza di quello spirito ribelle riscontrabile all'interno di "Madness Is My Name".

"Slavery" non è comunque da condannare, non è un vero e proprio passo falso, di certo da una formazione alla terza uscita e che in passato aveva inviato segnali d'indubbia crescita ci si sarebbe attesi l'ennesimo scatto in avanti. Prendiamolo quindi come fosse una fase di assestamento, augurandoci che col prossimo parto gli Eradicator cambino nuovamente marcia, permettendo alla grinta e alla passione che sinora li hanno contraddistinti di venire nuovamente a galla.

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