ESKHATON – Omegalitheos

Gruppo:Eskhaton
Titolo:Omegalitheos
Anno:2018
Provenienza:Australia
Etichetta:Lavadome Productions
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TRACKLIST

  1. Relic Of Mictlantecuhtli
  2. Serpentity
  3. Elu Azag
  4. Inverterror
  5. Omegalitheos
  6. Abyss Unknown
  7. Culthulhunatic
  8. Nusku Etu Genii
  9. Omnilify
  10. Subvoidal
  11. Blasphemartyr
  12. Intramort
  13. Numina Moribundus
  14. Kimah Kalu Ultu Ulla
DURATA:52:04

Ascoltare un album degli Eskhaton è spossante, un’attività per cui ci si deve preparare psicologicamente e fisicamente. Il terzo album degli australiani intitolato Omegalitheos arriva ampiamente oltre i cinquanta minuti di durata, divisi in quattordici canzoni che di canzone non hanno davvero nulla ed è impossibile distinguere l’una dall’altra se non in poche, rare eccezioni.

Il trio di Melbourne era già sufficientemente inintelligibile con il precedente e quantomai esplicito Worship Death, ma qui trascende completamente il livello di complessità del death metal più battagliero per raggiungere una vera e propria entropia esistenziale: non c’è un riff che non sia sepolto da un blast-beat su cui non si aggroviglino urla che non si accompagnino a un altro riff che non venga sepolto da un altro blast-beat che non venga accompagnato da un altro riff. Così, ad libitum, per quasi un’ora, c’è da uscirne completamente rimbambiti. Ed è una sensazione meravigliosa.

Lavadome, negli ultimi diciotto mesi, è stata particolarmente avara di uscite, pubblicando soltanto lo split tra Horror God e Techne a novembre scorso, ma se l’attesa per nuovo materiale continua a portare risultati di questo tipo, beh, c’è di che essere felici di aspettare. Omegalitheos è un album pazzescamente violento, totalmente impenetrabile e assolutamente oltranzista: gli Eskhaton non provano nemmeno a variare, a cambiare qualcosa, perché lungo tutti i loro quattordici brani vogliono solo e soltanto fare casino, sputare in faccia al genere umano, a Dio e a qualsiasi cosa ci sia sopra di lui, o magari sotto. L’unico momento in cui ci ho capito qualcosa è stato quando in “Culthulhunatic” spunta un campionamento dei Darkspace.

Il libretto, poi, è uno spettacolo che pare uscito da una fanzine del 1992: come se non bastasse l’illustrazione di copertina di Daemorph, l’interno è beatamente rimpinzato di mostri, demoni e divinità tentacolari grazie al lavoro di Nether Temple. Giusto per fare un paragone facilone: prendete l’estetica e il sound dei Sulphur Aeon e spogliateli di QUALSIASI criterio e ordine: rimane il caos. Gli Eskhaton stanno lì. E da lì non hanno la minima intenzione di muoversi.

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