EVERLASTING – March Of Time

 
Gruppo: Everlasting
Titolo:  March Of Time
Anno: 2013
Provenienza:  Russia
Etichetta: Solitude Productions
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Bandcamp

 
TRACKLIST

  1. Remaining In Ground
  2. The Great Contradiction
  3. March Of Time
  4. Silence
DURATA: 51:05
 

Un pianoro alla luce del tramonto, uno squarcio assolato di steppa, niente altro che un masso e tre figure nell'ombra: un paesaggio essenziale, non di meno dolce. Allo stesso modo, essenziale e dolce è anche il funeral doom degli Everlasting da Rostov, città sulle sponde del Don.

Attivo da qualche anno, ma giunto a una prima pubblicazione solo ora sotto Solitude Productions, il trio bazzica i territori più morbidi e vellutati del funeral, quelli dei sempiterni Shape Of Despair, con un quasi perenne down-tempo scandito da colpi di batteria di una lentezza disarmante. Il panorama conosce variazione solo nel corpo centrale del brano d'apertura, "Remaining In Ground", in cui all'improvviso prende piede un piacevolissimo (quanto decontestualizzato) intermezzo black metal sparato a tutta velocità.

Il resto del disco, pur non soffrendo di alcun evidente limite, tuttavia pecca un po' di creatività. Va bene fare funeral doom, un genere di per sé chiuso, immobile e cristallizzato nei suoi stessi stilemi, ma la vera nota stonata all'interno di "March Of Time" è l'eccessiva deriva melodica intrapresa dal trio russo: le chitarre non sono mai opprimenti, la batteria (che, per inciso, non è dato sapere da chi sia suonata, visto che il gruppo comprende due chitarristi e un cantante.tastierista) non scava in profondità nei pur razionati colpi di cassa e rullante e in generale si respira un'aria di ordinarietà lungo tutto l'arco del disco. Inoltre la mania tutta russa di strafare con le tastiere colpisce ancora: sono loro infatti le vere protagoniste di "March Of Time", perennemente presenti e in primo piano, anche a discapito del resto degli strumenti.

La produzione, infine, riveste probabilmente un ruolo non secondario all'interno di questa aura mediocritas: pulita, professionale e ben definita da un lato, assolutamente impersonale e asettica dall'altro, incapace di "far uscire" i suoni e donare loro peculiarità e personalità, ma lasciando tutto allo stesso livello. Il risultato finale è un disco che manca di quello spessore granitico necessario (anche in ambito melodico) per essere ricordato, che non trova quella profondità abissale di cui il funeral doom si nutre.

Un lavoro interlocutorio, fatto di luci e ombre, esattamente come i (bei) tramonti delle pianure russe a corredo del libretto: da una parte le luci di un lavoro onesto, sincero e godibile; dall'altra le ombre di un'occasione parzialmente sprecata, per un album che non riesce ad incidere quanto potrebbe.

 

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